Periodici San Paolo - Home Page  
 

L’INTERVISTA - Parla il medico che ha diviso l’Italia

LA FATICA DI ESSER DI BELLA

di ALBERTO BOBBIO - foto di Nino Leto
   

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page Prima gli davano del ciarlatano, oggi lo accolgono nelle Commissioni. Ma lui cosa pensa del suo lavoro? È soddisfatto della conclusione cui è arrivato? «Un medico non arriva mai a una conclusione», risponde. «Penso di aver trovato un margine sicuro ad alcuni tumori. Altri mi resistono e mi umiliano. Ma non metto mai da parte la curiosità: se un medico non è curioso, non è scienziato».

Adesso che lo chiamano scienziato, adesso che Rosy Bindi se lo coccola, lui abbassa ancor di più il capo e sventola quel batuffolo di capelli bianchi. Ha 86 anni e due occhi di pazienza infinita. Forse mai come stamane sente tutta la fatica di essere il professor Luigi Di Bella. Ieri a Bologna il professor Umberto Veronesi ha detto: «Abbiamo in perfetto accordo esaminato questa terapia che abbiamo denominato MDB, cioè Multiterapia Di Bella...».

Lui si è svegliato come sempre alle 6. Piove. Poi l’alba colora di grigio il cielo e la processione del dolore si infila in via Marianini numero 45, Modena, una villetta ad un piano, un cartello che dice di non suonare, che il professore non prende nuovi appuntamenti. La sala d’aspetto ha due divani, uno ricoperto con un telo verde, l’altro un canapè bordeaux. Sulle pareti più volte qui e là torna un piccolo quadretto con le parole di Platone sulla nascita della tirannia (Repubblica, libro VIII). Nello studio ci sono due pazienti. È la prima visita della mattina. Dura da due ore. Lui ogni tanto scosta la tenda e vede la gente che aspetta, soffre e spera. Visita tutti i giorni qualcuno. Il resto del tempo lo passa al primo piano nei laboratori, zeppi di strumenti sofisticati. Solo alla domenica sale fino a Fanano e mette due fiori sulla tomba di Deda, la sua prima segretaria morta nel 1988, che con lui ha diviso poche soddisfazioni e tante delusioni. Neppure al cimitero riesce a stare in pace il vecchio professore.

Il professor Di Bella nel suo studio.
Il professor Di Bella nel suo studio.

Ora si apre la porta dello studio: un lettino di ferro piegato da una parte, tre poltroncine di velluto, uno scrittoio con le bordature di cuoio e libri, libri, libri che paiono precipitare giù.

  • Professore, è soddisfatto della sua vita?

«Non me lo sono mai chiesto. Faccio il mio dovere. Studio. Un medico non deve mai smettere di studiare».

  • Quanta gente ha salvato?

«Non so. Quello che conta è poter dire di aver salvato la vita. È la ragione della mia professione. Sono contento».

  • Cosa vuol dire per un medico lavorare con scienza e coscienza?

«Avere carattere, educazione, moralità e onestà».

  • Nixon nel 1971 firmò il National Cancer Act promettendo la vittoria definitiva sul male entro il secolo...

«Una stupidaggine. Da quel documento traspare la coscienza dell’impotenza contro il male e la stoltezza di paragonare la lotta al cancro a uno scontro militare. Retorica e basta, che suscitò un vespaio di critiche, di sospetti e calunnie. C’erano in gioco costi colossali, ma era prevedibile che si sarebbero avuti pochi risultati».

  • Perché?

«Perché si confonde sempre la malattia con il sintomo. La questione più importante appare la soppressione del dolore. Nelle cartelle cliniche che leggo, la malattia passa in secondo piano. Invece i sintomi possono essere comuni a molte malattie».

  • Secondo lei, i medici devono cambiare modo di fare le diagnosi?

«Non ho alcuna autorità per dare consigli».

Il professor Di Bella durante una visita.
Il professor Di Bella durante una visita.

  • Ma lei ha insegnato all’università...

