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   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page LA VITA, LA MORTE, L'AIDS
e i pregiudizi di noi credenti tiepidi


Un malato terminale ringrazia Dio per il dono che gli ha fatto, anche in quest’ora: «La mia malattia non è un tempo per morire, ma per vivere».

Il 7 febbraio la Chiesa ha celebrato la Giornata per la vita. Non capisco perché sia solo una festa della Chiesa, dovrebbe essere una festa di tutti. Tutti dovremmo fare festa, perché la vita è una cosa meravigliosa, è il regalo più grande che ci è stato fatto e che ci viene donato ogni giorno dalle mani di Dio. Per me, malato terminale di Aids, la festa avrebbe dovuto essere la Giornata mondiale del malato. Ma io sento di più questa festa della vita, perché l’Aids non è solo un modo di morire, ma un tempo per vivere. Guardiamo alla vita con l’occhio e la gioia del terzo giorno, quello della risurrezione. So che non è sempre facile. Anche a me in questo periodo, in cui giramenti di testa e vertigini sono all’ordine del giorno, quando i dolori non mi danno tregua nemmeno per due ore di fila, viene da guardare la vita con l’occhio del primo giorno, quello della morte. Ma poi mi ritrovo ancora una volta il Vangelo tra le mani e sarà per colpa degli occhi mezzi chiusi che leggo: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo... e questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se resteranno contagiati dall’Aids non moriranno». Io ci credo. E intuisco che questo non morire è più profondo della morte del corpo. Non morire significa vivere. Significa che l’Aids, la morte, non prevarrà sulla vita, ma l’amore vincerà: la vita vince l’Aids! E allora mi viene da leggere così questa lettera antica ma sempre nuova: «Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gioia che ci viene rivelata attraverso la vita e attraverso la sofferenza presente». La vita non è dolore, è gioia. La vita è un alito soffiato dentro di noi. Spesso però lo lasciamo in fondo al cuore e gli mettiamo sopra dei grossi pesi. Ma se noi siamo tempio di Dio dovremmo capire quanto la vita è preziosa. Allora perché ucciderla quando è ancora nel seno materno? Perché non capire che un handicappato, un anziano, un barbone, un extracomunitario è comunque tempio di Dio, ha una ricchezza che deve poter sperimentare? Se proprio dobbiamo arrabbiarci, non facciamolo con chi è indifeso. Arrabbiamoci perché non si trova il denaro necessario per provvedere cibo, acqua, educazione, salute e alloggio adeguati a ogni persona del mondo. È una cifra molto grossa, ma pari a quanto il mondo spende in armi in due settimane. Noi dobbiamo scoprire il segreto della felicità, il segreto della gioia: amando si ha la vita e condividendo si ha la gioia. E allora la sera, pensando alla giornata vissuta, alle cose non fatte, alla preghiera non detta, alla gioia non vissuta, ho tolto dal mio viso il sorriso. Ma poi ho intuito quello che è veramente importante e ho iniziato a ringraziare il Signore: grazie per il dono della vita, grazie per ogni momento di oggi, per ogni persona che ho incontrato, per quello che sono riuscito a fare. Ma grazie anche per le cose che non sono riuscito a fare, per poco amore o forse solo perché non era nel suo disegno; grazie per la carrozzina della piccola Sandra che mi intralcia quando cammino nel peccato e nella vanità; grazie per il sorriso di Mariangela quando mi dice di non tagliarmi i capelli perché sto bene così, grazie perché lei che è cieca mi fa vedere la strada; grazie per la macchina che mi ha portato all’ospedale, per il medico che mi ha curato, per la sveglia che mi ha svegliato, per l’acqua che mi ha lavato. Grazie, Signore, perché ti posso scrivere, cantare, pregare; grazie perché ci sei. Grazie per il lavavetri al semaforo che non lascia tranquilla la mia coscienza quando gli do i trenta denari che ho in tasca, versati per elemosina quando invece gli sono dovuti per giustizia. Grazie per Rosi, che mi hai messo accanto. Grazie perché io sono più fortunato di molti altri, per il semplice fatto che io sono un malato di Aids. Grazie perché attraverso "questa" morte mi fai capire la vita.

Stefano

La vita non è dolore, è gioia. Soprattutto è un mistero, almeno quando riempie totalmente di sé un cuore, come ha fatto con quello di Stefano. È un mistero questo miracolo di un cuore che riesce a ringraziare Dio per il dono della vita anche quando si avvicina inesorabile il momento della morte. Ogni uomo che giunge cosciente sulla soglia di questo passaggio rischia di lasciarsi andare. È successo anche a Gesù nell’Orto degli ulivi, poi ancora in croce: «Abbà, padre, perché mi hai abbandonato?».

Davanti ai nostri occhi, oggi, sulla croce c’è un altro uomo, un malato terminale di Aids, assolutamente lucido sul destino cui va incontro. Ma quest’uomo non grida disperato, non si lascia andare. Anzi, riesce a essere d’incoraggiamento a tutti noi, invitandoci a guardare il momento della sofferenza con l’occhio del terzo giorno, a stare sulla croce pensando alla risurrezione. Senza rassegnarsi, ma accettando tutto quello che viene dal Signore, la vita e la sua fine, intesa però come inizio di vita nuova, di vita eterna.

Può darsi che, a leggere le parole di Stefano, a qualcuno potrebbe venire il sospetto di trovarsi di fronte al prodotto di una mente un po’ invasata, forse sconvolta dal pensiero della morte vicina e dunque proiettata in una visione di conforto e di pace che "si gonfia" ad arte, quasi nel tentativo di darsi una speranza che in realtà non c’è, o che in un momento così pesante non si può realisticamente provare. Io credo invece che Stefano sia giunto a questo punto di maturazione attraverso un percorso lungo e doloroso: ora non è più sulla croce perché c’è stato prima.

Ho voluto fare questa precisazione perché in effetti, in certe situazioni, si producono facilmente stati di esaltazione mentale che aiutano a superare i momenti più duri. In realtà non metto minimamente in dubbio la sincerità di Stefano. La vedo nella riflessione che fa sulle Scritture, la leggo nell’onestà con cui confessa la sua debolezza nelle ore in cui il male lo aggredisce più crudelmente, la sento quando dice che gli si spegne il sorriso mentre pensa alle cose andate storte nella giornata. E soprattutto, non ho motivi per non credere che lui sia arrivato a questo stato di profondità della fede. Anzi, ne faccio un motivo di speranza per tutti, perché è bello vedere che qualcuno, proprio nella malattia e nella sofferenza, riesce sempre e comunque a ringraziare Dio per il dono della vita.

E qui Stefano ribalta in un colpo solo tutti i nostri pregiudizi nei confronti della morte: «L’Aids non è solo un tempo per morire, ma un tempo per vivere». Quante volte, vedendo o sentendo parlare di un malato terminale di Aids abbiamo pensato a lui come a un condannato? Senza renderci conto, e qui entra in gioco il pregiudizio sulla morte, che per un credente la fine della vita terrena è veramente un "passaggio", una Pasqua di liberazione che prelude al premio eterno.

Se non fosse così, che senso avrebbe morire? Stefano questo senso l’ha capito e ci aiuta a capirlo: davanti a un malato terminale non dobbiamo pensare che "sta morendo", ma che sta vivendo, ancora e sempre di più. Altrimenti il nostro non è un pregiudizio nei confronti della morte, ma della vita.

d.f.

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