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tre.
Visitare i carcerati

IL MONDO OLTRE LE SBARRE

di BARBARA CARAZZOLO
    

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page

«Ero in carcere e non mi hai visitato». È questa una parola di Gesù che io, a differenza dei volontari che si sono organizzati per offrire assistenza ai carcerati, certamente mi sentirò dire dal Signore nel giorno del giudizio. Infatti, solo una volta in vita mia andai a portare del vestiario e del cibo a un conoscente che era in prigione, ma non mi fecero passare: mi dissero che ci voleva l’autorizzazione del giudice e tante altre carte, e capii una volta per sempre che era un affare piuttosto complicato. Mi resi conto allora che era proprio l’isolamento il terribile genio del carcere. Così quest’opera di misericordia è inibita ai più. Ma sono tanti i poveri cristi in stato di isolamento, anche senza essere in prigione. Ci sono muri più alti e invalicabili di quelli delle patrie galere e, dietro altre non meno tenebrose muraglie, vivono innumerevoli uomini e donne che gli altri non vogliono vedere, né incontrare, e che nessuno mai cerca. Molti si isolano da sé, perché hanno loro motivi segreti di melanconia: c’è chi si porta dietro troppe delusioni e c’è chi soffre di quella debolezza interiore che ti fa temere la vita e aver paura della gente. Altri invece vengono isolati dagli uomini: tante volte basta non riuscire ad essere piacevoli per essere giudicati antipatici, ed equivale a una condanna. Altri ancora restano fuori dal giro delle amicizie e dei normali rapporti umani perché sembrano pericolosi, gente di cui non ci si può fidare: si pensi al dramma degli ex carcerati, ai quali praticamente è quasi impossibile un reinserimento nella normale vita civile.

È questa del vivere isolati un’esperienza molto dura, che tanti provano fin da bambini, quando in classe sei quello che tutti prendono in giro, che nessuno invita alla festa del compleanno, che durante la ricreazione resta solo, appoggiato al muro, ed è chiaro che per gli altri tu non esisti. Ora, per valicare questi muri non è necessario il permesso del giudice. Basta volerlo. Forse, per la maggioranza di noi, cittadini comuni, è questo che Cristo oggi ci chiede. Lo disse espressamente un giorno: «Quando offri un pranzo o una cena non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini... Al contrario, quando dai un banchetto invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai felice perché non hanno da ricambiarti. Riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (Vangelo di Luca 12,12-14). Dietro questa esortazione un po’ ironica di Gesù sta un’esigenza evangelica molto impegnativa: invece di circondarti sempre e solo di tanti amici simpatici che rallegrano la tua vita, cerca la compagnia di chi ha bisogno di compagnia, renditi tu amico di chi ha bisogno di amicizia.

Severino Dianich
   

I volontari della Caritas descrivono una realtà in cui, senza soldi e senza l’apposita "domandina", non si possono avere né vestiti, né gettoni, né dentifricio, né francobolli. E i detenuti sono quasi tutti poveri.

«Cristo muore tra due ladri, non tra due innocenti condannati ingiustamente. Ad uno dice "Oggi sarai con me in Paradiso". Quindi Gesù è entrato nel Regno dei Cieli a braccetto di un ladro, non di una suora o di un prete. Il Signore mi ha fatto la grazia immensa di farmi passare gli ultimi anni di vita in carcere. Come volontaria, certo, ma non per questo meno peccatrice di tanta gente che sta dietro le sbarre. E a tanti bravi cattolici che invocano pene più severe e magari evadono le tasse, voglio ricordare che Gesù ebbe parole di fuoco contro i farisei».

Non ha peli sulla lingua suor Gervasia Asioli, 82 anni, orsolina, insegnante in pensione. Trent’anni di carcere non l’hanno piegata né, tanto meno, rabbonita. Lei dice quello che pensa e pensa che il carcere, così come è, non sia giustizia, ma vendetta. «In carcere ci stanno soprattutto i poveri, ma la povertà si potrebbe prevenire. E non mi si venga a parlare di rieducazione: chi vuoi rieducare in quelle celle sovraffollate, in quei corridoi lugubri, senza la possibilità di un lavoro, senza strumenti, senza rispetto?».

