Gazzetta d'Alba n.30 del 25-7-2001 - Quando Tony Blair verrà in vacanza nelle Langhe...
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Quando Tony Blair verrà in vacanza nelle Langhe...

di ENZO ANTONIO FAZIO (*)
   

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Seguo da oltre quarant’anni, sia per una diretta frequentazione – ho sposato una "miroglina" nel 1958, officiante don Angelo Stella, chiesa di Cristo Re, ad Alba – che attraverso Gazzetta, di cui sono un attento abbonato, la straordinaria evoluzione socio-economica dell’albese.

Per anni ho diretto primarie strutture pubbliche del turismo in Liguria e a Genova.

Nell’albese il turismo, grazie al segmento enogastronomico, ha raggiunto posizioni di assoluto rilievo: credo però sia opportuna una pausa di riflessione, per valutare le prospettive future. È una necessità avvertita, mi pare, anche dal sen. Tomaso Zanoletti: basta leggere le sue dichiarazioni a Gazzetta in occasione dell’assunzione, da parte del Comune di Alba, del compito di organizzare la Fiera del tartufo.

Una pausa di riflessione che si dovrebbe incentrare sull’assunto di fondo: nell’immaginario collettivo le citazioni riferite ad Alba, alle Langhe e al Roero evocano, nella maggioranza dell’utenza italiana ed europea, richiami legati ai tartufi, alla cucina del territorio, ai grandi vini. L’obiettivo è di affinare sempre più questa monocultura oppure, accanto a questa immagine radicatissima, possono (io direi devono!) crescere altri filoni?

Forse un modello di riferimento, un benchmark, è opportuno. L’albese ha proprie, autonome, distintive caratteristiche, ma credo non sia un delitto di lesa maestà riflettere sulle esperienze, sulla maturità culturale raggiunta da altri territori affini per tanti aspetti. Tra questi, cito la Toscana dell’area del Chianti, il cosiddetto "Chiantishire". È una questione di maturità culturale, dicevamo, una consapevolezza dell’assoluta valenza dell’offerta che determina anche scelte oculate delle iniziative promozionali.

Non credo, infatti, che nel "Chiantishire" a qualcuno verrebbe in mente di far normare un nuovo vino Siena Doc o Docg o di far scorrazzare i cani cerca-tartufo nel Central park di New York, oppure di adottare certe iniziative in Italia e all’estero, incentrate solo su pure e semplici abbuffate, spacciandole per attività promozionali...

Sempre prendendo spunto dalle esperienze dell’area toscana – premesso il riconoscimento di una storia diversa e di un’immagine forte da tempo radicata –, tanti sono i filoni da coltivare con cura alla promozione costante, non "gridata", meglio ancora se con un’effettiva valutazione e il coordinamento di tutte le iniziative. Non sta a me "impartire" lezioni: mi sembra, però, congeniale all’obiettivo di diversificare il premio "Grinzane Cavour", da anni inserito nei grandi mass media.

Vanno rimarcate le mostre al castello di Guarene, anche per i contatti che l’attuale gestione riesce a ottenere con certi ambienti opinion-leader, o meglio opinion-maker a livello europeo. E perché non evidenziare maggiormente, con un’oculata diffusione ai più alti livelli, i richiami "americani" delle opere di Beppe Fenoglio e di Cesare Pavese?

A proposito: quando finiranno i piemontesi, come del resto i liguri, di essere autolesionisti, di coltivare cioè il vezzo del nemo propheta in patria?

Sarebbe opportuna una maggiore valorizzazione dei castelli agibili nel territorio, anzi una loro "mondanizzazione" (se questo non turba la sensibilità subalpina...).

E bisogna sostenere il radicamento di "dimore" agrituristiche di livello medio-alto e, di converso, valorizzare le positive esperienze di taluni produttori, finalizzate a trasformare le aziende vitivinicole sull’esempio dei châteaux francesi, specie per quanto concerne l’architettura e l’accoglienza.

Siena, San Gimignano, Pienza sono richiami assoluti dell’area del Chianti – dove, tra l’altro, l’ambiente è effettivamente protetto –, però tante e altrettanto valide sono le peculiarità dell’albese e i siti in divenire, purché non si dimentichi mai che determinanti saranno sempre il paesaggio, la naturalità, la gelosa protezione dell’humus di questa antica terra e, quindi, della propria enogastronomia. Perché, ad esempio, non inserire nelle Commissioni edilizie dei Comuni delle Langhe e del Roero, a tutela di questa cultura, una personalità designata dalla Famija albèisa?

Sarebbe davvero benvenuta una pausa "riflessione" per capire dove si vuole andare e quali percorsi intraprendere. Il giorno che "incidentalmente" si verrà a sapere che un omologo di Tony Blair o similare trascorre le vacanze nelle Langhe o nel Roero, o che nell’"in" nazionale la Capalbio di turno è diventata (cito a caso) Serralunga, Bergolo, Santo Stefano Belbo, Govone, ecc., credo che allora per Alba e per l’albese non sarà più così automatico il collegamento con il solo stereotipo del filone enogastronomico, anche perché, alla lunga, esso potrebbe, se non esaurirsi, trasformarsi nella stanca routine del fine settimana per un amorfo, anche se forse crescente, turismo pendolare.

Enzo Antonio Fazio
(*) Docente di storia dell’organizzazione turistica
presso la Facoltà di economia dell’Università di Genova.

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