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Dossier immigrazione

«Cari politici, non rubate il mestiere ai vescovi»

di ROBERTO PARMEGGIANI
        

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page

«I ministri devono fare leggi giuste e farle osservare», dice monsignor Maggiolini, vescovo di Como; «invitare alla carità è compito nostro».

«A Como le persone sono molto più buone di quanto si pensi, ma non possono proibirsi di vedere la situazione che c’è. E non possono vedere il loro vescovo che tace». Monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, se la ride come un bambino che ha appena combinato una marachella. Il suo intervento sul referendum della Lega contro gli immigrati clandestini, pubblicato dal Corriere della Sera, ha suscitato scalpore e scandalo. Ma lui non arretra di un passo. E spiega.

«Come al solito, forse dò eccessivo credito sia alla comprensione dei lettori sia all’oggettività dei giornalisti. Non ho sostenuto il referendum della Lega, di cui non mi interessa proprio nulla. Ho semplicemente richiamato le autorità civili perché provvedano a regolare l’ingresso di extracomunitari, a rispedire gli illegali al loro Paese di origine e a dare un aiuto a quelli che sono già entrati. Ho voluto solo sottolineare il fatto che in un giorno in provincia di Como sono state raccolte seimila firme. Alcuni mi hanno chiesto: "Abbiamo fatto male a firmare?". E io gli ho risposto: "Guardate, un conto è il discorso che deve fare un ministro, un altro quello che deve fare un vescovo. Il primo non deve rubare il mestiere al secondo". In Italia sono stati pochissimi i vescovi che non hanno mai fatto politica: io sono tra questi».

Lei dice che il referendum è solo contro gli immigrati clandestini, ma non teme che nell’opinione pubblica possa passare l’immagine di un’iniziativa rivolta contro tutti gli immigrati?

«Lo temo dopo la cattiva interpretazione data al mio intervento. Il quale voleva veramente limitarsi ai clandestini. Ogni anno celebro la "Festa dei popoli", dove invito alla Messa e a una "cena fredda" gli immigrati cattolici della città. Per non farli sentire persone di seconda categoria. E il Duomo è pieno zeppo. Mi si lasci anche dire che sono l’unico vescovo che in Italia ha avuto un prete ucciso da un clandestino. E, nonostante ciò, il volontariato si dedica all’aiuto di questi poveri, anche ai clandestini, al limite delle forze».

  • Lei firmerà il referendum?

«Non intendo assolutamente firmare per il referendum. Se si svolgerà, me ne starò a casa. Nel mio intervento sul Corriere della Sera facevo un ragionamento elementare: se a migliaia firmano un referendum proposto perfino dalla Lega, qualche disagio vi deve pur essere. Ma si sa che la gente non bada ai processi logici».

  • E che cosa pensa dei cattolici che lo firmano?

«Questo non è solo un problema dei cattolici, ma di tutte le persone di criterio: siamo stati condizionati, terrorizzati, in modo che non si mettesse sul tappeto il problema di ciò che avverrà domani in una condizione come la nostra. Per cui i cattolici, quando parlano di queste cose, si sentono in dovere di dire che noi siamo per l’accoglienza, eccetera. Ma dico, pensiamoci su: se tutto o quasi il Nordafrica o l’Est europeo si riversassero su di noi, come potremmo dare ospitalità? La carità, che va esercitata, non esime da un minimo di intelligenza. E non può misconoscere la giustizia. Allora, abbiamo o no il diritto di richiamare chi ci governa? Questo non è fare politica, il vescovo deve difendere i deboli, dare voce a quelli che hanno paura di parlare perché si sentono criminalizzati».

  • La grande affluenza di immigrati di fede islamica potrà comportare dei rischi, sul piano religioso, per i cattolici?

«Se gli immigrati islamici saranno una comunità consistente che ha diritti religiosi da far valere, allora bisognerà provvedere anche per loro. Non da parte della Chiesa, ma dello Stato, tenendo conto del bene comune, perché sono molti i problemi da mettere a posto: poligamia, riposo al venerdì, alimentazione... Sono convinto che la scuola libera arriverà molto prima per i musulmani che per i cattolici, perché i politici si accorgeranno che la loro presenza nella scuola non è sopportabile se esige due mense, vacanze diverse e via, e allora diranno: "Vi diamo la scuola musulmana"».

  • Nella lettera al Corriere della Sera lei accenna alla situazione, definita "insostenibile", della sua diocesi. Vorrebbe descriverci i problemi? E come mai i centri di accoglienza sono stati chiusi?

