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  INCHIESTA - Il caso Di Bella

NELL’ANTICAMERA DELLA VITA

Con i pazienti e i medici dell’Ospedale di Lecce,
tra sconcerto e speranze

di ALBERTO BOBBIO - foto di Fausto Tagliabue
    

   Famiglia Cristiana n.3 del 28 gennaio 1998 - Home Page «C’è il rischio di isteria collettiva», dice un oncologo. Ma il metodo Di Bella, al di là dei risultati, significa anche un diverso approccio con il paziente.   

Un giorno un pretore e la sua gente hanno detto no. E il cancro è finito in tribunale. E c’è finito il dolore, la speranza, la salvezza. L’ultima frontiera della sanità tormentata si attorciglia sulle strade di Puglia, spacca certezze e butta là una domanda pesante come un macigno: è normale azzuffarsi sulla vita? Può darsi che domani chi oggi ha torto abbia ragione. Può darsi. Adesso c’è un popolo di disperati che bussa alle porte di medici e ospedali. Forse inseguono un’illusione, occhi senza più luce, labbra mute. «C’è il rischio di un’isteria collettiva», dice la dottoressa Rosachiara Forcignanò, oncologa dell’Ospedale di Lecce.

Scorrono i racconti del dolore e della morte, che sono troppi per non avere rispetto e pietà. Nella saletta stanno seduti di qui e di là. Ognuno guarda la pena degli altri. C’è un televisore che manda le immagini del vecchio professore e di Rosy Bindi cortese. Eppure nessuno ha voglia di discutere: è un pazzo o un genio incompreso? Ascoltano e basta, mentre il veleno buono scende nelle vene e ammazza le cellule cattive. Qualcuno proverà anche il protocollo Di Bella ora che costa quasi nulla. Una signora minuta e scura misura a passi il corridoio. Di là in una sala c’è il marito, 38 anni, tumore al cervello, bruciato dalla chemioterapia, cieco per il male. A casa l’aspettano quattro bambini e non sa come dirglielo che tra poco papà non ci sarà più: «Proverò? Certo proverò». Questa è la vita che ci cammina accanto.

Manifestazione a favore della terapia del professor Di Bella.
Manifestazione a favore della terapia
del professor Di Bella.

Carlo Madaro, nella pretura di Maglie, prudentemente, continua il processo. L’avvocato Mario Calò rappresenta l’Azienda sanitaria Lecce 2, quella che non dava la somatostatina gratis: «Non ho chiesto al pretore di revocare i provvedimenti. Chiedo chiarezza, per mettere insieme cognizioni scientifiche e sentimenti». Forse è normale che un giudice si debba occupare della pietà per chi è condannato a morire. Forse no. Lui ripete: «Non sfido alcuna medicina. Me la faranno pagare? E io pagherò. Ma non me la sento di abbandonare questa gente. Anzi chiedo una legge per i malati terminali». Ha 50 anni, da 24 sta in magistratura, scrive 1.500 sentenze all’anno. Forse è un tribuno, forse solo un paladino. «Qui va in scena la discussione sull’articolo 36 della Costituzione, quello che assicura il diritto alla salute. Finora non è affatto chiaro che esso comporta anche un diritto alla sopravvivenza», spiega l’avvocato Guido Pisanello, 38 anni, un figlio di due, quasi ammazzato da un tumore al cervello e dalle cure, che un giorno dell’anno scorso ha trovato Di Bella e la sua cura per quel bambino, che ora gattona a casa, mangia e ancora non è morto. C’è gente che sta bene e non vuole comparire.
   

Dalla morfina alla somatostatina

Ci sono medici veri che si defilano alla vista della truppa dei cronisti, ce ne sono altri che ricopiano fax di protocolli e smaniano per un posto in tivù. «Ecco il disorientamento», incalza il dottor Rodolfo Rollo, il medico che ha deciso prima delle decisioni del pretore, prima della delibera della Regione Puglia, di somministrare gratis la somatostatina, otto mesi fa. Dirige il terzo distretto della Asl Lecce 2 a Campi Salentina. Ragiona così: «È venuta gente che non vogliono più negli ospedali. Un bacio, una carezza e via. Vai a morire a casa, dicono, e gli mettono in mano le fiale di morfina, 60 mg al giorno. Gente che ha ubbidito alla Sanità che rappresento, fino a ieri, gente a cui io avrei dovuto dire fatti coraggio e muori. Ho riunito i medici di base, gli specialisti, i dirigenti. Ho chiesto: i nostri servizi che fanno? Non abbiamo studi seri? Non sappiamo se la sostanza serve o è solo una terapia aleatoria di supporto? Se l’uomo è il centro di tutto, se la vita c’è, se la salute non è solo mancanza di malattia, ma anche sollievo nella malattia, allora io prescrivo somatostatina e tutto il resto. Anche per una questione sociale. Sono persone che hanno sofferto immensamente, che hanno impegnato tutti i loro averi, che gli restano solo gli strozzini e il medico di famiglia, quello che gli dovrà chiudere gli occhi. Non è facile occuparsi dei malati terminali. Costa. Ma noi a questi medici vogliamo dare un compenso aggiuntivo. Prescrivono il protocollo Di Bella e forse sanno che sarà solo un palliativo, che forse serve solo a morire meglio, che c’è solo un effetto psicologico. Non importa. C’è gente che ha smesso la morfina. Agli altri, ai malati non terminali, consigliamo di aspettare la sperimentazione. Ma questa è la storia del dopo e molti non potranno vederne i risultati. Saranno già morti».

Il dottor Rodolfo Rollo. E' stato il primo a dire sì alla somatostatina. Il dottor Rodolfo Rollo.
E' stato il primo a dire sì
alla somatostatina.

La speranza sono una fiala, somatostatina, 516.700 lire da mescolare con acqua distillata e un cortisonico, due scatolette di pasticche e uno sciroppo di vitamine. Luca Belfiore, 27 anni, un sarcoma alveolare delle parti molli, scoperto cinque anni fa in una gamba, sotto forma di una piccola ciste, diffuso con metastasi nei polmoni, insomma «una cosa brutta brutta», dice lui. «La cura? Le solite che ti sfiancano. Ma funzionano, perché la malattia da qualche mese non progredisce. Finché in una clinica romana un medico mi consiglia di provare insieme il protocollo Di Bella. Stavo male e lui mi dice che forse farà bene. Le prime fiale le passa la clinica, per sei milioni e mezzo, metà prezzo. Le altre me le hanno date qui ora che sono gratis. Non so se servirà. Mi sento bene. So solo che ora la depressione mi assale assai di meno. Ho pianto troppo finora». Parole piane, anche qualche sorriso. Ma erano perse in un vuoto che un giudice è stato costretto a riempire. Di là nel frigorifero c’è un piccolo tesoro. Sono venuti anche dalla Asl a vedere come le custodisce.

Alberto Bobbio

Segue: «Ma per arrivare alla terapia...»

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