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Sulle
colline del Moscato, colorate chiazze di primavera ravvivano il bronzo
uniforme del fine inverno, come se la natura volesse uniformarsi alle
festività pasquali, che, quest’anno, cadono in anticipo rispetto al
normale andamento delle stagioni. L’aria ormai tiepida, anche se, a
volte, ancora un po’ frizzantina per l’alternarsi del marino con la
tramontana, profuma dei primi fiori ed echeggia dei primi trilli e delle
risate dei bimbi, che animano strade e cortili. Nelle vigne ferve il
lavoro, che riprende con buoni auspici di abbondanti raccolti. Iniziano le
covate e dalle tane gli animali escono dal lungo letargo invernale.
Tutto parla di gioia e di vita; la rinascita della natura e il
risveglio primaverile, in questi giorni, contrastano, però, violentemente
con la dolorosa, drammatica notizia che, per la sua tragicità, si
diffonde rapidamente in ogni casa, in ogni famiglia, in ogni angolo di
paese: il giovanissimo Edoardo non ce l’ha fatta. Nulla hanno potuto i
suoi diciott’anni, la sua voglia di vivere e la sua coraggiosa lotta
contro un male inesorabile, le cure assidue e premurose di una mamma che
non vuole arrendersi, la forza di un padre che cerca di far vivere nella
normalità una famiglia tanto
profondamente provata, l’affetto incondizionato di una sorella che ha
vissuto quasi in simbiosi con lui gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza
e della prima giovinezza. Anche la scienza, sollecitata negli ultimi
progressi dai clinici più esperti, si è rivelata, ancora una volta,
inefficace di fronte alla violenza di un male refrattario a ogni cura.
Edoardo era un ragazzo speciale per vivacità di fisico e di spirito e
anche per la capacità inventiva delle sue marachelle. Ricordo che, sin da
ragazzino, partecipava alle iniziative della comunità ponendo mille
domande suggerite da un’intelligenza non comune. Tutto in lui faceva
presupporre un futuro ricco di qualità umane e di alte capacità nel
mondo della cultura e del lavoro.
Queste mie note di solito vogliono riproporre alla nostra memoria
immagini e persone che hanno operato per il bene della nostra terra e che
rischiano l’oblio; ora, invece, piango e mi rammarico per quello che
Edoardo avrebbe potuto dare e rappresentare e che, a causa di un amaro
destino, non potrà mai esprimere: un grande dolore per i suoi cari, una
grande privazione per la comunità. Non solo i coetanei, ma tutti i
giovani di Mango e dei paesi vicini hanno affollato i momenti di preghiera
e di suffragio per il loro amico: la loro partecipazione era fortemente
sentita, allo stesso tempo commossa e commovente.
Per il loro mondo ancora fortunatamente festoso l’esperienza della
morte è lontana, ma, quando questa tocca uno di loro, li colpisce nel
profondo e li fa sentire totalmente partecipi, coinvolgendoli in
riflessioni che ce li fanno sentire fragili, impreparati alle tragedie
della vita e quindi bisognosi di essere capiti nelle loro quotidiane
difficoltà. In momenti di sofferenza come questa si riscopre il paese, lo
spirito di comunità, l’accorata partecipazione a un dolore tanto grande
da superare l’ambito della famiglia per diventare il dolore di tutti.
Ognuno vorrebbe portare espressioni di conforto: la nostra gente, però,
non conosce le belle frasi di circostanza, ma partecipa con un silenzio
che supera la parola o lo scritto e diventa gesto d’affetto rispettoso
del dolore. A volte, nei riguardi del paese dove vivi e operi provi
sentimenti di delusione o di stizza nei rapporti del quotidiano: in queste
occasioni ti devi ricredere perché il vicino o quello che incontri quasi
giornalmente, sotto un’apparenza di indifferenza o superficialità,
nasconde valori che, pur venendo da lontano, si sono sedimentati e non
sono stati distrutti dal "progresso" o dalla ricchezza di
Moscato. Sono valori che ci riconciliano con il prossimo e alleviano le
frustrazioni dell’attualità.
Allora sì che, come scriveva Pavese, un paese ci vuole non per il
piacere di lasciarlo, ma per rimanerci e viverci!
Raoul Molinari

MORETTA
- Nel 2008 ricorre pure il centenario delle ex
allieve salesiane, anche le suore albesi alla manifestazione
Il santuario compie 100
anni
di
LUCIA GANGALE
Il
popoloso quartiere della Moretta, in cima a corso Langhe, è assai caro
agli albesi per il suo santuario e noto per l’azione sociale della
chiesa nel tessuto urbano. La grande vitalità che contraddistingue il
santuario di Madonna della Moretta, dove operano gli Oblati di San
Giuseppe, e l’asilo delle suore Figlie di Maria Ausiliatrice (Fma),
sorte dall’opera di don Bosco e madre Maria Mazzarello, fa rilevare come
in questo quartiere sia particolarmente presente l’opera del divino.
