![]() |
|
|
|
Piero Amerio ha 75 anni ben vissuti e portati, è professore universitario emerito di Psicologia, ha reputazione internazionale anche se non è uno da televisione, o perché non è uno da televisione. Torinese, coltiva nell’Astigiano le rose antiche e dentro sé stesso le canzoni romantiche. Con i suoi collaboratori ha dato vita a una ricerca sfociata in un libro che si intitola Giovani al lavoro (ed. Il Mulino, 270 pagine, 24 euro), che potrebbe e magari dovrebbe intitolarsi "Giovani alle prese con il lavoro". Il libro non ha troppe parole in inglese, dice anche di giubbotti firmati e motociclette e paghetta, insomma è di lettura relativamente facile. Si fruga la realtà di Torino, sempre città (e cintura) laboratorio. Il libro è liofilizzabile in una frase che l’autore rilascia volentieri: «Tutto sommato, questi giovani sono dei bravi ragazzi». Frase bonaria e intanto rivoluzionaria, se si pensa al pessimismo, addirittura alla "rovinologia" di tante ricerche sul nostro mondo giovanile. Frase basata anche, se non soprattutto, sull’atteggiamento di questi giovani quando vengono sollecitati a formare la loro scala di valori.
«La famiglia è molto in alto», dice Amerio, «subito dopo il binomio amicizia e amore, che è una sorta di preludio alla famiglia. E la voglia di famiglia riguarda anche e specialmente quei giovani lavoratori che godono di un primo salario appena appena consistente, sul migliaio di euro, e che dunque avrebbero tutti gli alibi economici per rinviare il progetto, per taluni già avviato, della famiglia stessa». Ma chi sono questi giovani? «Sono mille lavoratori e milleduecento studenti, individuati e interpellati, in due anni, dentro le aziende o appena fuori dei cancelli, e nelle facoltà universitarie, cercando quelli alla fine dei corsi. Hanno, questi giovani, dai 20 ai 33 anni. Il 72 per cento vive in famiglia, maschi e femmine nella stessa percentuale. Il 15 per cento vive fuori casa da single, il 13 in situazione di coppia. I lavoratori sono di tre categorie: occupati a tempo determinato (30 per cento), precari (40 per cento), disoccupati (30 per cento), l’insieme diviso in "bianchi" e "blu" a seconda della tipologia del loro lavoro (un tempo impiegati e operai, ora la distinzione non è così marcata). Le donne sono il 65 per cento degli studenti e il 45 per cento dei lavoratori. Gli studenti provengono mediamente da famiglie di reddito già più alto, hanno maggiore disponibilità di denaro e, teoricamente, di speranze. Dico teoricamente perché di fronte al futuro, con le sue attrazioni ma anche, e più che mai adesso, con le sue incertezze, si rivelano meno audaci e meno speranzosi dei loro coetanei "bianchi" e "blu"».
Cautela nel frequentare i sogni Il libro è farcito anche di numeri e di tabelle accurate, che evidenziano ovviamente il persistere di vecchie disuguaglianze, di antiche voglie. E che mettono in cifre, in graduatorie, le eventuali paure del futuro. Ma è una classifica dedicata ai valori esistenziali quella che specialmente interessa Amerio. Dice lo psicologo: «Nella scala dei valori esistenziali, dopo amicizia e amore c’è appunto la famiglia, che precede il successo. Ma poi ecco il livello culturale, che precede il sesso, ecco il credo religioso che viene prima dell’impegno sociale, ecco la solidarietà» che rimane una scelta forte e interessante. Poco appeal ha invece il credo politico: abbiamo chiesto ai giovani di collocarsi scegliendo uno dei dieci punti che vanno da destra a sinistra, in troppi non hanno risposto». Volontariato batte partito 16 a 2, se si vuol dare i numeri. Un terzo (troppo) dei giovani non partecipa a gruppi sociali, anche considerando associazioni non fortemente connotate e vincolanti, come ad esempio quella dei fan di una certa musica o dei praticanti un certo sport.
Nelle pieghe della vasta ricerca ci sono anche gli atteggiamenti verso le istituzioni, con stima bassa per tutte, per la magistratura meno bassa che per le istituzioni politiche e più che per le forze dell’ordine, per la scuola. Bravi ragazzi, però attenti a quasi tutto, e anche critici. Dice Amerio: «Se si indaga la voglia di cambiamenti, il 40 per cento la mette avanti con preoccupazione logica. Il 25 per cento è costituito da quelli che non sanno, il 35 da quelli ai quali le cose stanno bene così. Interessante e intanto logico che a voler cambiare siano più i "blu" che i "bianchi"». Cambiare lavoro, anche? «Proiettati nei prossimi cinque anni, i "bianchi" per il 57 per cento si vedono impegnati nello stesso lavoro, contro il 47 per cento dei "blu". Mescolando i due gruppi, ecco che lavoro si identifica con denaro, poi con soddisfazione e benessere, quindi con sicurezza e stabilità, successo e carriera, impegno e responsabilità, fatica e stress, disoccupazione e precarietà. Questi giovani rimangono bravi ragazzi, anche se di fronte al futuro in maggioranza sembrano voler rinunciare a pensare, a proiettarsi in qualcosa di meglio del presente». Chissà se per eccesso di appagamento, paura del futuro, cautela nel frequentare i sogni, chissà. Gian
Paolo Ormezzano
|
|
|