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«Ero in carcere e non mi hai visitato». È questa una parola di Gesù che io,
a differenza dei volontari che si sono organizzati per offrire assistenza ai carcerati,
certamente mi sentirò dire dal Signore nel giorno del giudizio. Infatti, solo una volta
in vita mia andai a portare del vestiario e del cibo a un conoscente che era in prigione,
ma non mi fecero passare: mi dissero che ci voleva lautorizzazione del giudice e
tante altre carte, e capii una volta per sempre che era un affare piuttosto complicato. Mi
resi conto allora che era proprio lisolamento il terribile genio del carcere. Così
questopera di misericordia è inibita ai più. Ma sono tanti i poveri cristi in
stato di isolamento, anche senza essere in prigione. Ci sono muri più alti e invalicabili
di quelli delle patrie galere e, dietro altre non meno tenebrose muraglie, vivono
innumerevoli uomini e donne che gli altri non vogliono vedere, né incontrare, e che
nessuno mai cerca. Molti si isolano da sé, perché hanno loro motivi segreti di
melanconia: cè chi si porta dietro troppe delusioni e cè chi soffre di
quella debolezza interiore che ti fa temere la vita e aver paura della gente. Altri invece
vengono isolati dagli uomini: tante volte basta non riuscire ad essere piacevoli per
essere giudicati antipatici, ed equivale a una condanna. Altri ancora restano fuori dal
giro delle amicizie e dei normali rapporti umani perché sembrano pericolosi, gente di cui
non ci si può fidare: si pensi al dramma degli ex carcerati, ai quali praticamente è
quasi impossibile un reinserimento nella normale vita civile.
È questa del vivere isolati unesperienza molto dura,
che tanti provano fin da bambini, quando in classe sei quello che tutti prendono in giro,
che nessuno invita alla festa del compleanno, che durante la ricreazione resta solo,
appoggiato al muro, ed è chiaro che per gli altri tu non esisti. Ora, per valicare questi
muri non è necessario il permesso del giudice. Basta volerlo. Forse, per la maggioranza
di noi, cittadini comuni, è questo che Cristo oggi ci chiede. Lo disse espressamente un
giorno: «Quando offri un pranzo o una cena non invitare i tuoi amici, né i tuoi
fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini... Al contrario, quando dai un banchetto
invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai felice perché non hanno da ricambiarti.
Riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti» (Vangelo di Luca 12,12-14).
Dietro questa esortazione un po ironica di Gesù sta unesigenza evangelica
molto impegnativa: invece di circondarti sempre e solo di tanti amici simpatici che
rallegrano la tua vita, cerca la compagnia di chi ha bisogno di compagnia, renditi tu
amico di chi ha bisogno di amicizia.
Severino Dianich
I volontari della Caritas descrivono
una realtà in cui, senza soldi e senza lapposita "domandina", non si
possono avere né vestiti, né gettoni, né dentifricio, né francobolli. E i detenuti
sono quasi tutti poveri.
«Cristo muore
tra due ladri, non tra due innocenti condannati ingiustamente. Ad uno dice "Oggi
sarai con me in Paradiso". Quindi Gesù è entrato nel Regno dei Cieli a braccetto di
un ladro, non di una suora o di un prete. Il Signore mi ha fatto la grazia immensa di
farmi passare gli ultimi anni di vita in carcere. Come volontaria, certo, ma non per
questo meno peccatrice di tanta gente che sta dietro le sbarre. E a tanti bravi cattolici
che invocano pene più severe e magari evadono le tasse, voglio ricordare che Gesù ebbe
parole di fuoco contro i farisei».
Non ha peli sulla lingua suor Gervasia Asioli, 82 anni, orsolina,
insegnante in pensione. Trentanni di carcere non lhanno piegata né, tanto
meno, rabbonita. Lei dice quello che pensa e pensa che il carcere, così come è, non sia
giustizia, ma vendetta. «In carcere ci stanno soprattutto i poveri, ma la povertà si
potrebbe prevenire. E non mi si venga a parlare di rieducazione: chi vuoi rieducare in
quelle celle sovraffollate, in quei corridoi lugubri, senza la possibilità di un lavoro,
senza strumenti, senza rispetto?».
Matteo 25: «Ero nudo e mi avete vestito, carcerato e siete venuti a trovarmi...».
