![]() |
|
|
|
Nativity segue abbastanza fedelmente la trama del racconto evangelico della Natività, arricchendolo di notazioni psicologiche delicate e inserendolo in uno sfondo storico abbastanza coerente e realistico. La sedicenne Maria è fidanzata al leale Giuseppe, ma la loro vita cambia quando lei riceve dall’angelo l’annuncio che diventerà la madre del Salvatore. Intimorita e ancora non del tutto cosciente di quanto le capiterà, Maria parte per andare dalla cugina Elisabetta, ma al suo ritorno la sua evidente gravidanza mette Giuseppe nella condizione di ripudiarla. Spinto dalla volontà divina il giovane decide però di tenerla con sé. Ma i dominatori romani, che comandano con mano di ferro in Palestina, impongono agli ebrei un viaggio verso il luogo di origine della loro famiglia. L’ultima parola è la speranza Giuseppe e Maria si mettono in cammino per Betlemme, un viaggio che cementerà il legame tra loro e la fede nella promessa di salvezza che Maria porta nel grembo. Dopo la nascita di Gesù e l’arrivo da Oriente dei Magi, la famiglia deve riparare in Egitto per sfuggire alla furia di Erode che, roso dal timore di perdere il regno, è pronto a colpire tanti innocenti. L’ultima parola, però, non sono la violenza e la morte ma la speranza del canto del Magnificat. Nativity è uno dei frutti del successo di The Passion of the Christ di Mel Gibson. Questo illustre precedente spiega l’immediata accettazione da parte della New Line della proposta di Marty Bowen, un agente cattolico e con esperienza professionale più che decennale alla United Talent Agency, di un progetto sul Natale. Il film cerca di seguire l’esempio di The Passion in un impegno di sostanziale fedeltà al dato scritturistico, nel cast internazionale, nella forza e bellezza di alcune immagini. La vicenda è una buona illustrazione del racconto biblico, anche se mancano quell’intuizione più profonda, quell’elaborazione teologica, quelle audaci sorprese visive e tematiche che, a dispetto delle polemiche che l’hanno accompagnato, fanno di The Passion un’opera maestra. La figura più riuscita del film è senza dubbio Giuseppe, interpretato da Oscar Isaac: un uomo giovane, forte e tenero, che accoglie con disponibilità e amore Maria e il suo mistero. Interessante, anche se forse meno riuscita, la figura di Maria: le dà il volto la brava Keisha Castle-Hughes, anche se la sua consapevolezza e la sua forza interiore appaiono al di sotto di quello che le Scritture e la tradizione teologica ci fanno supporre. Il tentativo di renderla più vicina alle adolescenti moderne ha fatto sì che alla meditazione del cuore, che è sì domanda intensa e sofferta a Dio, ma anche sicura certezza della sua provvidenza, si sostituiscano spesso incertezze e paure. In questo può aver forse influito il fatto che lo sceneggiatore Mike Rich è protestante e non cattolico, così come ha tale formazione la regista Catherine Hardwicke, specializzata in film su teenager. Al di là di questi aspetti più sottili, per un pubblico cattolico l’unico elemento controverso è quello dei dolori del parto di Maria, che la tradizione cattolica considera un lascito del peccato originale da cui Maria fu esentata: realtà definita con la proclamazione della Vergine come l’Immacolata Concezione.
|
|
|