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Giovedì
24 aprile, alla presenza di Carabinieri e Polizia municipale, le ruspe
hanno dato inizio alla demolizione di alcune abitazioni abusive del campo
nomadi Pinot Gallizio. L’ordinanza di demolizione ha riguardato
in questa fase alcune casette che avevano costruito illegalmente tre
famiglie di etnia sinta. Oltre alla mancanza dei permessi, i nomadi
avevano edificato su un’area che da poco era stata bonificata con spese
a carico del Comune; la stessa area in cui in precedenza erano state
abbandonate da parte dei rom diverse tonnellate di rottami ferrosi e
rifiuti. Abusivismo edilizio e deturpamento dei beni paesaggistici sono
state le motivazioni alla base dell’ordinanza di demolizione, un’azione
ampiamente prevista e annunciata alcune settimane addietro da queste
colonne. Per fortuna tutto si è svolto con tranquillità. Nessuna
contestazione da parte dei nomadi al momento della notifica dell’ordinanza.
Due delle famiglie che abitavano le case abusive si sono sistemate in roulotte
nel campo, mentre una si è trasferita nel campo nomadi astigiano.
«Si tratta di un’operazione che», come spiega il capitano dei
Carabinieri di Alba Nicola Ricchiuti, «rappresenta un ulteriore e
importante passo nella direzione del ripristino della legalità nel campo
nomadi langarolo».
Sono previste altre demolizioni prima della creazione del nuovo sito
nei pressi del carcere? «Potrebbe essere, anche se per le situazioni più
gravi si aspetterà la fine dei lavori del nuovo campo, costruito con i
fondi della Regione».
Il sindaco Giuseppe Rossetto: «Questa è la legge, e noi
vogliamo certezza del diritto. L’inizio delle demolizioni coincide con
la conclusione dello studio per il nuovo campo nomadi per la sosta
temporanea. Credo che il 2010 sia una data ragionevole per il termine
della realizzazione».
Il consigliere di centro-sinistra Antonio De Giacomi critica «il
modo di operare della maggioranza, che poco ha informato il Consiglio. La
questione è spinosa: stiamo parlando di persone che vivono qui da anni,
non di un’invasione dell’ultimo minuto. Bisognava procedere con
richiami più costanti alla legalità. Constato con dispiacere che gli
interventi sociali hanno avuto risultati parziali. Sappiamo che l’integrazione
è lunga e difficile, ma c’è stato poco dialogo».
Il capogruppo del Pdl in Comune Dino Destefanis: «Concordo
appieno. Appena la nuova struttura sarà pronta si provvederà a spostare
tutti i nomadi, mentre proseguono gli interventi in campo
socio-assistenziale».
Più duro Pierangelo Rigo, segretario albese della Lega nord: «Tutti
devono rispettare le ordinanze, anche i rom. Ad Alba c’è peraltro molto
malcontento per la decisione di usare 420.000 euro per i nomadi: non
sarebbe meglio aiutare gli albesi?».
a.g.

È l’unico giovane europeo invitato a esporre
in occasione delle Olimpiadi. «Non credo nell’ispirazione – dice –
ma nel lavoro»
Berruti
Un artista da
Verduno a Pechino
di ADRIANA RICCOMAGNO
C'è
una «chiesa d’arte», a Verduno, nella quale un artista dipinge su tele
di juta. Acciuffato nelle Langhe, tra un viaggio intercontinentale e l’altro
per far conoscere la sua arte, Valerio Berruti, 31 anni, originario di
Alba, parla del suo lavoro.
- Da quando dipingi queste opere?
«La serie dei bambini dal 2000. Ho sempre disegnato figure, mai
paesaggi. Sono interessato alla nostra memoria storica, e alla
globalizzazione che ci può essere nell’immagine: chi la vede si
riconosce in qualcosa che non gli appartiene, ed è qualcosa di magnifico,
perché ciò che è mio diventa anche tuo».
- E in Oriente, dove farai alcune mostre, si riconoscono nei tuoi
quadri?
«Mi chiedono come mai io disegni bambini cinesi. A Seoul un mese fa ho
dipinto vere "modelline" coreane, lavorando su fotografie, ma
alla fine sono uguali agli altri».