Nella coscienza collettiva è il volontariato più difficile, quello che ti pone di fronte
anche ai colpevoli, agli assassini, ai ladri, ai mafiosi. Pane per i denti di poche
persone davvero speciali, come suor Gervasia e pochi altri? E invece no. Sono circa
quattromila i volontari che si occupano dei detenuti, e il loro è un lavoro prezioso.
Daniela De Robert di mestiere fa la giornalista
televisiva. Michele Leonardi, invece, è un giovane avvocato. Sono due dei circa 150
volontari del Vic, lassociazione della Caritas diocesana di Roma, che operano nel
carcere romano di Rebibbia. «Non entriamo in carcere per redimere, ma per affiancare
delle persone che sono in un momento molto difficile della loro vita», spiegano. «Il
nostro è un dialogo alla pari, tra persone che si incontrano e a poco a poco cominciano a
conoscersi, come succede nella vita di tutti i giorni.
E proprio come nella vita quotidiana incontri gente simpatica e
gente antipatica. Non chiediamo mai quale reato hanno commesso, non ci interessa. Così
come un malato non è la sua malattia, un detenuto non è la sua colpa. Se hanno perso la
libertà, perché devono perdere anche la loro dignità di persone? Dialogare con qualcuno
che non sia un parente, un avvocato o il magistrato, vuol dire sentirsi riconosciuti come
persone, per quello che si è e non per quello che si è fatto».
Questo è il senso profondo del volontariato in carcere, ma
limpegno non si ferma qui. «Noi portiamo tra le sbarre il mondo libero ma, nello
stesso tempo, portiamo nel mondo libero ciò che accade tra le sbarre», dice Daniela. «E
la prima cosa da chiarire è che in prigione ci sono soprattutto i poveri. Se non ci
fossimo noi che distribuiamo indumenti, dalle tute alle mutande, molti detenuti sarebbero
letteralmente nudi. Il carcere non passa vestiti e per chi non ha famiglia né soldi è
dura. Cè gente arrestata destate che rimarrebbe in sandali e maglietta anche
a dicembre. Se non ci fossimo noi che diamo i gettoni per il telefono, ci sono persone che
non potrebbero fare nemmeno le due telefonate al mese concesse. E così via per i
francobolli, per la carta, per il dentifricio, per un cibo diverso, perfino per il ticket
necessario alle visite mediche: un problema, questultimo, che lo Stato deve
decidersi a risolvere. Ecco un altro dei nostri compiti: sensibilizzare i legislatori
perché intervengano sul sistema». «In prigione vanno soprattutto i poveri, e non solo
perché partono svantaggiati», aggiunge Michele che, come avvocato, si occupa anche dello
sportello di consulenza legale gratuita ai detenuti. «La prima cosa che ho imparato in
carcere è che la pena è inversamente proporzionale alla ricchezza. Più si è ricchi e
meno si sta in prigione, e questo vale per qualunque reato, dal furto allomicidio.
Perché la difesa non è tutelata e cè chi ruba miliardi, ha dieci avvocati e
prende una condanna di un anno, ma cè soprattutto chi ruba automobili oppure nei
supermercati e si becca due anni per ogni automobile. E poi una persona di un certo stato
sociale offre più garanzie e quindi accede più facilmente ai benefici e alle pene
alternative. Chi concede gli arresti domiciliari a chi non ha una casa?».
I volontari del Vic, proprio per questo, gestiscono anche una casa alloggio per i
detenuti in permesso e ai domiciliari. Ma limpegno non finisce qui. «A Rebibbia, su
circa 2.500 detenuti, ci sono solo 14 educatori», spiega Daniela. «Eppure sono figure
professionali importanti, alle quali la legge Gozzini affidava il compito di rieducare e
reinserire i detenuti. Ma gli educatori sono pochi, sommersi dal lavoro, a volte poco
motivati, spesso francamente poco preparati. E la funzione rieducativa del carcere,
prevista dalla Costituzione, va in malora. Così tutto ciò che di ricreativo o culturale
in senso più ampio si riesce a fare nel carcere, è merito soprattutto del volontariato.
Cè poi laspetto importante del rapporto con le famiglie. Ancora una volta
siamo noi a portare dentro e fuori dal carcere notizie importanti: sulla salute,
sulleducazione dei figli, perfino sulla data di rilascio. Alcuni detenuti, la cui
famiglia abita magari lontano, quando escono non trovano nessuno ad aspettarli perché i
parenti non sono stati avvertiti. Toccherebbe agli educatori, ma ognuno di loro ha in
carico magari duecento detenuti. Come fa?».
