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Dossier immigrazione

Uomini, armi, soldi, entrata libera dalla Slovenia

di ALBERTO LAGGIA
          

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page Decine di valichi e sentieri non controllati, polizia di frontiera con gli organici di dieci anni fa, accordi internazionali da farsa. E passa di tutto.

Entrare in Italia? Meglio con le scarpe da tennis per i boschi del Carso che in gommone lungo il Canale d’Otranto. Quello che alcuni da tempo sussurravano, è diventato una denuncia del Sap, il Sindacato autonomo di polizia: «Passano più clandestini per il confine italo-sloveno di quanti ne arrivino in Puglia. Solo che lì il fenomeno è sotto i riflettori, qui è invisibile. E noi non siamo in grado di fermarlo», dice Franco Maccari, segretario nazionale del Sap.

I 248 chilometri di confine tra il nostro Paese e la Slovenia, che toccano le province di Trieste, Gorizia e Udine, sono anche gli unici chilometri di confine italiano con un Paese esterno all’Unione europea. È una frontiera che corre, a nord, parallela al fiume Isonzo e poi attraversa i boschi dell’altopiano carsico. Al confine niente reticolati, ma solo cippi e tanti sentieri che s’intrecciano nella vegetazione. Lungo quella che prima della caduta del Muro era la "cortina di ferro", controllatissima dagli jugoslavi, sono situati 14 valichi di prima categoria. «Ma oltre a questi anche 22 valichi di seconda e terza categoria, tutti privi di presìdi dalle 20 alle 8 del giorno seguente, il cui accesso è inibito solo da una transenna, spesso aggirabile anche in auto», dice ancora Maccari. Insomma, una terra di nessuno che chiunque può attraversare.

Secondo i dati della Procura della Repubblica di Trieste, nel 1998 le forze dell’ordine hanno respinto alla frontiera 4.216 clandestini, altri 1.729 sono stati riconsegnati alle autorità slovene e 1.079 sono stati espulsi. La polizia di frontiera di Gorizia ha invece intercettato 1.041 immigrati clandestini, dei quali il 60 per cento del Kosovo.

Ma il fenomeno è aumentato in quest’anno: «Nel solo territorio del Comune di Gorizia, che è un quarto della provincia, vengono fermate 20 persone al giorno», dice Angelo Obit, ispettore della questura goriziana e segretario del Sap. Ma quanti sono i clandestini che riescono a farla franca? Il sindaco di Trieste, Riccardo Illy, dice dieci volte tanti quelli respinti, e la magistratura triestina li stima in almeno un centinaio al giorno solo in provincia. E chi viene respinto, ci riprova il giorno dopo per altra via.

I percorsi per portare dentro i clandestini sono ormai noti alle forze dell’ordine: ogni settimana vengono fermati a Mestre due camion stivati di immigrati iracheni, curdi, cingalesi, cinesi, sempre provenienti dalla frontiera italo-slovena. «Il business, in mano a organizzazioni malavitose slovene, italiane ma soprattutto albanesi, è incalcolabile, se si pensa che un solo transito può costare dal milione ai cinque milioni di lire», dice Maccari. «Preoccupa di più, però, il traffico di armi e di droga che da qui fanno le organizzazioni criminali». Felice Maniero e compagni lo hanno spiegato bene. Il tritolo usato per le stragi in cui sono caduti i giudici Falcone e Borsellino entrò proprio dal confine sloveno. E non è un caso che i sequestri di droga agli albanesi in Friuli nel 1998 abbiano registrato un boom, secondo i dati del ministero dell’Interno: 650 chili contro i 115 del 1997.

Oltre ai cronici problemi di organico della polizia di frontiera (260 agenti, come nel 1989) il Sap accusa gli «incredibili limiti d’attuazione» dell’accordo italo-sloveno sulla «riammissione» (ovvero il respingimento alla frontiera dei clandestini) stipulato nel 1997: «L’operatività delle forze dell’ordine, su decisione unilaterale slovena, è limitata all’orario 8-16. Motivo? Giudici e polizia sloveni hanno questi orari d’ufficio», osserva il segretario Sap.

Mentre il "buco" del confine sloveno arrivava sui tavoli del Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione degli accordi di Schengen, il sindaco Illy invocava l’intervento dell’esercito, voluto da tempo dai sindacati di polizia. E la Lega Nord ha dimostrativamente effettuato una notte di ronde sul Carso. Se il sistema frontiera è sotto accusa come filtro, lo è anche per la mancata tutela degli stranieri che chiedono asilo. Gianfranco Schiavone, del Consorzio italiano solidarietà, il coordinamento di associazioni che si occupano dei diritti dei rifugiati, infatti afferma: «Le frontiere italiane sono prive di servizi di primo orientamento e di assistenza per i richiedenti asilo. Ed è di fatto impossibile distinguere il clandestino che arriva in Italia con motivi legittimi da chi non li ha, o da chi addirittura viene per delinquere. Spesso accade che viene fermato chi ha diritto di passare e viceversa. L’Italia ha sempre ignorato le raccomandazioni europee in questo ambito, e ciò colloca le nostre frontiere al di sotto degli standard di tutti gli altri Paesi».

Alberto Laggia

 

E per il piccolo Kleo battezzarsi non è reato

Un giorno sono andati in chiesa e han chiesto il battesimo per Kleo. Kleo ha 15 mesi. La mamma Liljana e il papà Ndoc sono albanesi, fuggiti dal Paese durante la rivolta di due anni fa per salvare quel bambino e offrirgli un futuro migliore. In Italia, con qualche fatica, hanno trovato lavoro regolare e una casa ancora un po’ precaria. Racconta Liljana: «Vedevo il campanile della chiesa dalla mia finestra. Ah, le chiese. In Albania le avevano distrutte tutte, oppure trasformate in stalle o in cinematografi». In Italia c’è più tempo per pensare e occuparsi delle cose dell’anima: «In Albania l’unica preoccupazione era di trovare da mangiare, da vestirsi», dice Ndoc. «Mia moglie viene da una famiglia di perseguitati durante il regime comunista. Ha vissuto per anni in una baracca di legno. Per loro non c’era nemmeno una casa popolare.

Io ho studiato Ingegneria, ma per vivere mi sono adattato a fare il poliziotto della strada. Una desolazione, perché nessuno rispetta il codice, paga le multe e tutti ti minacciano». Liljana racconta della nonna musulmana, che la sera sottovoce prendeva i figli, le figlie e i nipoti attorno a sé nella casa di legno e recitava brani del Corano, ma anche preghiere cattoliche: «Avevamo paura che fuori ci udissero. La nonna bisbigliava nelle nostre orecchie preghiere per un futuro migliore».

Ndoc era stato più fortunato. È nato in un paese vicino a Scutari, terra di cattolici: «E fieri di esserlo. In paese il prete lo abbiamo sempre protetto. Lui faceva un lavoro diverso. Ma qualche volta riusciva a dir un pezzo di messa di nascosto. No, non siamo battezzati. Era un reato. Punito con la morte». Per Kleo hanno deciso diversamente, loro atei per legge. E padre Cataldo Gerace, parroco della chiesa intitolata a Santa Maria della Perseveranza a Roma, battezzerà Kleo la domenica dopo Pasqua. È scritto nel Vangelo: «Lasciate che i bambini vengano a me».

a.bo.

freccia.gif (431 byte) Segue: Lei traffica droga, anzi no. Come ti rovino l'immigrata

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