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Mai come in questo periodo
abbiamo assistito a un simile uragano intorno alloperato della magistratura. Diversi
"casi" creano nellopinione pubblica unopposta impressione: che sia
in atto unaggressione contro i giudici, o che i giudici siano inferiori al loro
compito. Il dibattito sul funzionamento della Giustizia in Italia non è solo un
confronto fra garantisti e "giustizialisti", aspro a volte fino alla ferocia, ma
pienamente giustificato in un Paese democratico che voglia migliorare il rapporto fra i
poteri dello Stato. Al fondo di quel dibattito cè una questione profonda e antica
quanto la storia della civiltà umana: da chi, perché e come si attribuisce a determinati
uomini il compito-potere di giudicare altri uomini.
Nella Repubblica di Platone si legge una definizione di
Giustizia come «lutile del più forte», in un quadro complessivo in cui comunque i
vari poteri di uno Stato tendono allordine e allarmonia. Ma il massimo teorico
moderno dello Stato di diritto, Hans Kelsen, ha fatto unosservazione di buon senso,
però in un certo senso devastante. In una democrazia le leggi vengono fatte dal
Parlamento, che esprime in tal modo la sua "volontà", ma, dice Kelsen, «votare
per un disegno di legge non implica affatto volere effettivamente il contenuto della
legge. In senso psicologico, si può "volere" solo ciò di cui si ha
unidea; è impossibile "volere" qualcosa che si ignora. Ora, è un fatto
che sovente, se non sempre, un numero rilevante di coloro che votano per un disegno di
legge ha al massimo una conoscenza superficialissima del suo contenuto».
Si dice comunemente che lItalia ha troppe leggi, e molte di esse sono "mal
fatte". Più ragionevolmente si può forse dire che sono state fatte in un certo
modo, che qualche tempo dopo risulta sbagliato, perché fra il momento della loro
formulazione e la loro applicazione odierna sono cambiati non solo le circostanze ma
soprattutto gli umori del legislatore. In più, la norma in origine perfetta, o ritenuta
adatta a fronteggiare determinati crimini, col tempo sconta lusura degli errori e
gli eccessi o le mancanze con cui può essere eseguita, o la malizia di chi trova sempre
nuovi accorgimenti per eluderla.
Il caso delle norme sui "pentiti" è esemplare. Per quanto i numeri non
autorizzino certi quadri catastrofici che se ne danno (solo il 4,5 per cento dei soggetti
ammessi al trattamento dei "collaboratori di giustizia" è tornato a commettere
reati dopo il "contratto" di protezione con lo Stato, mentre la percentuale
negli Stati Uniti è fra il 18 e il 20) è tuttavia chiaro che la norma del 1991 è da
rivedere, e da due anni giace in Parlamento una proposta dellex ministro Flick a
questo scopo.
Capita ora
che un giudice palermitano, su richiesta di quella Procura della Repubblica che
delluso dei "pentiti" ha fatto un caposaldo della sua lotta alla mafia
chieda alla Camera dei deputati lautorizzazione allarresto di uno dei
suoi membri, lonorevole Marcello DellUtri, al quale si fa carico di aver
"ordito un complotto" utilizzando "falsi pentiti" per smentire i
"veri collaboratori di giustizia" che lo accusano nel processo in corso contro
di lui a Palermo. Lonorevole DellUtri si difende affermando di aver contattato
quei "pentiti" solo dopo essere stato invitato da loro, che si dicevano in grado
di testimoniare che, nelle carceri italiane dove sono rinchiusi, era ed è ancora in atto
un vero "complotto" per inventare false accuse contro di lui e contro il leader
di Forza Italia, Berlusconi.
Il gip che ha emesso la richiesta di arresto per DellUtri non
ha dubbi: sarebbe in atto un tentativo di creare un polverone, «così da determinare le
condizioni più idonee per una radicale revisione della normativa in materia di pentiti»,
cioè lart. 192 del Codice di procedura penale. È unaffermazione grave, che
si poteva evitare, e che ha provocato la reazione di molti parlamentari, i quali rifiutano
il ruolo di sia pure inconsapevoli favoreggiatori di quanti vorrebbero se è vero
delegittimare i "pentiti" per difendere interessi personali.
Qui cade a
proposito la citazione di Kelsen: è una vera "volontà" autonoma, volta
esclusivamente al contenuto effettivo di un disegno di legge, quella che anche in questo
caso (la revisione della normativa sui "pentiti") guiderà i parlamentari nella
loro scelta? O sarà ancora una volta qualche ragione contingente diversa, di
schieramento, di partito, a spingerli a consegnare ai magistrati, perché le applichino,
norme sul "pentitismo" magari opposte a quelle in vigore, e che tutto sommato
hanno dato buoni risultati? E, analogamente, la risposta della Camera alla richiesta di
arresto di DellUtri sarà presa per ragioni politiche, da una parte e
dallaltra, o risponderà a un convincimento di coscienza dei singoli deputati dopo
aver letto attentamente e senza pregiudizi le 280 pagine e i diciassette
"faldoni" che contengono le accuse a DellUtri?
E infine, per quanto riguarda la questione fondamentale che abbiamo
posto allinizio: mai come in questo periodo abbiamo assistito a un simile uragano
intorno alloperato della magistratura. I "casi" Sofri, Sharifa (la donna
somala tenuta in carcere per sei mesi sotto la falsa accusa di commercio di bambini),
DellUtri, clinica San Raffaele di Milano, Elena Paciotti (già presidente
dellAssociazione magistrati che ha accettato la candidatura dei Ds per le elezioni
europee) e così via, ognuno per conto suo, sia pure con motivazioni diverse, creano
nellopinione pubblica, attraverso i media, una doppia, opposta, devastante
impressione: che sia in atto unaggressione contro i giudici, o che i giudici siano
gravemente inferiori al loro compito. Mentre ognuno di questi casi racconta ciò che da
sempre gli uomini conoscono, ma dimenticano facilmente: che non cè mestiere più
difficile del giudicare.
Beppe Del Colle |