Forse a questo punto sarebbe bene ricordare che in Italia non tutti i 261 penitenziari
aprono le porte ai volontari. Il parere del direttore è obbligatorio, e basta che sorgano
problemi di sicurezza per limitare o addirittura negare laccesso. Se un direttore
non crede al valore del volontariato in prigione, cè poco da fare. «Eppure è
stato anche grazie al volontariato che a Rebibbia, per esempio, sono stati aperti due
laboratori di informatica in grado di accettare commesse esterne per lavori di alto
livello», dice Michele. «Purtroppo occupano solo una trentina di detenuti, mentre il
lavoro dovrebbe essere una condizione fondamentale per la riabilitazione. Che presente hai
e che futuro puoi intravedere se il carcere, in realtà, ti educa allozio? Se passi
il tuo tempo a compilare "domandine" e ad aspettare le risposte?».
Già, la famigerata "domandina". È lei che scandisce il
tempo allinterno di una prigione. Burocraticamente è il modulo 13, il documento che
un detenuto deve compilare per ottenere qualsiasi cosa: dal colloquio con un volontario al
pacchetto di sigarette da acquistare allo spaccio fino alle due telefonate al mese
consentite dai regolamenti (ma se il numero telefonico di chi cerchi è cambiato perdi il
turno, come in un demenziale gioco delloca). «Per la risposta, invece, cè
tempo», sottolinea Daniela. «Nel senso che non sai mai quando arriverà, se fra un
giorno o fra un mese. Colpevole o innocente che sia un detenuto, è rispetto della
dignità umana, tutto questo? Ed è giusto che la società moderna chiuda gli occhi e si
tappi le orecchie?». «In carcere ci sono entrata perché ho sempre avuto la mania di
guardare fuori dal convento», conclude suor Gervasia. «Forse è ora che tutti,
soprattutto i cristiani, imparino a guardare fuori dalle loro case e dentro le loro
coscienze».
Barbara Carazzolo
(ha collaborato Nanni Vella)
Volontari: tutti insieme per
migliorare il sistema
La parola dordine è: coordinare gli
sforzi, lavorare in rete. Caritas nazionale, Arci Ora daria, Seac e Fivol, le
associazioni più impegnate nel lavoro in carcere, una prima battaglia lhanno già
vinta. Nel giugno scorso, infatti, hanno superato le rispettive diversità culturali per
dare vita alla "Conferenza nazionale volontariato e giustizia" (presso Fivol,
telefono 06/47.40.712), che diventerà linterlocutore dellamministrazione
penitenziaria. Con lo stesso criterio si stanno formando le Conferenze regionali, già in
Lombardia, presto in Sardegna e Campania. A livello locale fanno la loro parte anche
realtà sempre attive come SantEgidio, le Acli, il Gruppo Abele o Villa Maraini.
«Non è stato facile dare vita alla Conferenza, cè voluto un cammino comune di
quattro anni, noi così diversi per storie e culture, ma ce labbiamo fatta». Ad
affermarlo è il presidente del nuovo organismo nazionale, Livio Ferrari, leader anche del
Seac, organizzazione "storica" con radici cattoliche, nata a Milano nel 1967 per
assistere i detenuti. I primi passi di questo soggetto unitario sono promettenti: sul
tavolo del ministro di Grazia e Giustizia Oliviero Diliberto cè già la bozza del
protocollo di intesa tra istituzioni e volontariato per migliorare il sistema
penitenziario. Ma quanti sono i volontari impegnati? «Difficile fare una stima»,
risponde Ferrari, «perché non tutti entrano in carcere con i permessi del ministero.
Potrebbero essere circa quattromila persone». Un dato: nel 97 circa 200 Caritas
diocesane hanno speso 559 milioni in assistenza ai carcerati.
È in arrivo anche una campagna di sensibilizzazione: la
Conferenza promuoverà infatti un convegno per lanciare anche nel nostro Paese la figura
del "mediatore penale": la persona cioè che, in caso di reati non gravi,
"media" tra chi ha compiuto il reato e chi lha subìto. Una proposta che
ha un duplice obiettivo: promuovere una cultura di vera pace e giustizia e ridurre il
lavoro dei tribunali, ingolfatissimi anche di cause che riguardano piccoli reati.
Nanni Vella |
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