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"NON MOLESTERAI IL FORESTIERO..."
     

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page Al di là delle polemiche, ora che il fenomeno immigratorio è esploso in Italia, traiamo insegnamento dal precetto biblico ricordando che fino a qualche decennio fa la nostra era terra di emigrazione.

«Non molesterai il forestiero, né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Es 22,20). Tutti sanno che nell’Esodo si racconta l’epopea di un popolo in cammino, dalla schiavitù verso la terra promessa e la libertà. Durante quel cammino, aspro, nel deserto, la bontà di Dio assiste il suo popolo, lo nutre, gli dà la Legge e una serie di precetti tra i quali anche quello citato. L’insegnamento è chiaro: Tu non farai come l’egiziano che ti tenne in schiavitù e ti sfruttò; ti ricorderai della tua schiavitù e tratterai bene il forestiero che prenderà dimora presso di te.

Mentre si alzano le polemiche giornalistiche che mettono l’un contro l’altro persino i vescovi, possiamo trarre insegnamento dal biblico precetto, adattandolo alla nostra condizione di italiani che vivono alla fine del secondo millennio e che non hanno dimenticato che fino a qualche decennio fa la nostra era terra soprattutto di emigrazione, se è vero che per il mondo sono dispersi tanti italiani (di passaporto e oriundi) da formare un’altra Italia. E allora: non molestare l’immigrato, anche tu fosti emigrato e avresti voluto trovare accoglienza e possibilità lavorative.

Non è certamente per fare polemica che ho accettato di scrivere questa pagina. Vorrei poter dire però alcune cose semplici e chiare.

Le migrazioni sono una profezia, una parola di Dio comunicata agli uomini mediante altri uomini. Tutti i migranti portano un messaggio evangelico da prendere sul serio: non habemus hic manentem civitatem, siamo tutti pellegrini, in cammino verso la patria celeste.

Gli italiani nel mondo, oggi, fanno onore alla patria lontana: la stragrande maggioranza di loro ha dimenticato le fatiche dell’emigrazione, le seconde e le terze generazioni si sono integrate e, pur mantenendo l’amore e la nostalgia per la terra lontana, gli italiani si sono fatti cittadini di una nuova patria e per essa lealmente lavorano.

Il fenomeno immigratorio è esploso in Italia: quelli che vi approdano provengono in massima parte da situazioni di grande disagio, per la fame o la guerra o la persecuzione. Fra questi continuano ad esserci i clandestini. E così continuerà ad essere, se non si apre, attraverso la programmazione dei flussi prevista dalla nuova legge, una possibilità, anche dilazionata nel tempo, di ingresso legale.

Diciamo apertamente che lo Stato ha il diritto e il dovere di disciplinare i flussi migratori, di contrastare con mezzi efficaci l’immigrazione clandestina, di accertare l’identità di quanti entrano nel nostro Paese e la loro volontà di non delinquere. Ha il diritto e il dovere di individuare, punire ed espellere i delinquenti, gli spacciatori di droga, coloro che riducono in schiavitù ragazze e bambini, i mercanti di carne umana che lucrano sulle sofferenze altrui (l’espressione "mercanti di carne umana" è del beato Scalabrini, riferita al suo tempo ai tanti italiani emigranti e sfruttati).

Tutto questo è prescritto per legge; ma, ripeto, la legge prescrive anche la programmazione dei flussi di ingresso regolari. Dal 1990 tale disposizione è rimasta lettera morta fino ad oggi o, esattamente, fino a ieri, ma la gente, specie la più disperata, non intende morire in ossequio a una legge e, se trova sbarrate tutte le strade, fa il tentativo disperato, rischioso e costoso, di aprirsi una strada da sé.

La Chiesa si china maternamente sull’uomo in difficoltà, chiunque sia (posso ricordare don Renzo Beretta, martire dell’accoglienza?), fa fronte alle emergenze, fa opera di supplenza rispetto alle istituzioni che stentano a muoversi. La "politica" della Chiesa è l’esercizio della carità fino all’eroismo.

Ma viene poi il momento della politica degli Stati. L’immigrazione non è un problema che l’Italia può affrontare da sola. Esso riguarda l’Europa e il mondo. Le nazioni, specie quelle del benessere, devono confrontarsi con le migrazioni dei popoli. Queste, infatti, non si esauriranno; sono una sfida permanente con cui bisogna fare i conti. Se interpretate come "profezia" possono aiutare la crescita dell’uomo e preparare una terra nuova sotto il cielo dell’unico Padre.

Una parola di fiducia vorrei dire ai mille volontari, sempre pronti a farsi carico, come il buon samaritano, del fratello che viene da lontano, sempre ferito nel cuore e spesso anche nel corpo. Forse, dopo il lungo servizio e in assenza di prospettive di conclusione, può sopraggiungere la stanchezza e lo scoraggiamento. Coraggio. Gesù ha promesso una ricompensa anche a chi avrà offerto un bicchier d’acqua fresca per suo amore. Egli è fedele: «Ero forestiero e mi avete ospitato, venite benedetti...».

Alfredo M. Garsia
(vescovo di Caltanissetta e presidente di "Migrantes")

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