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Gli industriali: «Occorre un’adeguata
riforma del welfare per rendere più flessibile il mercato del lavoro,
anche se, grazie alla legge Biagi, nel decennio 1997-2007 sono stati
creati 3,13 milioni di nuovi posti di lavoro, con la riduzione del tasso
di disoccupazione».
«Il "caso
Italia": nei comportamenti sindacali, nella politica economica, nel
funzionamento della giustizia, nella pubblica Amministrazione e nell’opinione
pubblica non si sono affermati atteggiamenti coerenti con il regime
della moneta unica»
Non
ha dubbi il presidente di Confindustria Cuneo Antonio Antoniotti: «La
nostra recente indagine congiunturale evidenzia un calo generalizzato dei
principali indicatori macroeconomici. L’economia italiana viaggia verso
la crescita zero nel 2008». Ne parliamo con il direttore dell’organizzazione
degli industriali cuneesi Francesco Villani.
- Si prevede una difficile congiuntura alle porte: economia a crescita
zero?
«Sì. Il Paese sta viaggiando verso la crescita zero nel 2008. Ai
livelli attuali il caropetrolio sottrae 0,6 punti alla dinamica del Pil,
la rivalutazione del cambio ne toglie 0,2 (e altri 0,4 nel 2009). La
mancata crescita economica riguarda tutti i Paesi industrializzati
europei, ma il "caso Italia" è del tutto particolare: nei
comportamenti sindacali, nella politica economica, nel funzionamento della
giustizia, nell’efficienza della pubblica Amministrazione, nell’opinione
pubblica non si sono affermati comportamenti e atteggiamenti coerenti con
il regime della moneta unica. Il rischio recessione in Usa non è
scongiurato: i consumatori tenderanno a ripristinare un più alto tasso di
risparmio».
- Perché l’Italia non riesce a crescere?
«Dal ’97 a oggi il nostro Paese ha registrato la peggiore performance
di crescita (con l’eccezione del Giappone) tra i Paesi
industrializzati. Il Pil è salito dell’1,5% medio annuo, il peggior
risultato del dopoguerra. Negli anni Duemila la dinamica è stata
ulteriormente frenata (1,1%). Ciò è avvenuto mentre il sistema mondiale
ha sperimentato il più florido e intenso periodo di espansione della
storia (tenuto conto del numero di nazioni e della quota di popolazioni
coinvolte). Anche rispetto al resto dell’Europa, che pure non è stata
molto dinamica, abbiamo sfigurato: il Pil italiano è aumentato dello 0,9%
in meno all’anno tra 1997 e 2007; se fosse cresciuto negli ultimi 15
anni come il resto dei Paesi europei, sarebbe oggi di 225 miliardi di euro
più alto. Pensiamo quanti investimenti indispensabili per il nostro Paese
si sarebbero potuti portare a termine!».
- Quali sono le ragioni di questa crescita mancata?
«Le ragioni della lenta crescita italiana non possono essere cercate
solo fuori dai confini nazionali (la globalizzazione, le nuove tecnologie,
l’euro, lo scoppio delle bolle finanziarie), ma vanno trovate dentro il
Paese, rivelatosi incapace di adattarsi in tempi rapidi al mutato contesto
competitivo, di cogliere le opportunità dei profondi cambiamenti, di
adeguarsi in ogni aspetto della vita sociale alla disciplina imposta dall’adesione
alle regole europee».
- Che cosa serve al nostro Paese?
«L’Italia ha bisogno di ricominciare subito a crescere e questo non
potrà avvenire senza grandi riforme strutturali, che toccano temi di
diversa natura: economica, sociale, politica. Occorre innanzitutto un’adeguata
riforma del welfare, rendere ancora più flessibile il mercato del
lavoro, anche se, grazie alle ultime riforme introdotte (vedi legge Biagi),
nel decennio 1997-2007 sono stati creati 3,13 milioni di nuovi posti di
lavoro, di cui 2,96 dipendenti, con la conseguente riduzione del tasso di
disoccupazione che è sceso al 6,1%, inferiore cioè alla media europea e
a quelli delle principali nazioni industriali. Sarebbe inutile ripetere la
consueta lista dei desideri. Voglio ricordare i punti salienti del
programma della neopresidente nazionale degli industriali Emma
Marcegaglia: la riforma dei contratti, l’aumento della produttività, la
detassazione degli straordinari, la cultura della sicurezza. È assodato
che l’Italia necessita inoltre di risanamento dei conti pubblici, di
controllo dell’inflazione, di risanamento della pubblica
Amministrazione, di riforme fiscali, di lotta all’evasione, di riduzione
della spesa sanitaria (6,7% del Pil), di investimenti mirati in
formazione, di investimenti sulle infrastrutture, di aumento dei fondi
destinati alla ricerca, di colmare il divario tra Nord e Sud».
- L’Italia è il Paese della piccola impresa, una peculiarità che
forse mal si coniuga con la necessità di affrontare i mercati
globali. Come si caratterizzano i nostri imprenditori rispetto a
quelli stranieri?
