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Gazzetta d'Alba, n. 17 del 29 aprile 2008

n. 17 del 29-4-2008
Questa settimana
scelti per voi...

Ragazzi in cerca di spazi
di A.C.

Vinum si fa solidale
di ELISA PASCHETTA

Le ruspe al Pinot Gallizio
di A.G.

Berruti. Un artista
da Verduno a Pechino

di ADRIANA RICCOMAGNO

Colline da turismo
di MARIA GRAZIA OLIVERO

Chiesa centenaria a Priocca
di A.M.

C’è troppo blu nella sosta
di ALESSANDRO CASSINELLI

La Zizzola centro culturale
di DIEGO LANZARDO

Dallorto:«Il mattatoio?
Meglio rifarlo fuori città»
di VALTER MANZONE

Cherasco piange la scomparsa
del pittore Romano Reviglio

di C.L.

Cimitero, c'è posto per tutti
di ROBERTA BERTERO

Commendator Giovanni Bruno,
«numero uno per eccellenza»

di RAOUL MOLINARI

Bel Paese a crescita zero
di MARIA GRAZIA OLIVERO

Sos famiglie in piazza Duomo
di M.G.O.

 


 

ALBA - Sono state demolite senza problemi alcune abitazioni abusive al campo nomadi. Nuove ordinanze?

Le ruspe al Pinot Gallizio

di A.G.
 

 

Giovedì 24 aprile, alla presenza di Carabinieri e Polizia municipale, le ruspe hanno dato inizio alla demolizione di alcune abitazioni abusive del campo nomadi Pinot Gallizio. L’ordinanza di demolizione ha riguardato in questa fase alcune casette che avevano costruito illegalmente tre famiglie di etnia sinta. Oltre alla mancanza dei permessi, i nomadi avevano edificato su un’area che da poco era stata bonificata con spese a carico del Comune; la stessa area in cui in precedenza erano state abbandonate da parte dei rom diverse tonnellate di rottami ferrosi e rifiuti. Abusivismo edilizio e deturpamento dei beni paesaggistici sono state le motivazioni alla base dell’ordinanza di demolizione, un’azione ampiamente prevista e annunciata alcune settimane addietro da queste colonne. Per fortuna tutto si è svolto con tranquillità. Nessuna contestazione da parte dei nomadi al momento della notifica dell’ordinanza. Due delle famiglie che abitavano le case abusive si sono sistemate in roulotte nel campo, mentre una si è trasferita nel campo nomadi astigiano.

«Si tratta di un’operazione che», come spiega il capitano dei Carabinieri di Alba Nicola Ricchiuti, «rappresenta un ulteriore e importante passo nella direzione del ripristino della legalità nel campo nomadi langarolo».

Sono previste altre demolizioni prima della creazione del nuovo sito nei pressi del carcere? «Potrebbe essere, anche se per le situazioni più gravi si aspetterà la fine dei lavori del nuovo campo, costruito con i fondi della Regione».

Il sindaco Giuseppe Rossetto: «Questa è la legge, e noi vogliamo certezza del diritto. L’inizio delle demolizioni coincide con la conclusione dello studio per il nuovo campo nomadi per la sosta temporanea. Credo che il 2010 sia una data ragionevole per il termine della realizzazione».

Il consigliere di centro-sinistra Antonio De Giacomi critica «il modo di operare della maggioranza, che poco ha informato il Consiglio. La questione è spinosa: stiamo parlando di persone che vivono qui da anni, non di un’invasione dell’ultimo minuto. Bisognava procedere con richiami più costanti alla legalità. Constato con dispiacere che gli interventi sociali hanno avuto risultati parziali. Sappiamo che l’integrazione è lunga e difficile, ma c’è stato poco dialogo».

Il capogruppo del Pdl in Comune Dino Destefanis: «Concordo appieno. Appena la nuova struttura sarà pronta si provvederà a spostare tutti i nomadi, mentre proseguono gli interventi in campo socio-assistenziale».

Più duro Pierangelo Rigo, segretario albese della Lega nord: «Tutti devono rispettare le ordinanze, anche i rom. Ad Alba c’è peraltro molto malcontento per la decisione di usare 420.000 euro per i nomadi: non sarebbe meglio aiutare gli albesi?».

a.g.


      

  
È l’unico giovane europeo invitato a esporre in occasione delle Olimpiadi. «Non credo nell’ispirazione – dice – ma nel lavoro»

Berruti
Un artista da Verduno a Pechino

di ADRIANA RICCOMAGNO
   

C'è una «chiesa d’arte», a Verduno, nella quale un artista dipinge su tele di juta. Acciuffato nelle Langhe, tra un viaggio intercontinentale e l’altro per far conoscere la sua arte, Valerio Berruti, 31 anni, originario di Alba, parla del suo lavoro.

