Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di padre Renato Kizito Sesana e Luciano Scalettari
foto di Nino Leto


AFRICA
ZAMBIA, TRA I BAMBINI ABBANDONATI DI LUSAKA


LA SPERANZA SCENDE IN STRADA

In tutto il continente sono milioni i ragazzini che vivono soli, senza un tetto. Njira è uno di loro. Vuole essere accolto nel centro di Mthunzi. Quando ci arriva gli altri gli fanno festa, con tanta solidarietà.

Lusaka, Zambia

Qualche giorno fa a Lusaka ho incontrato un bambino che si chiama Njira, che in lingua chinyanja vuol dire "strada". Un nome che evidentemente la madre – e non è difficile immaginare che "mestiere" facesse – gli ha dato come fosse un programma di vita.

Eravamo nel grande mercato all’aperto, e lui era con una banda subito riconoscibile come bambini di strada, vestiti di stracci e con in spalla un sacco dove mettere il cibo scartato dalle bancarelle, o rubacchiato. Mi ha visto da lontano e si è diretto subito verso di me, mentre io fingevo di ignorarlo. Mi ha toccato leggermente il braccio e quando è stato sicuro di avere la mia attenzione mi ha detto con voce sicura: «Mi chiamo Njira, vorrei venire a stare a Mthunzi, la tua casa, come loro», indicando i due ragazzini che mi accompagnavano.

Bambini di strada in città.
Bambini di strada in città.

Ho pensato: «Ma chi lo ha imbeccato, chi gli ha detto di Mthunzi, magari la mamma o un parente che si vuole disfare di lui e lo vuole affibbiare a noi? E perché lui solo di tutta la banda?».

Ma poi Njira ha alzato gli occhi e mi ha guardato in modo diretto e disarmante, un sorriso timoroso che diventava sempre più serio negli attimi in cui è durata la mia esitazione. Qualunque sia la ragione che lo ha spinto ad avvicinarmi in quel modo, è chiaro che lui ha bisogno di una soluzione alternativa alla tremenda vita di strada.

Faccio un calcolo veloce: sì, è vero, con gli educatori di Mthunzi ci eravamo prefissi di non accettare altri ospiti se non all’inizio del prossimo anno scolastico, in gennaio, ma vuoi che non possiamo aggiungere un posto a tavola per questo bimbo di forse dieci anni che mi guarda con tanta fiducia e che mangerà come un uccellino?

Stasera ci sarà tempo per ascoltare la sua storia, e domani gli operatori sociali potranno cercare di raggiungere la sua famiglia, se esiste, e di verificare la veridicità della sua autopresentazione, ed eventualmente ne chiederanno l’affido legale alla nostra casa. Ma adesso non c’è tempo di fare tutto questo.

E allora via tutti insieme

E poi domani, o il prossimo mese, chi ritroverà più Njira nella confusione del mercato di Lusaka? Lui è il mio prossimo, quello che Dio mi fa incontrare qui e adesso, così prossimo che sento l’odore del corpicino che non si lava da parecchi giorni. Non posso nascondermi dietro il fatto che senza dubbio ai primi di gennaio di bambini di strada purtroppo ne troveremo a decine, senza difficoltà. Lui è qui, adesso, e ha una richiesta precisa. Njira mi guarda preoccupato, ha percepito l’esitazione che mi è passata dentro. Ma poi gli basta un cenno per capire di essere stato accettato e corre a sistemarsi insieme agli altri nel furgoncino, tra il variopinto e odoroso carico di banane, cavoli, carote, "carne di soia", pesciolini secchi e mezza tonnellata di farina da polenta. E allora via tutti insieme sulla strada accidentata che ci porta a Mthunzi.

Quale storia si porta nel cuore questo piccolo? Riuscirà a socializzare con gli altri, a piegarsi alla disciplina richiesta dalla scuola, a guardare al futuro come a un’opportunità e non con paura? È solo uno dei milioni di bimbi africani che vivono in strada. Ma anche una persona umana unica. Anche in lui, come in ogni persona umana, si focalizza tutto il piano di Dio, tutta la storia sacra, tutto l’amore che Dio ha per noi, tutto lo slancio verso la trascendenza di tutta l’umanità, con una limpidezza e con una freschezza uniche e irripetibili. Lo guardo nello specchietto retrovisore, se ne accorge e mi offre un timido sorriso. Mi sta leggendo i pensieri e ha capito tutto, molto meglio di me.

Arriviamo nel cortile di Mthunzi e, appena annuncio ai pochi ragazzi che non sono a scuola perché hanno già finito gli esami che è arrivato un nuovo amico, gli offrono una festosa accoglienza, se lo contendono perché stia nel loro dormitorio. Vincono quelli del dormitorio di Crispino perché lui è furbo e gli mette in mano uno dei primi manghi maturi di questa stagione.

