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Crediamo di parlare di "loro" e parliamo di
"noi". Limmigrazione è uno specchio: più lo guardiamo, più ci rimanda
limmagine della nostra società, della nostra vita, delle nostre paure. Poche
settimane fa ne abbiamo avuto la dimostrazione pratica. Milano turbata da una serie di
omicidi e subito scatta il riflesso, la connessione automatica con limmigrazione.
Dicono le statistiche che nel 1998 (lanno dellinvasione, degli sbarchi nel
Sud) gli omicidi volontari a Milano sono stati 70: "solo" 70, almeno rispetto ai
199 del 1997. Sempre a Milano, un sondaggio ci dice che appena il 29 per cento dei
milanesi passeggia tranquillo la sera nel centro, contro una buona media nazionale del 60
per cento. Tutto questo nella città che in 15 anni ha perso 400.000 residenti, che
"manovra" il 90 per cento dei movimenti finanziari in lire, che ha visto
crescere la percentuale degli occupati (più 1,6 per cento nel 1998 rispetto al 1997).
Insomma, Milano: più si trova comoda e ricca, più ha paura. Ma lasciamo stare Milano.
Aver paura, ovunque e comunque, non è una colpa.
Può darsi, però, che quanto cinquieta non sia limmigrazione in sé, ma la
trasformazione del mondo che limmigrato porta scritta in faccia: nazioni che
scoppiano di guerre o di fame o si difendono serrando la fila, come in Europa; reti
velocissime del commercio e dellinformazione; mutazione perpetua delleconomia.
Il provvisorio, il mutevole, limprevedibile eletto a sistema, a regola di vita.
E su tutto la sensazione, anzi la certezza, che fenomeni e tragedie lontanissime arrivino
poi a scaricarsi direttamente nel nostro quartiere, senza mediazioni, a chi tocca tocca.
Così sotto casa nostra può installarsi, con la stessa probabilità e in un certo senso
per le stesse cause, un nuovo fast-food e lultima prostituta africana o albanese.
Fulvio Scaglione
Don Camillo
lha detto chiaro e tondo ai parrocchiani leghisti: «Volete raccogliere le firme
davanti alla chiesa? Nulla in contrario, però spiegate bene le vostre ragioni: la gente
deve capire, poi decide secondo coscienza». E così è comparso un banchetto davanti alla
canonica: basta con limmigrazione clandestina, ci vogliono regole nuove e un
po di rispetto, mica possono riempire le nostre strade di prostitute africane. In
certi punti ce nè una ogni dieci metri, una vergogna. E le firme fioccano: prima
della Messa e dopo.
Non è un romanzo di Guareschi. E Peppone non centra. Don
Camillo è il giovane parroco di San Marco Evangelista, a Cavernago, provincia di Bergamo,
1.300 anime, 800 elettori, in maggioranza "padani". E questa è la cronaca di
una domenica passata in Lombardia tra i gazebo della Lega, 2.800 in tutta la Padania, che
ha deciso di raccogliere 500.000 firme per un referendum contro la legge Turco-Napolitano.
Secondo la Caritas, il 21,7 per cento dei titolari di diritto di soggiorno, circa 271.000
immigrati, risiede in Lombardia, dove però ci sono 113.000 "regolarizzandi",
brutta parola per definire i clandestini che aspettano il permesso e forse non
lotterranno mai.
Dopo le prime due domeniche, in base ai calcoli del comitato organizzatore, sono state
raccolte in tutto 300.000 firme. In testa, sino a quel punto, Bergamo e provincia, con
23.500 firme, Varese (21.400) e Treviso (19.100). Ormai siamo alla quarta settimana e i
leghisti gongolano. Erano partiti in sordina, o quasi, e strada facendo hanno incassato
pure la "benedizione" dei gesuiti. Forse è il segnale che aspettavano i
cattolici, padani e non, perché da quel momento si è allungata la fila davanti alle
chiese. Risultato: firmano i leghisti duri e puri, ma anche tanti cattolici. E sembrano
decisi: «Nessuna contraddizione con i nostri valori: non confondiamo il sentimento
dellaccoglienza con un fenomeno incontrollato che spesso sfocia nella
criminalità».
A Cavernago, subito dopo la Messa delle 9, sono state raccolte 50 firme. «La verità
è che i bergamaschi si sentono invasi, minacciati», lamentano le camicie verdi. Ma da
chi? «Da questo flusso inarrestabile di clandestini senza lavoro e senza futuro. Fate un
giro nei nostri paesi, nelle cascine: molti sono violenti, vogliono fare il bello e
cattivo tempo. E non vedo perché noi, cittadini di questo Stato, dobbiamo rispettare
determinate regole, e loro che sono ospiti no».
«E poi questo schifo sulle strade», aggiunge seccata la responsabile locale del
partito: «Ma devono venire a prostituirsi proprio nelle nostre campagne? Chiediamo che la
Chiesa condanni tutto questo apertamente, non che si limiti a giustificare landazzo:
"Poverine, bisogna capirle". Altrimenti fa solo del buonismo».
A Ghisalba, 4.300 abitanti, pochi chilometri più avanti, la musica non cambia. Il
gazebo è davanti alla parrocchia di San Lorenzo. Alle 10 del mattino le firme sono già
30. Quando termina la Messa lafflusso aumenta, il 10 per cento sono "voti"
cattolici. Molti gli anziani. Moltissime le donne, spesso arrabbiate. «Una signora di 35
anni», racconta un militante, « è venuta a firmare di prima mattina: da pochi giorni
aveva comprato una casa, spendendo i risparmi di tutta la famiglia. È arrivato un
marocchino, senza permesso di soggiorno, e si è sistemato abusivamente nel cortile: ha
due mogli, tre figli e fanno i prepotenti, si sentono padroni. Adesso vorrebbe vendere
lappartamento, ma chi se lo compra?».
Sotto il gazebo, il popolo della Lega firma e si sfoga. «Scrivete che questo
referendum non è contro gli immigrati che lavorano. Guardi quella casa, davanti alla
parrocchia: ci abitano otto famiglie di marocchini, fanno mestieri umili, in ditte della
zona. Sono brave persone e non pretendono di cambiare le regole di un Paese che non è il
loro». Si avvicina un giovane: «Vuole sapere perché il Governo lascia entrare tutta
questa gente? Perché è un serbatoio di consensi: una volta che si saranno stabilizzati
in Italia, per chi crede che voteranno?». Cè anche chi ha imparato a memoria i
discorsi di Bossi e va giù duro: «Ormai lo sappiamo che questa immigrazione così
sconsiderata è unoperazione finanziaria, legata agli americani, alla
mondializzazione. Vogliono la società multirazziale a tutti i costi. Pretendono di
cancellare i nostri popoli, ma si sbagliano. Purtroppo adesso ci si mettono anche i nostri
preti ad aprire le porte in modo indiscriminato».
Il riferimento è a don Pietro, parroco di Martinengo, altro paesino della bergamasca.
Ha dato alloggio a 8 senegalesi e a un eritreo: abitano nella vecchia scuola elementare,
pagano regolarmente laffitto, lavorano in vicine stamperie di tessuti. «È gente
buona, educata e non dà problemi di convivenza. Certo, vanno e vengono, a volte ne
invitano altri che non hanno il permesso di soggiorno. Ma devo sbatterli fuori? Ho detto
ai miei parrocchiani che chiunque arriva e bussa alla mia porta, abbia o no un
lasciapassare, per me è un fratello. È difficile metterlo in pratica, ma è così».
Comè distante il sorriso di don Pietro dai gazebo leghisti.
Pino Pignatta
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