«Tenga presente che nel Salento o comunque al Sud arrivano gli immigrati, sostano per qualche giorno e poi passano al Nord. La mia è una diocesi di frontiera, da Varese allo Stelvio. Questi fratelli che cercano di entrare nei Paesi europei e vengono respinti, finiscono per stabilirsi in città e nei dintorni. Così scoppia il servizio della mensa gratuita di mezzogiorno per i poveri. Non ci sono più posti per dormire nelle strutture caritative stabili e nemmeno in quelle tirate su in fretta e furia. A ciò si aggiunga che numerosi extracomunitari hanno lasciato Milano dopo la minaccia della "tolleranza zero". E che dalla Svizzera ne verranno molti riportati alla frontiera italiana. Si fa ciò che si può. Quanto alla chiusura dei centri, è giusto così, i ragazzi non possono rischiare la vita. Nessuno ci aiuta, la Chiesa è sola e la gente è stanca».

  • Non trova una venatura di razzismo in una raccolta di firme fatta in piazza contro i clandestini?

«Non ho mai neanche lontanamente pensato a cose simili. La venatura di razzismo può esserci in proporzione minima».

  • Come giudica la legge italiana sull’immigrazione e l’atteggiamento del Governo verso il problema?

«Lei vuole a tutti i costi che mi inoltri nello sterpaio della politica. Le posso soltanto confidare che mi viene la mosca al naso quando sento ministri e sottosegretari che tessono prediche sulla carità, sullo spirito evangelico e sull’accoglienza, mentre dovrebbero pensare a elaborare leggi giuste e a farle osservare. Non mi va di vedermi rubato il mestiere. Tocca a me invitare alla carità. Oltre tutto in questa esortazione sono ascoltato in modo commovente. Ma gli ordini per accogliere i poveri, noi credenti li riceviamo da Gesù Cristo, non dal Governo».

  • Secondo lei, un referendum contro gli immigrati clandestini non confligge con il concetto di solidarietà cristiana?

«Mi auguro che non si giunga al referendum. Mi auguro che si provveda legislativamente e operativamente prima. Del resto, ho i miei seri dubbi che la gente italiana si lascerebbe prendere da una ripulsa quasi istintiva e un poco odiosa. Almeno perché in diverse zone a molti italiani degli extracomunitari non interessa proprio nulla. E il problema non li tocca».

  • Monsignor Casale, vescovo di Foggia, ha detto che con il referendum della Lega si rischia di riaprire un conflitto razziale. Come risponde?

«Gli rispondo di leggersi con attenzione il mio intervento e di non reagire in base ai titoli dei giornali».

  • E come risponde a monsignor Nogaro, vescovo di Caserta, che ha detto che il referendum è uno scandalo e ha aggiunto: «Siamo diventati disumani»?

«Gli rispondo che non ho mai approvato il referendum e dubito molto che riuscirebbe, se fosse celebrato. Dica che sono disumano, quando ho sostenuto fin dall’inizio don Renzo Beretta – il mio prete ucciso – nella sua opera di soccorso agli immigrati, a cui non chiedeva documenti. Dica che sono disumani gli operatori della Caritas, i volontari vincenziani e gli altri che profondono le loro energie in un servizio che sanno benissimo non rispondere a tutte le attese e non risolvere il problema. Insomma, si vuol capire o no che anche a Como abbiamo un cuore? E che anche a Como sappiamo che il Signore Gesù si nasconde nei poveri? È strano sentirsi rimproverati dopo aver fatto tutto quanto si poteva. E rimproverati da chi? Da persone che sembra non conoscano la situazione che qui stiamo vivendo. Da persone che non pare abbiano richiamato con qualche risolutezza i pubblici poteri perché questi compiano il loro dovere. E poi, costava molto farmi una telefonata prima di darmi sulla voce? Gliela avrei pagata. Vorrò vedere se il vescovo di Caserta rimprovererà anche Civiltà Cattolica, che ha assunto una posizione come la mia».

  • Come mai alcuni vescovi del Sud hanno posizioni diverse dalle sue, vescovo del Nord?

