Speciale domenica.
a cura di Alberto Fusi   

IL VANGELO DELLA COMUNITÀ - RITO AMBROSIANO

27 Dicembre 2009
san Giovanni, apostolo ed evangelista

Anno C


 

Domenica. III giorno dell’Ottava di Natale

    
 

1. Il terzo giorno dell’Ottava di Natale

È caratterizzato dalla festa di san Giovanni, apostolo ed evangelista e, contrariamente alla norma a cui si attiene di regola la liturgia ambrosiana, prevale anche sulla domenica qualora, tale ricorrenza, come quella di santo Stefano o dei santi Innocenti, capiti come quest’anno in tale giorno. Questo perché sia i testi del Messale come quelli del Lezionario richiamano il mistero del Natale del Signore. In particolare il Lezionario propone: Lettura: 1Giovanni 1,1-10; Salmo 96; Epistola: Romani 10,8c-15; Vangelo: Giovanni 21,19c-24.
  

2. Vangelo secondo Giovanni 21,19c-24

In quel tempo. Il Signore Gesù disse a Pietro: 19c«Seguimi». 20Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio, che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».

24Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.
   

3. Commento liturgico-pastorale

I versetti vogliono portare l’attenzione sul discepolo "che Gesù amava", individuato in colui che nella cena si era chinato sul suo petto e aveva detto: "Signore, chi è che ti tradisce?" (13,23-25). Questo gesto spiega il perché Giovanni abbia avuto più di tutti gli altri accesso al mistero di Dio rivelato "nel" e "dal" suo Figlio fatto uomo. Lui infatti non si limita a riportare le parole e i gesti del Signore come gli altri autori sacri, ma ne dà la più profonda spiegazione.

Ciò è esplicitamente compreso e tramandato nella preghiera liturgica della nostra Chiesa ambrosiana che così infatti si esprime: «Celebriamo l’apostolo Giovanni che nella cena posò il capo sul petto del Signore; conobbe i segreti del cielo e diffuse nel mondo intero le parole della vita» (Canto all’Ingresso). Se per Pietro il destino, evidenziato dall’imperativo "seguimi" (v 19. v 22) è quello non solo di vivere autenticamente la sua vita di "discepolo" del Signore, ma soprattutto quello di seguirlo nella via della sofferenza e della morte violenta, il destino del discepolo Giovanni invece è quello di "rimanere finché io venga" (v 22; v 23), ossia fino alla parusia del Signore, sino alla fine dei tempi. Questo non certo fisicamente, ma attraverso la testimonianza di "queste cose", le cose cioè che riguardano la rivelazione dei "misteri" di Dio in Gesù suo Figlio, e che Giovanni ha messo per iscritto (v 24).

Dunque Gesù sta dicendo che la "testimonianza" che il discepolo Giovanni gli ha reso nella stesura del suo Vangelo, rimarrà per sempre nella storia della Chiesa per offrire a tutti la "rivelazione" di Gesù come Figlio di Dio. Giovanni infatti ricevette da Gesù quel "dono d’amore" che «lo portò a intuire e ad annunziare con singolare chiarezza, oltre ogni misura di capacità umana, l’increata divinità» del Verbo di Dio nato nella "carne" a Betlemme (Prefazio).

Il discepolo che ha "udito", "visto" e "toccato" Gesù, ha detto che Egli "era da principio" ed è venuto nel mondo quale "Verbo della vita" per dare agli uomini il dono di "comunicare" alla vita cioè di entrare fin d’ora nella "vita eterna" che è la comunione di amore «con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (Lettura: 1Giovanni, 3-4).

Per poter donare tale comunione d’amore il Verbo fatto uomo ha dapprima "purificato" ovvero disciolto ogni nostro peccato "con il suo sangue" (v 7), riferimento esplicito al mistero pasquale della morte del Signore. L’apostolo Paolo con un altro linguaggio dirà la stessa cosa quando parla della parola della fede da lui predicata perché: «se con la tua bocca proclamerai: "Gesù e il Signore", e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Epistola: Romani 10,8). Essere salvi, ovvero, vivere «in comunione con Dio e con il Figlio suo Gesù Cristo», si traduce concretamente in un’esistenza vissuta "nella luce" che consiste essenzialmente nel vivere in obbedienza filiale al Padre e nell’amore per i nostri fratelli.

Comprendiamo, a questo punto, perché la nostra Chiesa ambrosiana, così decisa nell’affermare il primato della domenica, celebrazione settimanale del mistero della nostra salvezza su ogni altra ricorrenza, celebra oggi la memoria dell’apostolo ed evangelista Giovanni. Egli, in realtà, ha illuminato e continua a illuminare «le misteriose profondità del Verbo di Dio» (All’inizio dell’Assemblea Liturgica) di cui stiamo celebrando l’apparizione nel mondo e la sua nascita nel tempo come preludio della sua Pasqua.

Quella "illuminazione" fu data a Giovanni, non a caso, nella "Cena del Signore". La memoria liturgica di essa, vale a dire la celebrazione eucaristica è, perciò, il luogo dove «attingiamo la conoscenza viva del mistero del Verbo» (Sui doni) ed è insieme il luogo nel quale domandiamo al Padre del Cielo che: «abiti sempre in noi il tuo Verbo fatto carne che l’apostolo Giovanni annunziò al mondo nel suo vangelo» (Dopo la Comunione) e che possiamo ora "vedere", "ascoltare" e "toccare" nel suo Sacramento.