Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Colloqui col padre.
di D.A. - Scrivere a: don.antonio@stpauls.it


LE CONTRADDIZIONI DI UNA CITTÀ GENEROSA, MA ANCHE DURA CON GLI IMMIGRATI

IN VIAGGIO VERSO LA SPERANZA


Perché ci sono, anche all’interno della Chiesa, così tante paure verso lo straniero? Eppure il messaggio di Gesù è chiaro: «Vi riconosceranno se avrete amore gli uni per gli altri».

Cara Brescia cattolica, fammi capire che ti sta succedendo. Settecento missionari sparsi per il mondo ad annunciare il Vangelo; ottocento sacerdoti, cinque istituti per le missioni; più di centocinquanta associazioni impegnate nella cooperazione; cinquanta gruppi missionari. E poi, la banca etica, che fa la sua parte; il commercio equo e solidale, che ha ventinove negozi; le sette Organizzazioni non governative, che da anni operano per il Sud del mondo... Non manca, certo, l’attenzione agli ultimi e ai poveri.

La verità è che c’è qualcosa che non funziona più, al di là di questa luminosa facciata. E di questa gloriosa storia. Qui da noi, diavolo e acqua santa sono sempre stati insieme. Siamo tra i primi produttori e commercianti di armi al mondo (e non se ne può parlare!). Anche nelle nostre parrocchie, fra preti e religiosi, sta crescendo una cultura ben lontana dal Vangelo: si raccolgono firme per difendere il crocifisso, ma lo si brandisce come una spada!

Dilaga la violenza verbale, aumentano i gesti contro gli stranieri (ci mancava pure l’ultima trovata del Cie – Centro identificazione ed espulsione – che non renderà Brescia più sicura, ma più conflittuale). Maltrattiamo l’ambiente in cui viviamo, privilegiamo la cementificazione e l’inquinamento. Vogliamo guadagnare su tutto, privatizzando anche l’acqua, un bene che spetta a tutti. Consumiamo, a testa, 25 volte più di un abitante dei Paesi del Sud del mondo. Tolleriamo (e votiamo) leggi inique. Mettiamo a tacere la coscienza e ci intruppiamo in logiche di potere e di partito. Ci lamentiamo dei silenzi e delle connivenze della Chiesa, ma anche noi non brilliamo per una fede adulta. Chiediamo privilegi, che non riconosceremo mai ad altri. Inneggiamo al Papa e poi, con delibere, calpestiamo la dignità delle persone e i diritti umani.

I fatti di Coccaglio e Rovato ci interrogano. Ci turba la violenza insensata, come l’odio che cresce nelle nostre comunità. Pretendere giustizia e legalità non ci esime dal dovere dell’ospitalità e dell’accoglienza. Chiediamo attenzione per le famiglie ma, al tempo stesso, nel nome della sicurezza, respingiamo interi nuclei familiari. Il rispetto formale delle leggi non sempre si coniuga con la libertà di coscienza e il bene dell’uomo. Chi brandisce il crocifisso e inneggia al "bianco Natale", o vuol mettere la croce sulla bandiera italiana, dovrebbe fermarsi a leggere il Vangelo. E viverlo ogni giorno.

Perché le comunità cristiane balbettano o tacciono? Perché così tante diffidenze e paure, fino a farci incattivire l’un l’altro? Nei nostri paesi, a maggioranza cattolica, oggi è più facile sentire una bestemmia che una parola di speranza. Si privilegiano posti di potere e poltrone, a scapito di una vita libera, in dialogo col resto del mondo. Eppure, Gesù ci chiede di stare dalla parte degli ultimi, di servire e non farci servire, di scegliere Dio e non il denaro, di costruire la pace e non la violenza.

Don Fabio, Claudio e Francesca
  

È una descrizione attraente e vera della comunità ecclesiale di Brescia. Un tipo di Chiesa che apre alla speranza di un mondo più giusto e umano, dove i poveri e gli ultimi sono riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti. L’identità cristiana è una sola: quella insegnata, vissuta e lasciata da Gesù di Nazaret. Non ce n’è un’altra. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri», così leggiamo nel Vangelo di Giovanni.

Tra questi "altri", oggi, ci sono gli stranieri che vengono da noi, per trovare una condizione di vita dignitosa per le loro famiglie. In contrasto, c’è un clima di non accoglienza, che pone seri interrogativi. E lo sconcerto rasenta l’incredulità, quando questa cultura pretende di appellarsi al cristianesimo. Capita, così, che per denunciare gli immigrati, si approfitta anche del Natale.

Tutto ciò è assurdo, anche perché i clandestini non sono delinquenti. I provvedimenti che hanno trasformato la clandestinità in reato, oltre che ingiusti, non sono nemmeno efficaci. Generano solo paure e diffidenze. Diffondono un sospetto generalizzato, che stronca sul nascere ogni civile iniziativa di integrazione sociale. Alimentano la tendenza a identificare nell’immigrato clandestino (o in alcune categorie di persone, come i rom), il capro espiatorio dell’insicurezza sociale. Ogni occasione è buona, enfatizzandola, per promuovere una campagna contro gli stranieri.

Perfino il crocifisso viene asservito alla causa. Con la scusa che la crescente presenza dell’islam sul territorio può condurre alla perdita dei simboli delle nostre tradizioni religiose e culturali. Ma il pericolo non viene da quel fronte. L’identità cristiana è minacciata soprattutto da noi credenti, quando non sappiamo più leggere e applicare il messaggio rivoluzionario dell’amore, della giustizia e della non violenza che viene dalla croce. È giusto pretendere che il crocifisso non venga rimosso dalle scuole, dai tribunali e dagli ospedali. Ma dovrebbe, prima di tutto, albergare nei nostri cuori. Ed essere riconosciuto anche nei deserti o in fondo al mare, dove si conclude tragicamente il sogno di centinaia di esseri umani (uomini, donne e bambini), in viaggio verso la speranza.

Il volto martoriato del Cristo appartiene all’umanità. Tra le sue piaghe si addensano le ombre di ogni sofferenza, ingiustizia e violenza subite dagli uomini di ogni tempo. Quel Crocifisso è l’unica speranza per i "poveri cristi" della storia, vittime innocenti della malvagità o dell’indifferenza umana, della fame, del terrorismo, delle guerre. E di ogni forma di violenza. Perché, allora, anche nelle comunità cristiane, tanta intolleranza verso lo straniero? Forse, abbiamo ridotto la nostra fede soltanto ad atti di culto, senza alcun riferimento alla vita di tutti i giorni. Le comunità ecclesiali stanno smarrendo il senso profetico del messaggio cristiano. Si lasciano condizionare dalla mentalità dominante, che non sempre segue la logica evangelica dell’amore e della giustizia.

Forse, non abbiamo una formazione sociale adeguata, e pochi conoscono la dottrina sociale della Chiesa. Ne era convinto anche Giovanni Paolo II, a suo tempo, quando invitava i vescovi dell’America latina a sensibilizzare i laici alla formazione sociale. Questa esigenza, oggi, è attuale più che mai. Ma i credenti considerano la dottrina sociale della Chiesa davvero importante per la loro formazione? L’insegnamento del Papa e dei vescovi sul tema dell’immigrazione dovrebbe aiutarci a valutare correttamente iniziative e provvedimenti di legge. Perché, invece, seguiamo altri "cattivi maestri"? Non è solo una questione di sicurezza, ma di giustizia.

D.A.

torna all'indice