«La discrepanza non è tra vescovi del Sud e del Nord, ma tra vescovi che sentono il problema sulla loro pelle e altri che ne sono estranei, anche per residenza geografica. La diversità c’è tra vescovi tendenzialmente inclini a essere ossequiosi nei confronti dei governanti – quelli che con spirito un po’ borbonico salutano e si inchinano – e i vescovi che non hanno nessuna voglia di lisciare, perché sono liberi della libertà del Vangelo. Io dal mio Comune esigerò la giustizia. Questa è roba mia, è una cosa diversa... Ma vuol capire che c’è di mezzo l’8 per mille? Io sono pronto ad andare fino in fondo. Ci minacciano? Ci minaccino, ma almeno sarà chiara la persecuzione che stiamo subendo. Certo, so che devo stare attento. Ma nemmeno essere succube così... È molto più difficile contraddire "zia" Rosa Russo Jervolino: per lei nutro profonda simpatia, siamo amici da vent’anni, però l’attacco, non è la prima volta. Lei si arrabbia e poi mi telefona per chiedermi scusa. Davanti a Dio voglio avere la coscienza tranquilla, a meno che mi si dica: "Ti proibiamo di dire ciò che vedi". Ma questo non è giusto».

  • Se la sente di dirci se, secondo lei, altri vescovi italiani la pensano come lei su questo problema?

«Non ho fatto indagini e non intendo farne. Descrivo ciò che vedo. O me lo si vuol proibire? Il mio discorso, del resto, era rivolto alle autorità civili, non ai vescovi. Ai quali chiederei soltanto di perdonare un confratello che vive appassionatamente e cristianamente il problema degli extracomunitari, clandestini e no. E di perdonare un confratello che non usa troppa diplomazia nel rivolgersi alle autorità politiche in nome della fede cristiana».

Roberto Parmeggiani
    

«Chi fugge la guerra non è mai clandestino»

Padre Virginio Spicacci, gesuita che opera a Milano in una comunità che si occupa anche di immigrati, ha scritto per l’ultimo numero di Civiltà Cattolica un articolo critico della legge Turco-Napolitano sull’immigrazione. Ne chiede la revisione per dare più efficacia al «respingimento alla frontiera» e alla «espulsione amministrativa» dei clandestini. Egli mostra anche di condividere la correlazione fra immigrazione e malavita, e se la prende con il "buonismo" d’una carità poco illuminata.

Padre Gianpaolo Salvini, direttore di Civiltà Cattolica, condivide la sostanza dell’articolo: «L’immigrazione è una grande ricchezza, indispensabile per il nostro Paese, ma nel quadro della legalità. Diversamente, mandiamo gli immigrati allo sbaraglio».

Ammette però che l’articolo di padre Spicacci, «più che di tipo giuridico, preciso in tutti i suoi punti, è un grido d’allarme per uno stato di cose che crea forte disagio e reazioni ingiustificate e ingiuste nei confronti degli immigrati».

Padre Salvini, studioso dei problemi dello sviluppo, crede possibile una seria regolazione dei flussi immigratori in Italia? «Sì, purché si facciano dei veri accordi internazionali, mentre oggi l’Europa è incapace di darsi una politica unitaria, con aiuti vicendevoli, anche per il controllo delle frontiere. Sarebbero necessari accordi internazionali non solo tra i Paesi ricchi (come se la fortezza si volesse difendere dai poveri che l’assediano), ma anche con i Paesi di partenza degli immigrati, creando sul posto centri di prima accoglienza, nei quali vedere quanti ne possiamo accogliere, a quali condizioni e con quali garanzie». Esperto di immigrazione è padre Francesco De Luccia, che da cinque anni dirige a Roma un Centro per rifugiati. Accoglienza, scuola di italiano, ambulatorio, mensa serale, alloggio notturno (80 letti), docce, distribuzione di indumenti: questi i principali servizi del Centro, che accoglie circa 300 rifugiati al giorno (73 per cento curdi, 17 per cento africani, 7 per cento iracheni). Qui sono tutti dei "clandestini" che, secondo la legge, dovrebbero essere espulsi. «Un momento», dice padre De Luccia. «Dire che un curdo, un kosovaro o uno zairese è un clandestino, è un’offesa. Un’offesa prima di tutto a noi, che non possiamo considerare clandestine persone che fuggono da persecuzioni politiche o da guerre e hanno bisogno di protezione. Quasi tutti gli immigrati che arrivano in Italia sono in queste condizioni. L’accoglienza che gli riserviamo è penosa. Qui a Roma tanti di coloro che hanno i documenti come richiedenti asilo o come rifugiati sono costretti a dormire all’aperto. La legge Turco-Napolitano ha creato i Centri di raccolta per quelli che devono essere espulsi, ma niente ha fatto per i rifugiati». Padre De Luccia è convinto che l’Italia è un Paese accogliente, e condanna gli allarmismi nei confronti degli stranieri. Giudica allarmista anche la correlazione tra immigrazione e malavita fatta da padre Spicacci, al quale rimprovera pure lo strumentale e poco preciso riferimento a una ricerca in materia fatta dal sociologo Marzio Barbagli.

Renzo Giacomelli

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