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Il degrado del litorale
Domiziano, tra prostitute, spacciatori e Comuni commissariati. E un parroco
"volante" che non vuole speculazioni politiche. «Bisogna
coniugare accoglienza e legalità. Va detto con fermezza. Non possiamo più tacere di
fronte a questo degrado. Percorra il litorale Domiziano. Pochi chilometri di strada, 500
prostitute, altrettanti spacciatori, se non di più. Questa è accoglienza? Questo
significa offrire lopportunità di un futuro migliore agli immigrati?».
Parole amare, quelle di don Antonio Palazzo. È parroco di Santa
Maria del Mare, a Pineta Mare: 35 chilometri da Napoli, 42 da Caserta. Non è un
novellino, riguardo agli extracomunitari. Se ne occupa da 18 anni. «Perciò lancio
lallarme. Ogni giorno sento le stesse tragiche storie: "In Nigeria mi hanno
promesso un posto da commessa. Arrivata qui mi hanno sequestrato i documenti e sono finita
su una strada, finché non avrò saldato il debito: 50, 60 milioni. No, padre, non posso
uscirne. Farebbero del male alla mia famiglia, in patria". Capisce, accettare queste
situazioni è rendersi complici».
Don Antonio è finito sui giornali per le sue dichiarazioni. Ma non
è pentito. Insiste a dire che non si può andare avanti così, e continua ogni giorno ad
accogliere gli immigrati nel centro della Caritas: una struttura che offre una cinquantina
di posti letto, la mensa, lambulatorio. Don Antonio, attraverso il tesserino che dà
a tutti i nuovi arrivati per accedere ai servizi della Caritas, ha censito dal 1981 tutte
le presenze. «Nel 1992 siamo arrivati a 10.000 presenze nel territorio», dice, «tanti
quanti gli abitanti locali. Qui la gente è sempre stata disponibile. Ma attenzione, la
situazione si sta degradando. È una zona a vocazione turistica, le strade affollate di
spacciatori e prostitute non sono un gran benvenuto».
Il parroco accusa senza mezzi termini lassenza totale dello
Stato, labbandono a cui è lasciato il litorale Domiziano: «A Milano ci sono stati
nove morti in nove giorni. Si sono mossi i ministri e i giornali facevano titoli di
scatola. Qui abbiamo nove morti al giorno. Quanti ne occorrono per meritare attenzione? Ce
lo dicano, ci attrezzeremo», aggiunge polemico.
Non è sempre stato così, in questangolo del Casertano. Droga
e spaccio sono cresciuti in modo abnorme in questi ultimi anni: «Quando gli immigrati
erano 10.000 la situazione era molto più gestibile di adesso, che sono sì e no 2.000»,
spiega don Antonio. «È peggiorata la qualità dellimmigrazione, nel senso che i
nuovi arrivati sono subito preda delle organizzazioni criminali. Chi ha il dovere di farlo
intervenga».
Pochi chilometri più in là cè il parroco
"volante" di Castelvolturno, laltro volto accogliente della Chiesa locale:
padre Giorgio Poletti, comboniano, 57 anni, delegato dalla Chiesa di Capua, che ha
giurisdizione sulla cittadina. Padre Giorgio è il responsabile della parrocchia ad
personam di Santa Maria dellAiuto, una parrocchia speciale, prevista dal Codice
di diritto canonico solo in casi eccezionali, che senza confini territoriali cerca di dare
risposte concrete agli immigrati di Villa Literno, Mondragone, Castelvolturno, Capua, Lago
Patria.
Il suo giudizio ha sfumature diverse, ma non è meno duro nel
denunciare lassenza dello Stato: «Non utilizziamo gli immigrati come specchietto
per le allodole per coprire problemi e carenze endemiche di una zona dItalia tanto
bella quanto sfortunata», dice. «Non è colpa degli immigrati se lungo la Domiziana
cè prostituzione, spaccio di droga, criminalità. Il vero problema di questa terra
è la sua ingovernabilità genetica. Il Comune di Castelvolturno passa da un
commissariamento allaltro. Qui la politica non ha gestito, non ha promosso sviluppo,
non fa nulla neanche per i locali, figuriamoci per gli immigrati».
«Ha mai percorso la strada che da Verona arriva al Lago di
Garda?», continua il comboniano. «Si rimane allibiti. La prostituzione non è un nostro
male esclusivo. Ho limpressione che di questi tempi gli immigrati siano uno
strumento utilizzato per strategie politiche e scadenze elettorali».
Padre Poletti è abituato a certe situazioni. Prima di arrivare al
litorale di Castelvolturno aveva lavorato nei ghetti di Chicago e in Africa. Ora si reputa
fortunato di poter vivere a tempo pieno questa scelta di accoglienza. «Credo sia la
scelta della Chiesa: condivisione e apertura», conclude. «Non bisogna minimizzare i
problemi, ma nemmeno creare mostri. Occorrono scelte e progetti, non demonizzazioni.
Pecchiamo di provincialismo. Facciamoli i controlli sulla criminalità, sempre più
rigorosi, ma ricordiamoci che alla fine le frontiere spariranno. È perdente il tentativo
di bloccare la mobilità delle persone con lo Stato di polizia».
Luigi Ferraiuolo
Luciano Scalettari
Segue: Uomini, armi, soldi,
entrata libera dalla Slovenia
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