Matteo 25: «Ero nudo e mi avete vestito, carcerato e siete venuti a trovarmi...». Nella coscienza collettiva è il volontariato più difficile, quello che ti pone di fronte anche ai colpevoli, agli assassini, ai ladri, ai mafiosi. Pane per i denti di poche persone davvero speciali, come suor Gervasia e pochi altri? E invece no. Sono circa quattromila i volontari che si occupano dei detenuti, e il loro è un lavoro prezioso.

Daniela De Robert di mestiere fa la giornalista televisiva. Michele Leonardi, invece, è un giovane avvocato. Sono due dei circa 150 volontari del Vic, l’associazione della Caritas diocesana di Roma, che operano nel carcere romano di Rebibbia. «Non entriamo in carcere per redimere, ma per affiancare delle persone che sono in un momento molto difficile della loro vita», spiegano. «Il nostro è un dialogo alla pari, tra persone che si incontrano e a poco a poco cominciano a conoscersi, come succede nella vita di tutti i giorni.

E proprio come nella vita quotidiana incontri gente simpatica e gente antipatica. Non chiediamo mai quale reato hanno commesso, non ci interessa. Così come un malato non è la sua malattia, un detenuto non è la sua colpa. Se hanno perso la libertà, perché devono perdere anche la loro dignità di persone? Dialogare con qualcuno che non sia un parente, un avvocato o il magistrato, vuol dire sentirsi riconosciuti come persone, per quello che si è e non per quello che si è fatto».

Questo è il senso profondo del volontariato in carcere, ma l’impegno non si ferma qui. «Noi portiamo tra le sbarre il mondo libero ma, nello stesso tempo, portiamo nel mondo libero ciò che accade tra le sbarre», dice Daniela. «E la prima cosa da chiarire è che in prigione ci sono soprattutto i poveri. Se non ci fossimo noi che distribuiamo indumenti, dalle tute alle mutande, molti detenuti sarebbero letteralmente nudi. Il carcere non passa vestiti e per chi non ha famiglia né soldi è dura. C’è gente arrestata d’estate che rimarrebbe in sandali e maglietta anche a dicembre. Se non ci fossimo noi che diamo i gettoni per il telefono, ci sono persone che non potrebbero fare nemmeno le due telefonate al mese concesse. E così via per i francobolli, per la carta, per il dentifricio, per un cibo diverso, perfino per il ticket necessario alle visite mediche: un problema, quest’ultimo, che lo Stato deve decidersi a risolvere. Ecco un altro dei nostri compiti: sensibilizzare i legislatori perché intervengano sul sistema». «In prigione vanno soprattutto i poveri, e non solo perché partono svantaggiati», aggiunge Michele che, come avvocato, si occupa anche dello sportello di consulenza legale gratuita ai detenuti. «La prima cosa che ho imparato in carcere è che la pena è inversamente proporzionale alla ricchezza. Più si è ricchi e meno si sta in prigione, e questo vale per qualunque reato, dal furto all’omicidio. Perché la difesa non è tutelata e c’è chi ruba miliardi, ha dieci avvocati e prende una condanna di un anno, ma c’è soprattutto chi ruba automobili oppure nei supermercati e si becca due anni per ogni automobile. E poi una persona di un certo stato sociale offre più garanzie e quindi accede più facilmente ai benefici e alle pene alternative. Chi concede gli arresti domiciliari a chi non ha una casa?».

I volontari del Vic, proprio per questo, gestiscono anche una casa alloggio per i detenuti in permesso e ai domiciliari. Ma l’impegno non finisce qui. «A Rebibbia, su circa 2.500 detenuti, ci sono solo 14 educatori», spiega Daniela. «Eppure sono figure professionali importanti, alle quali la legge Gozzini affidava il compito di rieducare e reinserire i detenuti. Ma gli educatori sono pochi, sommersi dal lavoro, a volte poco motivati, spesso francamente poco preparati. E la funzione rieducativa del carcere, prevista dalla Costituzione, va in malora. Così tutto ciò che di ricreativo o culturale in senso più ampio si riesce a fare nel carcere, è merito soprattutto del volontariato. C’è poi l’aspetto importante del rapporto con le famiglie. Ancora una volta siamo noi a portare dentro e fuori dal carcere notizie importanti: sulla salute, sull’educazione dei figli, perfino sulla data di rilascio. Alcuni detenuti, la cui famiglia abita magari lontano, quando escono non trovano nessuno ad aspettarli perché i parenti non sono stati avvertiti. Toccherebbe agli educatori, ma ognuno di loro ha in carico magari duecento detenuti. Come fa?».