Entrambe le famiglie sono state quest’anno più volte alla ribalta
della cronaca: la parrocchia della Moretta compie cento anni e ricorre il
centenario delle ex allieve salesiane, festeggiato l’8 marzo a Torino,
presenti quattromila persone, tra cui le suore Fma di Alba.

Il santuario della Moretta viene eretto nel 1908. Il dipinto della
Madonna che campeggia in cima alla navata centrale, sopra l’altare,
raffigura una giovane Madonna dal viso dolcissimo e dallo sguardo sereno,
con in braccio un biondo bambinello. In testa ha una corona e indossa un
vestito rosso con un mantello blu trapunto di stelle. Pregata dai fedeli
per la cessazione della mortalità del bestiame, è effigiata su di un
campo, con ai piedi una pastorella orante e del bestiame. Sempre all’insegna
del coinvolgimento di famiglie, di giovani e anziani, il santuario
organizza tornei di calcio, ospita ragazzi per ritiri spirituali, offre un
efficiente servizio bar, dispone di biliardi, palestra, campetto sportivo
e di una sala riunioni, tiene corsi di chitarra e prove di canto per i due
cori parrocchiali. L’attiguo cinema Moretta è anch’esso di proprietà
degli Oblati, e come ci dice padre Thomas, parroco di origine indiana qui
ad Alba dallo scorso ottobre, offre una programmazione di qualità, con
film appositamente scelti, «non troppo leggeri come quelli di cui sono
piene le multisale».
Il centenario non poteva sfuggire ai cultori di storia locale e così
Oreste Cavallo, docente in pensione dell’Enologica di Alba, ha iniziato
una raccolta di fotografie del quartiere a lui così caro. Ha anche
lanciato una serie di appelli affinché gli abitanti procurino materiali
per farne una pubblicazione. Gli incontri per fare il punto della
situazione si tengono ogni giovedì sera al santuario.
Le Suore salesiane di Maria Ausiliatrice sbarcano ad Alba nel 1919.
Sono subito accolte dagli abitanti del quartiere Moretta con amore e
sostenute dalla generosità collettiva. Il primo a essere costruito è l’oratorio
e la domenica del 4 maggio 1919 le oratoriane sono già 108. Nasce quindi
l’asilo che ospita 24 bambini. La prima casa delle suore si trovava tra
via Sabotino e corso Langhe, dove si erge una palazzina di colore rosso
oggi di proprietà privata. L’affitto della sede provvisoria veniva
pagato grazie alla generosità di Maria Abrigo, ricca possidente, che
procurò anche il pane alle suore. Nel 1935, forse, la stessa Abrigo donò
loro il terreno sul quale fu costruito il presente edificio, quello tra
via De Amicis e piazza Moretta, quindi un po’ più su della sede
originaria, e cioè proprio nelle immediate vicinanze del santuario. In
questo nuovo edificio le suore traslocarono nel 1937. Il 1° giugno 1968,
con Decreto n° 782, è stata riconosciuta la personalità giuridica con
la denominazione Casa Maria Ausiliatrice. Alla manifestazione delle ex
allieve, come dicevamo, hanno partecipato con entusiasmo anche le Suore
salesiane di Alba.
Sono molto cresciute, nei loro circa novant’anni di presenza in
città. Oggi il loro asilo ospita un centinaio di bambini, offrendo un
servizio a tante famiglie di questo quartiere ad alta densità abitativa.
L’asilo è accogliente, pulitissimo, con tanti quadri, colori, giochi e
servizi di utilità. La comunità religiosa è formata da nove sorelle che
svolgono la loro missione educativa con profonda umanità. E sono all’avanguardia
anche da un punto di vista tecnologico. In segreteria si realizzano
prodotti multimediali di alta qualità, dal punto di vista grafico e
contenutistico, come presentazioni didattiche, biglietti augurali,
libretti di canti e orazioni. Un lavoro silenzioso e utilissimo, svolto
senza clamori e senza desiderio di pubblicità da parte delle consorelle.
Scusateci, gentili lettori, se adesso lo facciamo da queste colonne senza
che esse lo sappiano, ma è perché le stimiamo e vogliamo loro bene. Come
tutta la comunità di Alba.
Lucia Gangale
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