Fra tradizione e modernità

Come cercheremo di educare Njira? È la tremenda responsabilità che si ripropone ogni volta che ci troviamo di fronte a un nuovo bambino che Dio in qualche modo ci manda. L’Africa vive in bilico fra tradizione e modernità e noi educatori abbiamo il difficile compito di guidare questi ragazzi in un cammino che li aiuti a superare i limiti della prima senza che cadano negli eccessi della seconda. Eppure essi sono attratti dalla modernità e da tutte le cose facili che offre.

Ma l’ultima cosa che vorrei, sarebbe di fare di questi bambini dei piccoli europei, dei figli che imitano senza senso critico gli aspetti più deteriori della modernità, l’arricchirsi senza limiti, il carrierismo, il desiderio sfrenato di apparire, l’arroganza, l’individualismo ignorante e volgare. Devo riuscire a far crescere in loro i semi della solidarietà, il gusto dei legami comunitari che già hanno nel cuore e che fanno parte della loro tradizione più genuina.

Idealmente, vorrei che questi bambini crescessero come persone mature e capaci di fare le loro libere scelte. Ma dare contenuti educativi a queste parole non è facile. Che tipo di formazione scolastica è più adeguata per ciascuno di loro? Quali valori coltivare? Ci vogliono vicinanza quotidiana, rispetto, attenzione, condivisione per avere il privilegio di crescere insieme a questi ragazzi.

Guardo Njira che è appena tornato da un giro di ispezione della casa e dell’orto, e mi risponde ancora con un sorriso fiducioso. Vorrei che il nome di Njira non indicasse più un destino inevitabile di povertà, di accattonaggio, di piccola delinquenza sulla strada, ma indicasse un punto di partenza verso il futuro, una strada dove non ci sono limiti all’avventura della vita che lo aspetta.

Come la strada del ritorno dall’esilio in Egitto, quella dalla Galilea a Gerusalemme, quella che va verso Emmaus e quella per Damasco.

Quella da Lusaka a Mthunzi. La strada di una vita non priva di sofferenze e di drammi, ma piena e dignitosa.

Padre Renato Kizito Sesana
missionario comboniano

  
   
QUI I POVERI SONO OTTO SU DIECI

Quanti sono i ragazzi di strada come Njira in Zambia? E qual è il loro numero in tutta l’Africa? E quanti trovano un padre Kizito ad accoglierli? Non si sa, le stime parlano di milioni di bambini e giovanissimi senza una casa e senza una famiglia.

In strada ci finiscono per la morte di uno o di entrambi i genitori, oppure in conseguenza delle separazioni e dei secondi matrimoni. Oppure, anche avendo una famiglia, perché è così povera da non poter sostentare i figli.

Riguardo allo Zambia, gli ultimi dati (2009) forniti dall’Unicef sulla condizione dei minori sono catastrofici: il tasso di mortalità infantile è di 170 per mille; la percentuale dei malnutriti è del 27 per cento, quelli che presentano ritardi nella crescita del 39; ha 95 mila bambini affetti da Aids e 600 mila orfani a causa della malattia; infine, un quarto dei giovani fra i 15 e i 24 anni è analfabeta.

È un caso emblematico, lo Zambia. Non ha patito guerre, eppure è un Paese in ginocchio. Il flagello dell’Hiv/Aids l’ha colpito duramente (il 15 per cento degli adulti ne è affetto), ma questo non basta a spiegare tutto. La situazione attuale è il risultato di decenni di scelte politiche sbagliate (come quella di trascurare l’agricoltura per puntare sulle miniere di rame, di cui il Paese è ricchissimo), di tagli alla spesa sociale imposti dagli istituti finanziari internazionali, del debito estero schiacciante. Col risultato che 8 zambiani su 10 vivono sotto la soglia di povertà.

Gettando poi uno sguardo più generale sull’Africa subsahariana, la realtà dell’infanzia non è molto migliore: la mortalità neonatale è del 40 per mille, quando nei Paesi industrializzati è del 3, e di tutti i bambini sotto i 5 anni che muoiono nel mondo la metà (4,7 milioni) è di questa parte del continente. Sono analfabeti il 23 per cento dei giovani maschi e il 32 per cento delle femmine. Un terzo è costretto a lavorare. Insomma, non solo in questa parte del mondo gli Obiettivi del Millennio sembrano irraggiungibili, ma in alcuni Paesi africani gli indicatori sono in peggioramento. Quanti saranno i Njira nel 2015?

Luciano Scalettari

 

LE CIFRE DEL DRAMMA

12.620.000 popolazione dello Zambia.
44,5 anni la speranza di vita alla nascita.
950 dollari l’anno reddito pro capite.
2.789 milioni di dollari debito estero.
Il 29,4% della popolazione d età superiore ai 15 anni non sa né leggere né scrivere.
Il 42% della popolazione non ha accesso diretto all’acqua potabile.
L’81,5% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.
1.100.000 sieropositivi o ammalati di Aids.

Fonti: Banca mondiale, Undp.
  

LA PIAGA DELL’AIDS

1.800.000 bambini sono affetti da Aids nell Africa subsahariana (2 milioni in tutto il mondo).
11.600.000 sono gli orfani da Aids nel solo continente africano (sono circa 15 milioni nel mondo).


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