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Il 26 dicembre 1997 il paese
della Calabria fu invaso da 835 curdi, sbarcati da una nave arenata. Risultato: più
turisti, più lavoro, più allegria. Hanno scritto «Abbasso lOnu» con la
vernice bianca allimbocco di via Umberto I, che è il passeggio di Badolato, un
pugno di case antiche appiccicate alla montagna sopra la marina del Golfo di Squillace. È
un paese di Calabria che ama i curdi. E cè il sindaco che gira lEuropa a far
loro da ambasciatore. Si chiama Gerardo Manello. Il 26 dicembre 1997 è stato sommerso dai
curdi: 835 uomini, donne e bambini scesi dallArarat, vecchia carretta
incagliata davanti alla spiaggia di Badolato Marina. Giorni di passione e solidarietà, di
notti in bianco: «Come sto? Benissimo. Badolato è risorto. Grazie ai curdi».
Sul municipio sventolano due bandiere, litaliana e quella con
le stelle doro in campo blu dellEuropa. Cè la televisione svizzera e
domani arriveranno i giornalisti austriaci. Insomma, un esempio per lEuropa. E per
lItalia? Il sindaco un poco sadombra: «Mi hanno invitato in Piemonte e in
Lombardia e mi han preso per matto». Così lui ora evita. Preferisce lEuropa e più
a Nord va migliore è laccoglienza. Il risultato sono 700 turisti stranieri la
scorsa estate, che vuol dire 700 per cento in più. «Un anno fa avevo scommesso. Era una
di quelle notti che non dormivo e pensavo alla Germania, che senza stranieri
stramazzerebbe. E poi ho pensato a Torino, alla Fiat, ad Agnelli».
Ma i curdi restano il tempo per riposarsi. Quasi tutti in tasca hanno altri indirizzi
in Svizzera e Germania. Il sindaco scova lavori e appartamenti: «A Deler un ingegnere
aveva trovato un posto da ingegnere alla fabbrica delle acque minerali di Fabrizia. La
moglie era incinta, la bimba, Angela, è nata qui. Hanno preferito la Germania. Niente. Si
metteva davvero male. Bisognava inventare qualcosa». Così nasce la Pro-Badolato,
associazione di cultura e turismo: ristruttura case e le offre ai turisti. I curdi sono
impegnati nei lavori di muratura e pulizia. Aprono botteghe artigiane e soprattutto
sinaugura il primo ristorante curdo della Calabria, il secondo in Italia, Ararat,
dove per mangiare bisogna prenotare due giorni prima.
Restano in quaranta un anno dopo, poche famiglie e molti giovani. E cè chi
sè già fidanzato. Dieci anni fa gli amministratori di Badolato avevano,
provocatoriamente, messo in vendita il paese, spopolato dagli abitanti. Qualche svizzero
aveva comperato casa. Ora i curdi han fatto la differenza e insieme ai badolatesi hanno
rimesso in moto leconomia. Così la tabaccheria e la macelleria non chiudono più. E
il sindaco ha deliberato di comperare dai privati 20 appartamenti: «Li regalo ai curdi.
Il ministro Livia Turco mi ha promesso un miliardo e mezzo». È pieno di iniziativa,
questo sindaco matto: «Lancerò un bando di lavoro in tutti i campi per stranieri in
Italia: abbiamo bisogno di tagliatori di pietra, contadini, allevatori, fabbri e
falegnami». Cinque curdi lavorano nella cava di pietra a Stilo, in crisi da tempo. Forse
faranno una cooperativa.
Yusuf insieme a Pino ha aperto un laboratorio di ceramica alla quale anche i
carabinieri hanno commissionato lo stemma per la caserma. Ibrahim Sherin lavora nel nuovo
negozio del commercio equo e solidale. Poi ci sono quelli impiegati in campagna e
nelledilizia. Il parroco don Vincenzo Gallelli è arcicontento: «Una benedizione
per la Chiesa. Ho potuto predicare in concreto la solidarietà e la misericordia». E
nella notte di Pasqua battezzerà cinque curdi adulti.
Oggi allArarat pranzano solo giornalisti. Una grande bandiera curda e la
foto di "Apo" Ocalan sono appese sopra il bar. Nei piatti zebzeli kufta,
peperoni e melanzane ripieni di carne. Stasera si potrà scegliere anche lahamacun,
pizza curda, per la quale i turisti italiani e stranieri vanno pazzi. Si può mangiare
accovacciati sui tavoli bassi tradizionali, oppure alloccidentale. Si può bere il
vino tosto della Calabria, o il tè e altre bevande curde. Cè tolleranza a
Badolato. Manca una scritta allimbocco di via Umberto I: «Viva il sindaco e i suoi
concittadini».
Alberto Bobbio
Segue: «Cari politici, non
rubate il mestiere ai vescovi»
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