  • Da quando dipingi queste opere?

«La serie dei bambini dal 2000. Ho sempre disegnato figure, mai paesaggi. Sono interessato alla nostra memoria storica, e alla globalizzazione che ci può essere nell’immagine: chi la vede si riconosce in qualcosa che non gli appartiene, ed è qualcosa di magnifico, perché ciò che è mio diventa anche tuo».

  • E in Oriente, dove farai alcune mostre, si riconoscono nei tuoi quadri?

«Mi chiedono come mai io disegni bambini cinesi. A Seoul un mese fa ho dipinto vere "modelline" coreane, lavorando su fotografie, ma alla fine sono uguali agli altri».

  • Come hai imboccato la strada dell’arte?

«Non ho mai pensato di fare altro nella vita, non è stata una scelta, sono nato con quell’idea. Anche nel lavoro, non ho mai fatto l’assistente di altri artisti, e nemmeno il barista per pagare gli studi. Per pagarmi la chiesa facevo affreschi nei locali, che mi sono serviti per migliorare la tecnica e per sperimentare. Ma anche questi trompe l’oeil li ho mai visti come un lavoro».

  • Da dove arriva l’ispirazione?

«Non credo nell’ispirazione, credo nel lavoro. Ispirato o uno lo è sempre, o non lo è mai. Non so cosa sia la noia: disegno quasi costantemente, e divido la mia vita fra i disegni e i libri. L’arte è cultura e deve comunicare cose che non sono soltanto estetica, altrimenti diventa puro esercizio. Per questo ho voluto laurearmi in critica d’arte, e non all’accademia: il cervello è più importante della mano, la mano si addestra ma il cervello va nutrito, riempito di cose».

  • Sei l’unico giovane artista europeo a essere stato invitato a esporre a Pechino in occasione delle Olimpiadi: cosa pensi delle polemiche in atto e come vedi la situazione essendoti recato in Cina di persona?

«Noi vediamo solo la punta dell’iceberg, ma in Cina sono nati cento milioni di eventi collaterali, come la mia mostra, che rischiano di saltare. Già dieci anni fa, quando Pechino si è aggiudicata i Giochi, né erano rispettati i diritti umani, né il Tibet era libero. Ma ora c’è un miliardo di cinesi che da un decennio lavora giorno e notte per costruire le strutture e subisce un torto che non merita. È assurdo pretendere che in due mesi la Cina diventi una democrazia e abolisca la pena di morte. La Cina poi è un quinto del mondo, ci sono altri 39 Paesi come il Tibet che però non hanno un Dalai Lama ammanicato con Hollywood. Siamo in balia di movimenti non decisi da noi. Sono ovviamente d’accordo sulla centralità dei diritti civili, ma se volevano un evento etico potevano escludere la Cina dal bando; adesso non possono far altro che accettare le cose come stanno».

  • Per chi dipingi?

«Tutti gli artisti prima di tutto lo fanno per loro stessi. Lo faccio perché mi appaga, è la cosa che adoro fare, ma credo nell’arte popolare, progetti come quello delle tazzine Illy che consentono alla gente di riappropriarsi dell’arte, che non le appartiene più. L’artista ha il ruolo sociale di parlare con la gente, altrimenti rischia di fare cose autocelebrative. L’arte deve parlare della e alla vita. Certo bisogna essere umili e saper accettare le critiche, ma se uno crede nel lavoro che fa magari cresce con le critiche. Bisogna cercare di arrivare alla gente come fa la letteratura, anche se la differenza è che la fruizione non è l’acquisto come la letteratura. Per godere di un’opera d’arte non è necessario possederla, basta visitare una galleria, un museo, che normalmente hanno prezzi molto abbordabili».

  • Quali sono i tuoi sogni e i tuoi obiettivi?

«Come tutti gli artisti vorrei partecipare a eventi come la Biennale di Venezia, dove la visibilità e il budget sono tali che il tuo lavoro viene visto davvero per quello che è. Ma forse mi piacerebbe ancora di più che le mie opere andassero sulle tazzine Illy: la gente ha tutto il giorno l’arte davanti».

  • Lasceresti le Langhe?

«Definitivamente, no. Ma di fatto sto qui solo più due mesi all’anno. Spero che quando morirò potrò essere cremato e messo in quell’altare. Sono langhetto al cento per cento e le Langhe per la mia arte sono tutto, tanto come nei racconti di Fenoglio. Parlo la lingua che mi parla questa terra, come anche Pinot Gallizio, anche se ognuno poi ha la sua poetica. Sono un artista di Langa. Ho vissuto a New York, Londra, Tokyo, immerso negli stimoli continui, ma dopo un po’ sento di perdere il legame con la terra, e sento il bisogno di tornare qui dove apprezzo il vino, il mangiare, il rapporto con la gente».

Adriana Riccomagno