«Il numero degli imprenditori italiani è due volte e mezzo più
elevato di quello tedesco, due volte quello francese, oltre tre volte
quello inglese. Ciò è sintomo di grande vitalità, del prevalere della
voglia di fare, della capacità di assumersi rischi. Tuttavia, senza un
concreto sostegno da parte delle istituzioni statali, l’imprenditore
italiano è spesso costretto ad "andare avanti da solo",
incappando spesso in elevati rischi e in una mancata realizzazione dei
progetti pianificati. Un altro handicap è la taglia
imprenditoriale: le imprese italiane sono troppo piccole per dimensione e
spesso un’azienda di piccole dimensioni non è sufficientemente
strutturata per affrontare il mare aperto della competizione globale e i
costi di investimenti in ricerca. Occorre dunque una crescita
dimensionale, che può essere perseguita anche attraverso alleanze.
Infatti, la redditività sale man mano che le imprese si strutturano: il
Roi (Return on investment) per le società di capitali, anche se
compresso negli ultimi anni, è allineato a quello inglese, superiore a
quello spagnolo. Tuttavia è minore di quello francese ed è stato
nettamente superato dal tedesco».
Maria Grazia Olivero

CRISI - Cgil,
Cisl e Uil hanno presentato in Comune richieste per aiutare i sempre più
numerosi nuclei in difficoltà
Sos famiglie in piazza
Duomo
di
M.G.O.
I sindacati chiedono al
Comune d intervenire attraverso l aumento della quota pro capite impegnata
per la socio-assistenza e l erogazione gratuita dei servizi per le fasce a
basso reddito: nido, mensa, doposcuola, trasporti.
«Sono
necessarie misure urgenti per evitare che gli effetti negativi di breve
periodo degli aumenti dei prezzi alimentari non abbiano conseguenze ancora
più gravi sulle fasce più povere della popolazione mondiale». Lo ha
detto nelle scorse settimane il direttore generale della Fao (l’organizzazione
delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura) Jacques
Diouf. Nel suo intervento al primo Forum mondiale dell’industria
agro-alimentare a New Delhi, Diouf, ha sottolineato l’importante ruolo
che il settore agroindustriale dovrà svolgere per superare le
difficoltà. «I prezzi alimentari mondiali sono cresciuti del 45 per
cento negli ultimi nove mesi e sul mercato cominciano a scarseggiare riso,
frumento e mais».
Accade nel mondo. Forse dovremmo essere più attenti a quanto
succede in Paesi nei quali le difficoltà alimentari determinano la vita o
la morte delle persone. Eppure quella realtà ci appare lontana. E lo è. Al massimo, ci mancano gli euro per la ricarica del telefono o per il
fine settimana al mare, si dice. Non per tutti. Anche nel cuneese si parla
sempre più spesso – come Gazzetta ha più volte documentato –
di povertà strisciante, che tocca strati sociali fino a ieri esenti dal
problema.
Arrivare a fine mese. Famiglie monoreddito, famiglie che devono
mandare a scuola i ragazzi, famiglie alle prese con la precarietà di
lavoro e abitazione, madri e padri soli con figli da crescere, anziani
immigrati. Sono le fasce di popolazione a rischio. Si sono fatti portavoce
del problema in piazza Duomo Cgil, Cisl e Uil, che hanno presentato agli
assessori al bilancio Carlo Castellengo e ai servizi sociali Raffaella
Delsanto alcune proposte. Erano presenti a nome dei sindacati: Francesco
Versio, Angelo Vero, Gianfranco Fiori, Carlo Casavecchia, Battista Panero
e Luisella Lamberti. Spiega Versio: «Tastiamo ogni giorno il polso della
crisi economica: c’è l’anziana con la pensione troppo bassa, ma anche
l’operaio monoreddito con due figli, che non riesce a pagare l’affitto.
Arrivare a fine mese è per molti un’impresa. Per questo abbiamo
proposto alcuni adeguamenti. La soglia dell’Indicatore di situazione
economica (Isee) dovrebbe essere elevata – come da accordi tra l’Anci
e le sigle sindacali – a 8 mila euro per l’esenzione dalla
compartecipazione ai servizi (nido, trasporti alunni, mensa, doposcuola) e
da 8 a 16 mila per l’accesso alle agevolazioni».
Ma non basta. Versio: «Chiediamo pure una fascia di esenzione dall’addizionale
comunale sino a 10 mila euro e l’integrazione del contributo regionale
previsto per il sostegno alle famiglie in difficoltà con il pagamento
degli affitti. Proponiamo inoltre che gli over 65 possano viaggiare
gratis sui mezzi pubblici in talune ore della giornata, mentre è
opportuna una riflessione in merito alle politiche sociali, anche
incrementando la quota che il Comune versa al consorzio
socio-assistenziale Alba, Langhe e Roero».
Prezzi. Il documento delle organizzazioni sindacali fa riferimento
pure al controllo dei prezzi attraverso una commissione congiunta e alla
verifica delle azioni intraprese rispetto all’integrazione degli
immigrati». Raffaella Delsanto: «Rifletteremo, nei prossimi giorni, in
Giunta, dati alla mano, sulle proposte. A maggio è previsto un nuovo
incontro di verifica con i sindacati. È in ipotesi un tavolo di confronto
aperto anche alle imprese. Le nostre famiglie sono dignitose e restie a
chiedere, ma è vero che si avverte una reale difficoltà».
m.g.o.
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