- Come hai imboccato la strada dell’arte?
«Non ho mai pensato di fare altro nella vita, non è stata una scelta,
sono nato con quell’idea. Anche nel lavoro, non ho mai fatto l’assistente
di altri artisti, e nemmeno il barista per pagare gli studi. Per pagarmi
la chiesa facevo affreschi nei locali, che mi sono serviti per migliorare
la tecnica e per sperimentare. Ma anche questi trompe l’oeil li
ho mai visti come un lavoro».
- Da dove arriva l’ispirazione?
«Non credo nell’ispirazione, credo nel lavoro. Ispirato o uno lo è
sempre, o non lo è mai. Non so cosa sia la noia: disegno quasi
costantemente, e divido la mia vita fra i disegni e i libri. L’arte è
cultura e deve comunicare cose che non sono soltanto estetica, altrimenti
diventa puro esercizio. Per questo ho voluto laurearmi in critica d’arte,
e non all’accademia: il cervello è più importante della mano, la mano
si addestra ma il cervello va nutrito, riempito di cose».
- Sei l’unico giovane artista europeo a essere stato invitato a
esporre a Pechino in occasione delle Olimpiadi: cosa pensi delle
polemiche in atto e come vedi la situazione essendoti recato in Cina
di persona?
«Noi vediamo solo la punta dell’iceberg, ma in Cina sono nati cento
milioni di eventi collaterali, come la mia mostra, che rischiano di
saltare. Già dieci anni fa, quando Pechino si è aggiudicata i Giochi,
né erano rispettati i diritti umani, né il Tibet era libero. Ma ora c’è
un miliardo di cinesi che da un decennio lavora giorno e notte per
costruire le strutture e subisce un torto che non merita. È assurdo
pretendere che in due mesi la Cina diventi una democrazia e abolisca la
pena di morte. La Cina poi è un quinto del mondo, ci sono altri 39 Paesi
come il Tibet che però non hanno un Dalai Lama ammanicato con Hollywood.
Siamo in balia di movimenti non decisi da noi. Sono ovviamente d’accordo
sulla centralità dei diritti civili, ma se volevano un evento etico
potevano escludere la Cina dal bando; adesso non possono far altro che
accettare le cose come stanno».
«Tutti gli artisti prima di tutto lo fanno per loro stessi. Lo faccio
perché mi appaga, è la cosa che adoro fare, ma credo nell’arte
popolare, progetti come quello delle tazzine Illy che consentono
alla gente di riappropriarsi dell’arte, che non le appartiene più. L’artista
ha il ruolo sociale di parlare con la gente, altrimenti rischia di fare
cose autocelebrative. L’arte deve parlare della e alla vita. Certo
bisogna essere umili e saper accettare le critiche, ma se uno crede nel
lavoro che fa magari cresce con le critiche. Bisogna cercare di arrivare
alla gente come fa la letteratura, anche se la differenza è che la
fruizione non è l’acquisto come la letteratura. Per godere di un’opera
d’arte non è necessario possederla, basta visitare una galleria, un
museo, che normalmente hanno prezzi molto abbordabili».
- Quali sono i tuoi sogni e i tuoi obiettivi?
«Come tutti gli artisti vorrei partecipare a eventi come la Biennale
di Venezia, dove la visibilità e il budget sono tali che il tuo
lavoro viene visto davvero per quello che è. Ma forse mi piacerebbe
ancora di più che le mie opere andassero sulle tazzine Illy: la
gente ha tutto il giorno l’arte davanti».
«Definitivamente, no. Ma di fatto sto qui solo più due mesi all’anno.
Spero che quando morirò potrò essere cremato e messo in quell’altare.
Sono langhetto al cento per cento e le Langhe per la mia arte sono tutto,
tanto come nei racconti di Fenoglio. Parlo la lingua che mi parla questa
terra, come anche Pinot Gallizio, anche se ognuno poi ha la sua poetica.
Sono un artista di Langa. Ho vissuto a New York, Londra, Tokyo, immerso
negli stimoli continui, ma dopo un po’ sento di perdere il legame con la
terra, e sento il bisogno di tornare qui dove apprezzo il vino, il
mangiare, il rapporto con la gente».
Adriana Riccomagno
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