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DOSSIER IMMIGRAZIONE

ALL'OMBRA DI UN GAZEBO

   

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page

Crediamo di parlare di "loro" e parliamo di "noi". L’immigrazione è uno specchio: più lo guardiamo, più ci rimanda l’immagine della nostra società, della nostra vita, delle nostre paure. Poche settimane fa ne abbiamo avuto la dimostrazione pratica. Milano turbata da una serie di omicidi e subito scatta il riflesso, la connessione automatica con l’immigrazione. Dicono le statistiche che nel 1998 (l’anno dell’invasione, degli sbarchi nel Sud) gli omicidi volontari a Milano sono stati 70: "solo" 70, almeno rispetto ai 199 del 1997. Sempre a Milano, un sondaggio ci dice che appena il 29 per cento dei milanesi passeggia tranquillo la sera nel centro, contro una buona media nazionale del 60 per cento. Tutto questo nella città che in 15 anni ha perso 400.000 residenti, che "manovra" il 90 per cento dei movimenti finanziari in lire, che ha visto crescere la percentuale degli occupati (più 1,6 per cento nel 1998 rispetto al 1997). Insomma, Milano: più si trova comoda e ricca, più ha paura. Ma lasciamo stare Milano. Aver paura, ovunque e comunque, non è una colpa.

Può darsi, però, che quanto c’inquieta non sia l’immigrazione in sé, ma la trasformazione del mondo che l’immigrato porta scritta in faccia: nazioni che scoppiano di guerre o di fame o si difendono serrando la fila, come in Europa; reti velocissime del commercio e dell’informazione; mutazione perpetua dell’economia. Il provvisorio, il mutevole, l’imprevedibile eletto a sistema, a regola di vita.
E su tutto la sensazione, anzi la certezza, che fenomeni e tragedie lontanissime arrivino poi a scaricarsi direttamente nel nostro quartiere, senza mediazioni, a chi tocca tocca. Così sotto casa nostra può installarsi, con la stessa probabilità e in un certo senso per le stesse cause, un nuovo fast-food e l’ultima prostituta africana o albanese.

Fulvio Scaglione

Don Camillo l’ha detto chiaro e tondo ai parrocchiani leghisti: «Volete raccogliere le firme davanti alla chiesa? Nulla in contrario, però spiegate bene le vostre ragioni: la gente deve capire, poi decide secondo coscienza». E così è comparso un banchetto davanti alla canonica: basta con l’immigrazione clandestina, ci vogliono regole nuove e un po’ di rispetto, mica possono riempire le nostre strade di prostitute africane. In certi punti ce n’è una ogni dieci metri, una vergogna. E le firme fioccano: prima della Messa e dopo.

Non è un romanzo di Guareschi. E Peppone non c’entra. Don Camillo è il giovane parroco di San Marco Evangelista, a Cavernago, provincia di Bergamo, 1.300 anime, 800 elettori, in maggioranza "padani". E questa è la cronaca di una domenica passata in Lombardia tra i gazebo della Lega, 2.800 in tutta la Padania, che ha deciso di raccogliere 500.000 firme per un referendum contro la legge Turco-Napolitano. Secondo la Caritas, il 21,7 per cento dei titolari di diritto di soggiorno, circa 271.000 immigrati, risiede in Lombardia, dove però ci sono 113.000 "regolarizzandi", brutta parola per definire i clandestini che aspettano il permesso e forse non l’otterranno mai.

Dopo le prime due domeniche, in base ai calcoli del comitato organizzatore, sono state raccolte in tutto 300.000 firme. In testa, sino a quel punto, Bergamo e provincia, con 23.500 firme, Varese (21.400) e Treviso (19.100). Ormai siamo alla quarta settimana e i leghisti gongolano. Erano partiti in sordina, o quasi, e strada facendo hanno incassato pure la "benedizione" dei gesuiti. Forse è il segnale che aspettavano i cattolici, padani e non, perché da quel momento si è allungata la fila davanti alle chiese. Risultato: firmano i leghisti duri e puri, ma anche tanti cattolici. E sembrano decisi: «Nessuna contraddizione con i nostri valori: non confondiamo il sentimento dell’accoglienza con un fenomeno incontrollato che spesso sfocia nella criminalità».

A Cavernago, subito dopo la Messa delle 9, sono state raccolte 50 firme. «La verità è che i bergamaschi si sentono invasi, minacciati», lamentano le camicie verdi. Ma da chi? «Da questo flusso inarrestabile di clandestini senza lavoro e senza futuro. Fate un giro nei nostri paesi, nelle cascine: molti sono violenti, vogliono fare il bello e cattivo tempo. E non vedo perché noi, cittadini di questo Stato, dobbiamo rispettare determinate regole, e loro che sono ospiti no».

«E poi questo schifo sulle strade», aggiunge seccata la responsabile locale del partito: «Ma devono venire a prostituirsi proprio nelle nostre campagne? Chiediamo che la Chiesa condanni tutto questo apertamente, non che si limiti a giustificare l’andazzo: "Poverine, bisogna capirle". Altrimenti fa solo del buonismo».

A Ghisalba, 4.300 abitanti, pochi chilometri più avanti, la musica non cambia. Il gazebo è davanti alla parrocchia di San Lorenzo. Alle 10 del mattino le firme sono già 30. Quando termina la Messa l’afflusso aumenta, il 10 per cento sono "voti" cattolici. Molti gli anziani. Moltissime le donne, spesso arrabbiate. «Una signora di 35 anni», racconta un militante, « è venuta a firmare di prima mattina: da pochi giorni aveva comprato una casa, spendendo i risparmi di tutta la famiglia. È arrivato un marocchino, senza permesso di soggiorno, e si è sistemato abusivamente nel cortile: ha due mogli, tre figli e fanno i prepotenti, si sentono padroni. Adesso vorrebbe vendere l’appartamento, ma chi se lo compra?».

Sotto il gazebo, il popolo della Lega firma e si sfoga. «Scrivete che questo referendum non è contro gli immigrati che lavorano. Guardi quella casa, davanti alla parrocchia: ci abitano otto famiglie di marocchini, fanno mestieri umili, in ditte della zona. Sono brave persone e non pretendono di cambiare le regole di un Paese che non è il loro». Si avvicina un giovane: «Vuole sapere perché il Governo lascia entrare tutta questa gente? Perché è un serbatoio di consensi: una volta che si saranno stabilizzati in Italia, per chi crede che voteranno?». C’è anche chi ha imparato a memoria i discorsi di Bossi e va giù duro: «Ormai lo sappiamo che questa immigrazione così sconsiderata è un’operazione finanziaria, legata agli americani, alla mondializzazione. Vogliono la società multirazziale a tutti i costi. Pretendono di cancellare i nostri popoli, ma si sbagliano. Purtroppo adesso ci si mettono anche i nostri preti ad aprire le porte in modo indiscriminato».

Il riferimento è a don Pietro, parroco di Martinengo, altro paesino della bergamasca. Ha dato alloggio a 8 senegalesi e a un eritreo: abitano nella vecchia scuola elementare, pagano regolarmente l’affitto, lavorano in vicine stamperie di tessuti. «È gente buona, educata e non dà problemi di convivenza. Certo, vanno e vengono, a volte ne invitano altri che non hanno il permesso di soggiorno. Ma devo sbatterli fuori? Ho detto ai miei parrocchiani che chiunque arriva e bussa alla mia porta, abbia o no un lasciapassare, per me è un fratello. È difficile metterlo in pratica, ma è così». Com’è distante il sorriso di don Pietro dai gazebo leghisti.

Pino Pignatta

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