I versetti vogliono portare l’attenzione sul discepolo "che
Gesù amava", individuato in colui che nella cena si era chinato
sul suo petto e aveva detto: "Signore, chi è che ti
tradisce?" (13,23-25). Questo gesto spiega il perché Giovanni
abbia avuto più di tutti gli altri accesso al mistero di Dio rivelato
"nel" e "dal" suo Figlio fatto uomo. Lui infatti non
si limita a riportare le parole e i gesti del Signore come gli altri
autori sacri, ma ne dà la più profonda spiegazione.
Ciò è esplicitamente compreso e tramandato nella preghiera
liturgica della nostra Chiesa ambrosiana che così infatti si esprime: «Celebriamo
l’apostolo Giovanni che nella cena posò il capo sul petto del
Signore; conobbe i segreti del cielo e diffuse nel mondo intero le
parole della vita» (Canto all’Ingresso). Se per Pietro il destino,
evidenziato dall’imperativo "seguimi" (v 19. v 22) è quello
non solo di vivere autenticamente la sua vita di "discepolo"
del Signore, ma soprattutto quello di seguirlo nella via della
sofferenza e della morte violenta, il destino del discepolo Giovanni
invece è quello di "rimanere finché io venga" (v 22; v 23),
ossia fino alla parusia del Signore, sino alla fine dei tempi. Questo
non certo fisicamente, ma attraverso la testimonianza di "queste
cose", le cose cioè che riguardano la rivelazione dei
"misteri" di Dio in Gesù suo Figlio, e che Giovanni ha messo
per iscritto (v 24).
Dunque Gesù sta dicendo che la "testimonianza" che il
discepolo Giovanni gli ha reso nella stesura del suo Vangelo, rimarrà
per sempre nella storia della Chiesa per offrire a tutti la
"rivelazione" di Gesù come Figlio di Dio. Giovanni infatti
ricevette da Gesù quel "dono d’amore" che «lo portò a
intuire e ad annunziare con singolare chiarezza, oltre ogni misura di
capacità umana, l’increata divinità» del Verbo di Dio nato nella
"carne" a Betlemme (Prefazio).
Il discepolo che ha "udito", "visto" e
"toccato" Gesù, ha detto che Egli "era da
principio" ed è venuto nel mondo quale "Verbo della
vita" per dare agli uomini il dono di "comunicare" alla
vita cioè di entrare fin d’ora nella "vita eterna" che è
la comunione di amore «con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo»
(Lettura: 1Giovanni, 3-4).
Per poter donare tale comunione d’amore il Verbo fatto uomo ha
dapprima "purificato" ovvero disciolto ogni nostro peccato
"con il suo sangue" (v 7), riferimento esplicito al mistero
pasquale della morte del Signore. L’apostolo Paolo con un altro
linguaggio dirà la stessa cosa quando parla della parola della fede da
lui predicata perché: «se con la tua bocca proclamerai: "Gesù e
il Signore", e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato
dai morti, sarai salvo» (Epistola: Romani 10,8). Essere salvi,
ovvero, vivere «in comunione con Dio e con il Figlio suo Gesù Cristo»,
si traduce concretamente in un’esistenza vissuta "nella
luce" che consiste essenzialmente nel vivere in obbedienza filiale
al Padre e nell’amore per i nostri fratelli.
Comprendiamo, a questo punto, perché la nostra Chiesa ambrosiana,
così decisa nell’affermare il primato della domenica, celebrazione
settimanale del mistero della nostra salvezza su ogni altra ricorrenza,
celebra oggi la memoria dell’apostolo ed evangelista Giovanni. Egli,
in realtà, ha illuminato e continua a illuminare «le misteriose
profondità del Verbo di Dio» (All’inizio dell’Assemblea Liturgica)
di cui stiamo celebrando l’apparizione nel mondo e la sua nascita nel
tempo come preludio della sua Pasqua.
Quella "illuminazione" fu data a Giovanni, non a caso,
nella "Cena del Signore". La memoria liturgica di essa, vale a
dire la celebrazione eucaristica è, perciò, il luogo dove «attingiamo
la conoscenza viva del mistero del Verbo» (Sui doni) ed è insieme il
luogo nel quale domandiamo al Padre del Cielo che: «abiti sempre in noi
il tuo Verbo fatto carne che l’apostolo Giovanni annunziò al mondo
nel suo vangelo» (Dopo la Comunione) e che possiamo ora
"vedere", "ascoltare" e "toccare" nel suo
Sacramento.