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Dossier immigrazione

Ma che razza di preti: quando il "don" è straniero

di ALBERTO CHIARA
          

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page In Italia sono ormai 1.700, vengono soprattutto dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dal Sudamerica: la faccia meno studiata dell’immigrazione.

Don Luis Felipe Gil Cañaveral è un sacerdote colombiano di 50 anni. In Italia c’era già stato dal 1988 al 1990, per perfezionare gli studi teologici. Rientrato in patria, il suo impegno tra i poveri e gli emarginati dell’arcidiocesi di Santa Fe de Antioquia gli valse la crescente ostilità dei militari. «Il mio vescovo decise allora di mandarmi in Italia. Era il 1991», spiega. Don Luis Felipe è oggi parroco ad Aprilia, provincia di Latina, diocesi di Albano.

Don Giorgio Miclaus è invece originario della Romania. Tra qualche giorno compirà 37 anni: è stato ordinato sacerdote nel 1989, pochi mesi prima che il dittatore Nicolae Ceausescu venisse deposto e fucilato. In Italia è arrivato quattro anni fa per studiare Teologia morale all’Urbaniana di Roma. Ora lavora a Torino. Segue i connazionali, sempre più numerosi in città.

Due storie, due esempi tra i tanti possibili. Cresce il numero dei sacerdoti stranieri che vivono e operano nel nostro Paese. È l’aspetto meno noto (e fin qui forse anche meno studiato) del fenomeno immigrazione. «Da secoli mandiamo missionari in giro per il mondo, ora accade anche il contrario. Ci stiamo aprendo – non senza difficoltà – a una nuova evangelizzazione che ha per protagonisti sacerdoti che vengono da lontano. I preti stranieri in Italia sono circa 1.700, metà dei quali attivamente impegnati in campo pastorale», dice don Sergio Bertozzi, direttore del Centro unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese (Cum) che ha sede a Verona. «Tra le aree di provenienza si affermano l’Europa dell’Est, Polonia soprattutto, l’Africa nera (Nigeria, ex Zaire, Ruanda, Burundi, Kenya) e il Sudamerica. Ma c’è chi arriva dalle Filippine o dall’India», prosegue don Bertozzi. «La stragrande maggioranza viene per studiare in qualche università pontificia. Nel tempo libero si rimbocca le maniche in parrocchia. L’impegno può diventare più organico con il passar del tempo. Molti, comunque, trascorso un certo periodo, tornano in patria. È giusto: così non si depauperano le Chiese d’origine». La maggior parte dei sacerdoti stranieri impegnati nelle nostre comunità opera nelle diocesi del Lazio e della Toscana. Presenze consistenti sono segnalate in Abruzzo, Puglia, Emilia-Romagna, Umbria.

«Ma adesso fanno diventare preti anche i neri?». Padre Gregorio Cibwabwa, 40 anni, agostiniano scalzo dell’ex Zaire, ricorda con un sorriso l’anziano signore ammalato che gli fece questa domanda quando lo visitò la prima volta. «Sono il suo nuovo viceparroco, gli risposi». Padre Cibwabwa opera ad Acquaviva Picena, nella diocesi di San Benedetto del Tronto: «Mi trovo bene. Le difficoltà maggiori che ho dovuto superare sono state il clima e la lingua». Con lui concorda un altro sacerdote dell’ex Zaire, don Raymond Samuangala Nkindji, 42 anni, impegnato nella diocesi di San Marino-Montefeltro. «La differenza di culture non è stata un ostacolo insormontabile, anzi si è rivelata una ricchezza reciproca», osserva dal canto suo padre Dominick Falcao, 32 anni, indiano, amministratore parrocchiale ad Aprilia.

«Solitamente, forti delle esperienze positive che hanno nei loro Paesi, i preti stranieri valorizzano di più e meglio il laicato, sono molto attenti alle singole persone e aiutano a riscoprire la religiosità popolare», riflette don Bertozzi. Il Cum, su preciso incarico della Conferenza episcopale italiana, ha cominciato a occuparsi della questione nel 1997. Nel novembre scorso, ha organizzato il primo seminario per preti non italiani; in ottobre ne farà un altro. Sta infine preparando il primo seminario per le suore straniere che operano in Italia: si svolgerà a giugno.

Alberto Chiara

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