«Non
molesterai il forestiero, né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese
dEgitto» (Es 22,20). Tutti sanno che nellEsodo si racconta lepopea di
un popolo in cammino, dalla schiavitù verso la terra promessa e la libertà. Durante quel
cammino, aspro, nel deserto, la bontà di Dio assiste il suo popolo, lo nutre, gli dà la
Legge e una serie di precetti tra i quali anche quello citato. Linsegnamento è chiaro: Tu non farai come legiziano
che ti tenne in schiavitù e ti sfruttò; ti ricorderai della tua schiavitù e tratterai
bene il forestiero che prenderà dimora presso di te.
Mentre si alzano le polemiche giornalistiche che mettono lun contro laltro
persino i vescovi, possiamo trarre insegnamento dal biblico precetto, adattandolo alla
nostra condizione di italiani che vivono alla fine del secondo millennio e che non hanno
dimenticato che fino a qualche decennio fa la nostra era terra soprattutto di emigrazione,
se è vero che per il mondo sono dispersi tanti italiani (di passaporto e oriundi) da
formare unaltra Italia. E allora: non molestare limmigrato, anche tu fosti
emigrato e avresti voluto trovare accoglienza e possibilità lavorative.
Non è certamente per fare polemica che ho accettato di scrivere questa pagina. Vorrei
poter dire però alcune cose semplici e chiare.
Le migrazioni sono una profezia, una parola di Dio comunicata agli uomini mediante
altri uomini. Tutti i migranti portano un messaggio evangelico da prendere sul serio: non
habemus hic manentem civitatem, siamo tutti pellegrini, in cammino verso la patria
celeste.
Gli italiani nel mondo, oggi, fanno onore alla patria lontana: la stragrande
maggioranza di loro ha dimenticato le fatiche dellemigrazione, le seconde e le terze
generazioni si sono integrate e, pur mantenendo lamore e la nostalgia per la terra
lontana, gli italiani si sono fatti cittadini di una nuova patria e per essa lealmente
lavorano.
Il fenomeno immigratorio è esploso in Italia: quelli che vi approdano provengono in
massima parte da situazioni di grande disagio, per la fame o la guerra o la persecuzione.
Fra questi continuano ad esserci i clandestini. E così continuerà ad essere, se non si
apre, attraverso la programmazione dei flussi prevista dalla nuova legge, una
possibilità, anche dilazionata nel tempo, di ingresso legale.
Diciamo apertamente che lo Stato ha il diritto e il dovere di disciplinare i flussi
migratori, di contrastare con mezzi efficaci limmigrazione clandestina, di accertare
lidentità di quanti entrano nel nostro Paese e la loro volontà di non delinquere.
Ha il diritto e il dovere di individuare, punire ed espellere i delinquenti, gli
spacciatori di droga, coloro che riducono in schiavitù ragazze e bambini, i mercanti di
carne umana che lucrano sulle sofferenze altrui (lespressione "mercanti di
carne umana" è del beato Scalabrini, riferita al suo tempo ai tanti italiani
emigranti e sfruttati).
Tutto questo è prescritto per legge; ma, ripeto, la legge prescrive anche la
programmazione dei flussi di ingresso regolari. Dal 1990 tale disposizione è rimasta
lettera morta fino ad oggi o, esattamente, fino a ieri, ma la gente, specie la più
disperata, non intende morire in ossequio a una legge e, se trova sbarrate tutte le
strade, fa il tentativo disperato, rischioso e costoso, di aprirsi una strada da sé.
La Chiesa si china maternamente sulluomo in difficoltà, chiunque sia (posso
ricordare don Renzo Beretta, martire dellaccoglienza?), fa fronte alle emergenze, fa
opera di supplenza rispetto alle istituzioni che stentano a muoversi. La
"politica" della Chiesa è lesercizio della carità fino alleroismo.
Ma viene poi il momento della politica degli Stati. Limmigrazione non è un
problema che lItalia può affrontare da sola. Esso riguarda lEuropa e il
mondo. Le nazioni, specie quelle del benessere, devono confrontarsi con le migrazioni dei
popoli. Queste, infatti, non si esauriranno; sono una sfida permanente con cui bisogna
fare i conti. Se interpretate come "profezia" possono aiutare la crescita
delluomo e preparare una terra nuova sotto il cielo dellunico Padre.
Una parola di fiducia vorrei dire ai mille volontari, sempre pronti a farsi carico,
come il buon samaritano, del fratello che viene da lontano, sempre ferito nel cuore e
spesso anche nel corpo. Forse, dopo il lungo servizio e in assenza di prospettive di
conclusione, può sopraggiungere la stanchezza e lo scoraggiamento. Coraggio. Gesù ha
promesso una ricompensa anche a chi avrà offerto un bicchier dacqua fresca per suo
amore. Egli è fedele: «Ero forestiero e mi avete ospitato, venite benedetti...».
Alfredo M. Garsia
(vescovo di Caltanissetta e presidente di "Migrantes")