«Sì, fisiologia, che è un po’ la logica della medicina, l’ordinamento delle funzioni dell’organismo. Oggi è una scienza poco considerata».

  • Che giudizio dà dello spettacolo offerto nelle scorse settimane?

«Non è stato bello vedere i medici azzuffarsi così sulla vita».

  • Si poteva evitare?

«C’è molta leggerezza. Si crede troppo al fatto che si è imparato già tutto. Forse non si poteva evitare».

  • Con il cancro bisogna convivere?

«No. Si può convivere con alcuni tipi di cancro, cioè vivere, lavorare normalmente. Con il mio protocollo, in presenza di metastasi, dopo incerte chemioterapie, si può raggiungere, per esempio con il melanoma, un modus vivendi».

  • La maggior parte dei medici non è d’accordo. Perché?

«Perché la gente non approva questa mentalità: una malattia va sconfitta, altrimenti si crea malcontento e malessere. Con la mia cura un tumore può rimanere inalterato a lungo».

  • Lei che risultati ha ottenuto?

«Io dico che nulla consente di prevedere con sufficiente sicurezza come può andare a finire. Con il mio protocollo, eventualmente integrato da radioterapie, i migliori risultati si sono ottenuti nelle metastasi ossee e nei mielomi».

  • Il cosiddetto occhio clinico del medico quanto deve contare?

«Molto. La tecnica dà risultati meravigliosi. Ma solo il medico può valutare come si reagisce e resiste alle terapie. Un ecocardiogramma con sfoggio di dati e privo di conclusioni vale meno di un esperto esame clinico al letto dell’ammalato».

  • La medicina oggi è troppo aggressiva?

«A volte sì. Ma la colpa è dei pazienti, che non sanno aspettare, che non hanno fiducia nella gradualità di un farmaco. Si vuole estirpare tutto e subito. Così oggi i medici più ascoltati sono i chirurghi».

  • Vale anche in oncologia?

«Sì. La chirurgia è la chiara espressione della coscienza della mancanza di un mezzo di guarigione. Di solito le chemio o le radioterapie preoperatorie non migliorano apprezzabilmente la prognosi. A volte si esagera, credendo che eliminando un focolaio di cancro si arrivi alla guarigione».

  • Si dice che se non risorge dopo cinque anni si è guariti...

«Dicono. Io ho visto ritorni dopo 25 anni».

  • Perché si muore così tanto di tumore?

«Perché le cure sono sbagliate: troppa chemio e chirurgia, visto che sono fornite gratis. Migliaia di dati, senza diagnosi esatte, troppo cortisone».

  • Professore, che effetto le fa prima essere definito ciarlatano e ora essere accolto nelle Commissioni?

«Mi fa dispiacere. Ma io non vivo del giudizio degli altri».

  • Pensa di essere arrivato ad una conclusione?

«Un medico non arriva mai ad una conclusione. Penso di aver trovato un argine sicuro ad alcuni tipi di tumore. Altri mi resistono e mi umiliano. Ma non metto mai da parte la curiosità di sapere. Se un medico non è curioso non è scienziato».

  • Cosa sono i medici oggi: più scienziati o più amministratori?

«Non prendiamocela con i medici. Oggi sono sottoposti a pressioni economiche e sociali. È colpevole chi è avido di denaro».

  • Come fa un giovane medico a studiare il suo protocollo?

«La parola magica in Italia è: arrangiarsi. Io l’ho imparata bene. Sfruttare ogni occasione e studiare».

  • Quanti sono i suoi allievi?

«Pochi».

  • C’è chi ha chiesto di ammettere il suo protocollo per "uso compassionevole". Lei cosa ha provato?

«Disprezzo. E poi compassione per i malati considerati cose inanimate. È una mentalità diffusa».

  • Cosa pensa del ministro Rosy Bindi?

«È stata vittima del sistema, ma si è difesa bene. E adesso mi ha capito».

  • Professore, perché visita gratis?

«Ho già la mia pensione, mi basta».

Alberto Bobbio

   Famiglia Cristiana n.4 del 4 febbraio 1998 - Home Page