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di
don
Gennaro Matino
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IL VANGELO DELLA SPERANZA LE COSE DEL PADRE MIO Luca (2,41-52) Dopo
tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li
ascoltava e li interrogava. [...] Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli
disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati,
ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che
io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che
aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro
sottomesso. La prima domenica dopo Natale celebra la Santa Famiglia, una casa dove il Signore ha deciso di piantare la propria tenda. Il salmo ci guida alla preghiera: «Beato chi abita nella tua casa» (Sal 84,5) e l’antico sogno di poter rendere compagno il Dio degli eserciti per avere libera la vita, trovare rifugio nelle sue dimore, è stato sempre per gli sventurati del tempo il desiderio più profondo. Qui sembra, nel giorno in cui la famiglia di Nazaret è scelta come esempio di casa sicura, capovolto l’antico poema e la loro casa diventare beata. In realtà non c’è nessuna contraddizione nel voler dimorare nelle stanze del cielo e nel voler riproporre nella meraviglia di una famiglia solida, unita, attenta al progetto di Dio sulla propria vita, l’atmosfera di un paradiso in germe anticipato. Beato chi abita nella casa del Signore, beata quella casa dove il Signore abita. Maria, Giuseppe e il Bambino raccontano la loro storia in questi giorni di gioia natalizia e certo i colori della festa fanno i conti con le prove. Se il Signore costruisce la sua tenda nella vicenda umana, nelle case degli uomini, è indubbio che la letizia fasci i fianchi anche degli oppressi, ma è certo anche che perché le case restino salde, fondate sulle rocce della fedeltà d’amore, dovranno saper vincere scosse inaspettate. La famiglia è il luogo della pace, il tempo dell’ascolto, il porto della sicurezza, ma è anche la sfida a rendere comprensibili le parole diverse, a saper spezzare il pane della condivisione, a porgere quanto si ha di proprio come dono. Maria, Giuseppe e il Bambino non ignorano le prove e tuttavia nell’affrontarle, patendo anche sofferenza e sconfitta, possono fidare l’uno nell’altro, di sicuro fidano in Dio e non si sentono abbandonati: «Se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti» (1Gv 3,21-22). La forza della vita familiare è nell’amore che lega l’uno all’altro nello scambiarsi a vicenda la vita, restando fedeli alla chiamata di Dio e seguendo la via dei suoi comandamenti. La scena raccontataci da Luca riporta a un momento di crisi della Santa Famiglia: Gesù, ormai ragazzo, si perde nei giorni del pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme. L’ansia di Maria, il disappunto di Giuseppe, la corsa per ritrovare il figlio, l’angoscia di averlo perso per sempre: «Ecco, tuo padre ed io...» (Lc 2,48), scena che si ripete nel quotidiano di tante famiglie, anche in questi giorni festivi: ansie, preoccupazioni, corse in cerca dei figli, in una parola prove. La risposta di Gesù sembra, a una lettura superficiale, scortese, insensibile alla preoccupazione dei genitori, in realtà descrive la crescita del futuro Maestro di Galilea in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Rimarca la necessaria autonomia, propria di un’età decisiva della vita che decide il carattere dell’uomo in erba. E tuttavia sottolinea quanto sia importante per genitori e figli non dimenticare mai che ci apparteniamo in quanto a sangue, ma siamo tutti, ognuno per la propria parte, di Dio: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49). I giorni natalizi sono giorni di famiglia, ore da spendere per ribadire che solo insieme riusciremo a ricostruire una società troppo spesso vittima dell’egoismo. Insieme famiglia si cresce, insieme tra noi, insieme con Dio.
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