«Non siamo stati
promotori del nostro successo, ma la domanda ci ha fatto scoprire una
ricchezza: con gli occhi del visitatore abbiamo compreso che viviamo in
uno dei luoghi più belli del mondo. Il buon Dio è stato assai prodigo
con noi».
«Il
nostro turismo? Non siamo cattivi ospiti – e abbiamo un’Atl che
funziona –ma potremmo migliorare, anche perché il settore sarà
sempre più determinante per la nostra economia ». Ma bisogna puntare
al top: «Serve un turismo d’élite».
Le affermazioni sono del produttore vinicolo Gianni Gagliardo (nella
foto, con i figli), il quale si inserisce in un dibattito aperto
sulle nostre colline. E che il produttore abbia come meta il meglio,
partendo dal vino di raffinata fama e qualità, la dice lunga. La sua
storia, come tutte le favole che riescono ad avvicinarsi alla vita,
nasce dal cuore. Si capisce ad ascoltarlo quale posto assegni alla
passione Gagliardo, roerino "trapiantato" a La Morra per amore
(nel 1974 sposa la figlia di Paolo Colla e il mondo del vino). La sua
ascesa come imprenditore inizia con una scelta decisa verso la qualità,
di cui il Barolo Preve – uve Nebbiolo e Barolo, provenienti da vigneti
diversi – non è che la sintesi felice. Dai trenta ettari di grappoli
distesi tra La Morra, Barolo, Serralunga, Monforte e Monticello
Gagliardo produce 300 mila bottiglie vendute in 25 Paesi del mondo, il
70 per cento fuori Italia.

- Ma come si potrebbe migliorare il nostro modo di fare turismo,
Gagliardo?
«Occorre in primo luogo sfruttare la vicinanza con Torino, che
dovrebbe essere considerata una meta in linea con il sistema di Langa e
Roero. La capitale del Piemonte, di gran lunga cresciuta nella sua
identità turistica, rappresenta una risorsa in più per gli itinerari
dei visitatori che si avvicinano al nostro territorio».
- Non siamo già stati abbastanza bravi a crescere?
«Abbiamo il merito di aver saputo cogliere una tendenza in atto.
Anni addietro si andava al mare in vacanza, oggi una certa tipologia di
turista – il benestante – sceglie ambiente e natura. Non siamo stati
promotori del nostro successo, ma la domanda ci ha fatto scoprire una
ricchezza: con gli occhi del visitatore abbiamo compreso che viviamo in
uno dei luoghi più belli del mondo».
«Ci manca una cultura politica all’altezza di gestire il
territorio. Siamo lontani anni luce, ad esempio, dalla capacità della
Francia di tutelare il patrimonio edilizio. Oltralpe il pubblico non
permette costruzioni prive di identità e demolizioni ingiustificate.
Purtroppo, noi abbiamo acconsentito a errori irreparabili, che
"segnano" a volte in maniera drammatica il paesaggio».
- Come si realizza un buon governo del territorio?
«Occorre un coordinamento almeno provinciale per trattare le antiche
magioni contadine per quello che sono, un patrimonio da tutelare.
Inoltre, dovrebbe essere ben chiaro che non si possono costruire nuove
abitazioni, se c’è del vecchio da recuperare. È una responsabilità
che dobbiamo assumere per il futuro».
- Quali sono i nostri punti di forza?
«Langhe e Roero hanno un bouquet rarissimo da trovare: vino,
tartufo-cucina, paesaggio. Il buon Dio è stato assai prodigo con noi.
Occorre valorizzare il vino e tra questi il Barolo, che rappresenta un
grande valore aggiunto. Mi dica, quanti turisti lo assaggiano?».
- Non le pare una questione di costi?
«Abbiamo la tendenza a voler crescere in numeri. Invece occorre
crescere pure in qualità. Il nostro dev’essere un turismo d’élite,
che attira il benestante. Le caratteristiche del territorio ci impongono
di richiamare persone che si innamorino dei nostri prodotti e del nostro
ambiente. Altri luoghi sono destinati a un target di massa. Alla
fine conta il fatturato, non solo il numero dei visitatori».
- Quindi, non va bene una Fiera del tartufo puntata ai grandi
numeri?
«Non soltanto ai grandi numeri. La Fiera è una manifestazione
difficile da cambiare, perché ha una grande storia. I pullman di
visitatori forse non si possono evitare. Ma la Fiera non è il solo
motore del turismo. E la si può arricchire».
«Anche eventi riservati a persone in grado di influenzare le
tendenze nel mondo: chef, sommelier, artisti,
controbilanciando la Fiera dei grandi numeri».
«Sono abbastanza fiducioso. I nuovi protagonisti sono meno
individualisti di un tempo. Anche il mondo del vino nostrano ha compreso
che occorre riuscire a far squadra».
m.g.o.

AMBIENTE -
L’impianto di viale Industria, fermo da oltre un anno, non sarà più
riattivato
Abet: chiude
un inceneritore
di DIEGO LANZARDO
Salvo
ripensamenti, l’inceneritore dello stabilimento Abet di viale
Industria sarà chiuso definitivamente.
È quanto è emerso martedì scorso a Cuneo, a seguito della riunione
della Conferenza dei servizi, l’organismo che raduna tutti gli enti
competenti a esprimersi in merito a una determinata pratica.
Quella in questione era la richiesta, presentata dall’azienda
braidese, per ottenere il rinnovo dell’autorizzazione all’utilizzo
dell’inceneritore di viale Industria. Ad esprimersi erano chiamati la
Provincia di Cuneo, il Comune di Bra e l’Agenzia regionale per la
protezione dell’ambiente (Arpa).

Lo stabilimento di viale Industria è la
sede storica dell’azienda.
«Di fatto l’impianto è inattivo già da un anno e mezzo», spiega
il vicesindaco Marcello Lusso, assessore delegato all’ambiente, che ha
rappresentato l’Amministrazione braidese in seno alla Conferenza dei
servizi. «La proprietà dell’azienda aveva però avanzato la
richiesta di rinnovo dell’autorizzazione, in previsione di un
possibile futuro nuovo utilizzo. Tutti e tre gli enti che componevano la
Conferenza si sono però trovati concordi: per poter utilizzare l’inceneritore
di viale Industria anche in futuro, l’Abet laminati dovrebbe
ammodernare radicalmente l’impianto, che si basa su una tecnologia
molto vecchia».
Davanti alla prospettiva di dover affrontare un consistente
investimento economico, a fronte di un utilizzo potenziale, l’azienda
avrebbe già manifestato informalmente l’intenzione di rinunciare alla
richiesta di rinnovo.

Il vicesindaco (con delega all’ambiente)
Marcello Lusso.
«Nell’ultimo anno c’è stato un miglioramento della quantità
delle pm 10», aggiunge il vicesindaco Lusso, «non possiamo
collegare direttamente la diminuzione delle polveri fini con la
sospensione dell’attività dell’inceneritore di viale Industria, ma
certamente può avere contribuito».
L’incenerimento degli scarti di produzione dell’Abet in
futuro avverrà quindi soltanto nell’altro termovalorizzatore, attivo
nello stabilimento di strada Falchetto.
«In questo modo avremo un solo punto di emissione, in una zona più
periferica rispetto alla città. Inoltre bruciare una maggiore quantità
in un solo impianto può contribuire a raggiungere alte temperature
costanti e di conseguenza migliori parametri dei fumi».
Nata alla fine degli anni Cinquanta, l’Abet è leader nella
produzione di laminati decorativi e con oltre 700 dipendenti è la
principale realtà occupazionale di Bra.
Diego Lanzardo
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