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EDITORIALE


DELL'UTRI, SOFRI, SHARIFA...:
GIUDICI INADEGUATI O AGGREDITI?

   

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page Mai come in questo periodo abbiamo assistito a un simile uragano intorno all’operato della magistratura. Diversi "casi" creano nell’opinione pubblica un’opposta impressione: che sia in atto un’aggressione contro i giudici, o che i giudici siano inferiori al loro compito.

Il dibattito sul funzionamento della Giustizia in Italia non è solo un confronto fra garantisti e "giustizialisti", aspro a volte fino alla ferocia, ma pienamente giustificato in un Paese democratico che voglia migliorare il rapporto fra i poteri dello Stato. Al fondo di quel dibattito c’è una questione profonda e antica quanto la storia della civiltà umana: da chi, perché e come si attribuisce a determinati uomini il compito-potere di giudicare altri uomini.

Nella Repubblica di Platone si legge una definizione di Giustizia come «l’utile del più forte», in un quadro complessivo in cui comunque i vari poteri di uno Stato tendono all’ordine e all’armonia. Ma il massimo teorico moderno dello Stato di diritto, Hans Kelsen, ha fatto un’osservazione di buon senso, però in un certo senso devastante. In una democrazia le leggi vengono fatte dal Parlamento, che esprime in tal modo la sua "volontà", ma, dice Kelsen, «votare per un disegno di legge non implica affatto volere effettivamente il contenuto della legge. In senso psicologico, si può "volere" solo ciò di cui si ha un’idea; è impossibile "volere" qualcosa che si ignora. Ora, è un fatto che sovente, se non sempre, un numero rilevante di coloro che votano per un disegno di legge ha al massimo una conoscenza superficialissima del suo contenuto».

Si dice comunemente che l’Italia ha troppe leggi, e molte di esse sono "mal fatte". Più ragionevolmente si può forse dire che sono state fatte in un certo modo, che qualche tempo dopo risulta sbagliato, perché fra il momento della loro formulazione e la loro applicazione odierna sono cambiati non solo le circostanze ma soprattutto gli umori del legislatore. In più, la norma in origine perfetta, o ritenuta adatta a fronteggiare determinati crimini, col tempo sconta l’usura degli errori e gli eccessi o le mancanze con cui può essere eseguita, o la malizia di chi trova sempre nuovi accorgimenti per eluderla.

Il caso delle norme sui "pentiti" è esemplare. Per quanto i numeri non autorizzino certi quadri catastrofici che se ne danno (solo il 4,5 per cento dei soggetti ammessi al trattamento dei "collaboratori di giustizia" è tornato a commettere reati dopo il "contratto" di protezione con lo Stato, mentre la percentuale negli Stati Uniti è fra il 18 e il 20) è tuttavia chiaro che la norma del 1991 è da rivedere, e da due anni giace in Parlamento una proposta dell’ex ministro Flick a questo scopo.

Capita ora che un giudice palermitano, su richiesta di quella Procura della Repubblica – che dell’uso dei "pentiti" ha fatto un caposaldo della sua lotta alla mafia – chieda alla Camera dei deputati l’autorizzazione all’arresto di uno dei suoi membri, l’onorevole Marcello Dell’Utri, al quale si fa carico di aver "ordito un complotto" utilizzando "falsi pentiti" per smentire i "veri collaboratori di giustizia" che lo accusano nel processo in corso contro di lui a Palermo. L’onorevole Dell’Utri si difende affermando di aver contattato quei "pentiti" solo dopo essere stato invitato da loro, che si dicevano in grado di testimoniare che, nelle carceri italiane dove sono rinchiusi, era ed è ancora in atto un vero "complotto" per inventare false accuse contro di lui e contro il leader di Forza Italia, Berlusconi.

Il gip che ha emesso la richiesta di arresto per Dell’Utri non ha dubbi: sarebbe in atto un tentativo di creare un polverone, «così da determinare le condizioni più idonee per una radicale revisione della normativa in materia di pentiti», cioè l’art. 192 del Codice di procedura penale. È un’affermazione grave, che si poteva evitare, e che ha provocato la reazione di molti parlamentari, i quali rifiutano il ruolo di sia pure inconsapevoli favoreggiatori di quanti vorrebbero – se è vero – delegittimare i "pentiti" per difendere interessi personali.

Qui cade a proposito la citazione di Kelsen: è una vera "volontà" autonoma, volta esclusivamente al contenuto effettivo di un disegno di legge, quella che anche in questo caso (la revisione della normativa sui "pentiti") guiderà i parlamentari nella loro scelta? O sarà ancora una volta qualche ragione contingente diversa, di schieramento, di partito, a spingerli a consegnare ai magistrati, perché le applichino, norme sul "pentitismo" magari opposte a quelle in vigore, e che tutto sommato hanno dato buoni risultati? E, analogamente, la risposta della Camera alla richiesta di arresto di Dell’Utri sarà presa per ragioni politiche, da una parte e dall’altra, o risponderà a un convincimento di coscienza dei singoli deputati dopo aver letto attentamente e senza pregiudizi le 280 pagine e i diciassette "faldoni" che contengono le accuse a Dell’Utri?

E infine, per quanto riguarda la questione fondamentale che abbiamo posto all’inizio: mai come in questo periodo abbiamo assistito a un simile uragano intorno all’operato della magistratura. I "casi" Sofri, Sharifa (la donna somala tenuta in carcere per sei mesi sotto la falsa accusa di commercio di bambini), Dell’Utri, clinica San Raffaele di Milano, Elena Paciotti (già presidente dell’Associazione magistrati che ha accettato la candidatura dei Ds per le elezioni europee) e così via, ognuno per conto suo, sia pure con motivazioni diverse, creano nell’opinione pubblica, attraverso i media, una doppia, opposta, devastante impressione: che sia in atto un’aggressione contro i giudici, o che i giudici siano gravemente inferiori al loro compito. Mentre ognuno di questi casi racconta ciò che da sempre gli uomini conoscono, ma dimenticano facilmente: che non c’è mestiere più difficile del giudicare.

Beppe Del Colle

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