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Dossier immigrazione

Malaria e lebbra, clandestine anche loro

di PAOLO PERAZZOLO
          

   Famiglia Cristiana n.11 del 21-3-1999 - Home Page Gli immigrati portano con sé i germi di malattie ormai scomparse in Italia? È necessario lanciare un allarme sanitario? I pareri degli specialisti.

«Se fossi il ministro della Sanità o degli Interni varerei con urgenza una normativa per difendere gli italiani dai potenziali vettori di malattie. In particolare bisognerebbe creare una struttura, una sorta di cordone sanitario della Penisola, in grado di effettuare un accuratissimo controllo nei confronti dell’extracomunitario che vuole entrare nel nostro Paese». Giuseppe Pigliucci, professore di Chirurgia all’Università di Tor Vergata, presidente del Circolo università e ricerca di Alleanza nazionale, precisa che queste affermazioni non sono motivate da un atteggiamento "razzistico", bensì da «un’attenta valutazione scientifica».

«È un dato di fatto», dice, «che in Italia alcune patologie, debellate ormai da decenni, siano ricomparse in seguito all’ingresso incontrollato degli immigrati. Parlo ad esempio della tubercolosi renale e di altre forme di tubercolosi postpromaria, della malaria, della lebbra, di forme amebiche. Casi isolati, certo, che non devono suscitare allarme sociale, ma significativi. Ecco perché è necessario pensare a questo check-up sanitario al confine. Anche nell’interesse dell’immigrato stesso, che spesso arriva da noi in uno stato di immunodepressione che lo rende più vulnerabile alle nostre patologie. Non si tratta di ghettizzare, ma di essere realisti nell’interesse di tutti. Il clima di lassismo oggi imperante non giova a nessuno».

Non tutti i medici, comunque, condividono questa posizione. «Si tratta di una tesi che periodicamente si ripropone», dice Salvatore Geraci, responsabile dell’area sanitaria della Caritas di Roma e segretario nazionale della Società italiana di medicina dell’immigrazione. «Non nego che qualche raro caso di ricomparsa di patologie "esotiche" si sia verificato», precisa, «ma quel che conta è che tutti i dati in nostro possesso, sia pubblici che privati, indicano che non c’è alcun rischio per la popolazione italiana. L’immigrato che approda sulle nostre coste è un uomo tra i 20 e i 40 anni in buona salute: se non avesse queste caratteristiche non affronterebbe un viaggio estenuante per cercare lavoro. Semmai è in una fase successiva che il suo stato di salute si deteriora, quando cioè viene emarginato e allontanato da ogni servizio. La paura di un contagio generalizzato è del tutto infondata».

Ma quel che dovrebbe fugare ogni timore, secondo Geraci, è il fatto che, grazie all’ultima legge sull’immigrazione, anche gli extracomunitari hanno accesso al nostro servizio sanitario: «È il miglior sistema di tutela», dice, «perché impedisce la diffusione di patologie gravi. Oltretutto è una soluzione meno costosa rispetto alla creazione di un cordone sanitario di controllo». «Gli immigrati sono colpiti soprattutto da malattie osteoarticolari, dell’apparato digerente o respiratorio, non da tubercolosi o malaria», dice Franco De Sanctis, medico volontario al Centro Biavati di Bologna, dove vengono curati migliaia di stranieri ogni anno. «E non abbiamo mai riscontrato casi di contagio a danno degli italiani».

Paolo Perazzolo
    

Dal Burkina Faso alla "coop" di Bellizzi

Bellizzi, per gli immigrati, significa coltivazione del pomodoro e allevamento delle bufale da latte. Significa anche l’unica moschea del Salernitano, costruita nel 1994, che fa da calamita per tutta la piana del Sele. Qui, per dare una risposta concreta alla domanda di integrazione degli immigrati si sono messi insieme in tanti: l’Unione europea, il ministero del Lavoro, il Comune di Bellizzi, l’Enaip (l’Ente nazionale per l’istruzione professionale delle Acli). Ne è nato Horizon 2000, un progetto avviato il 1° gennaio del 1996 e concluso l’anno scorso. Lo scopo? Offrire un’occasione di formazione professionale e favorire la costituzione di cooperative. Un’iniziativa rivolta agli immigrati, ma con un occhio anche alla disoccupazione locale. Il mese scorso è nata la prima cooperativa che raccoglie una ventina di immigrati. Offre servizi di facchinaggio, pulizie, manodopera per il lavoro nei campi. Altre due cooperative si formeranno in primavera. La prima di import-export costituita da 17 immigrati del Burkina Faso; la seconda (formata da 11 senegalesi) fornirà servizi alle imprese. «L’aspetto rilevante del progetto è la formazione professionale diffusa», spiega il coordinatore di Horizon, Sabato Aliberti, «14 persone hanno fatto un periodo di tirocinio nelle aziende locali, 70 imprese si sono rese disponibili. E oltre ai 60 immigrati che hanno partecipato ai corsi, altri 350 si sono rivolti allo sportello di orientamento. Un’esperienza che speriamo di continuare, con l’aiuto della Regione Campania».

l.sc.

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