Forse a questo punto sarebbe bene ricordare che in Italia non tutti i 261 penitenziari aprono le porte ai volontari. Il parere del direttore è obbligatorio, e basta che sorgano problemi di sicurezza per limitare o addirittura negare l’accesso. Se un direttore non crede al valore del volontariato in prigione, c’è poco da fare. «Eppure è stato anche grazie al volontariato che a Rebibbia, per esempio, sono stati aperti due laboratori di informatica in grado di accettare commesse esterne per lavori di alto livello», dice Michele. «Purtroppo occupano solo una trentina di detenuti, mentre il lavoro dovrebbe essere una condizione fondamentale per la riabilitazione. Che presente hai e che futuro puoi intravedere se il carcere, in realtà, ti educa all’ozio? Se passi il tuo tempo a compilare "domandine" e ad aspettare le risposte?».

Già, la famigerata "domandina". È lei che scandisce il tempo all’interno di una prigione. Burocraticamente è il modulo 13, il documento che un detenuto deve compilare per ottenere qualsiasi cosa: dal colloquio con un volontario al pacchetto di sigarette da acquistare allo spaccio fino alle due telefonate al mese consentite dai regolamenti (ma se il numero telefonico di chi cerchi è cambiato perdi il turno, come in un demenziale gioco dell’oca). «Per la risposta, invece, c’è tempo», sottolinea Daniela. «Nel senso che non sai mai quando arriverà, se fra un giorno o fra un mese. Colpevole o innocente che sia un detenuto, è rispetto della dignità umana, tutto questo? Ed è giusto che la società moderna chiuda gli occhi e si tappi le orecchie?». «In carcere ci sono entrata perché ho sempre avuto la mania di guardare fuori dal convento», conclude suor Gervasia. «Forse è ora che tutti, soprattutto i cristiani, imparino a guardare fuori dalle loro case e dentro le loro coscienze».

Barbara Carazzolo
(ha collaborato Nanni Vella)

Volontari: tutti insieme per migliorare il sistema

La parola d’ordine è: coordinare gli sforzi, lavorare in rete. Caritas nazionale, Arci Ora d’aria, Seac e Fivol, le associazioni più impegnate nel lavoro in carcere, una prima battaglia l’hanno già vinta. Nel giugno scorso, infatti, hanno superato le rispettive diversità culturali per dare vita alla "Conferenza nazionale volontariato e giustizia" (presso Fivol, telefono 06/47.40.712), che diventerà l’interlocutore dell’amministrazione penitenziaria. Con lo stesso criterio si stanno formando le Conferenze regionali, già in Lombardia, presto in Sardegna e Campania. A livello locale fanno la loro parte anche realtà sempre attive come Sant’Egidio, le Acli, il Gruppo Abele o Villa Maraini. «Non è stato facile dare vita alla Conferenza, c’è voluto un cammino comune di quattro anni, noi così diversi per storie e culture, ma ce l’abbiamo fatta». Ad affermarlo è il presidente del nuovo organismo nazionale, Livio Ferrari, leader anche del Seac, organizzazione "storica" con radici cattoliche, nata a Milano nel 1967 per assistere i detenuti. I primi passi di questo soggetto unitario sono promettenti: sul tavolo del ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto c’è già la bozza del protocollo di intesa tra istituzioni e volontariato per migliorare il sistema penitenziario. Ma quanti sono i volontari impegnati? «Difficile fare una stima», risponde Ferrari, «perché non tutti entrano in carcere con i permessi del ministero. Potrebbero essere circa quattromila persone». Un dato: nel ‘97 circa 200 Caritas diocesane hanno speso 559 milioni in assistenza ai carcerati.

È in arrivo anche una campagna di sensibilizzazione: la Conferenza promuoverà infatti un convegno per lanciare anche nel nostro Paese la figura del "mediatore penale": la persona cioè che, in caso di reati non gravi, "media" tra chi ha compiuto il reato e chi l’ha subìto. Una proposta che ha un duplice obiettivo: promuovere una cultura di vera pace e giustizia e ridurre il lavoro dei tribunali, ingolfatissimi anche di cause che riguardano piccoli reati.

Nanni Vella


   

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