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IN FESTA PER IL BEATO GITANO

Il 2 agosto il calendario liturgico celebra il beato Ceferino, il primo gitano a essere canonizzato e di cui quest'anno ricorrono i 75 anni dal martirio e i 150 anni dalla nascita. L'occasione per un incontro tra il Papa e la comunità zingara di tutta Europa

Rom, zingari, gitani, gipsy, sinti, caminanti: hanno tanti nomi, una lingua in parte comune (il romaní), amano i colori e la musica, molti di loro vivono ancora da nomadi, di sicuro non amano i confini, siano essi una terra, una casa, una definizione. Sono ovunque e in nessun luogo, e 1.500 di loro, di varie comunità ed etnie e provenienti da tutta Europa, nel giugno scorso sono arrivati in pellegrinaggio a Roma per incontrare papa Benedetto XVI nell'Aula delle benedizioni (qui sopra, la danza di alcune bambine). L'occasione sono stati i 150 anni dalla nascita e il 75° anniversario del martirio del gitano spagnolo Ceferino Giménez Malla, a tutt'oggi l'unico membro della grande famiglia del popolo zingaro a essere stato beatificato.

 

gitani

Fu Giovanni Paolo II nel 1997 a proclamarlo beato insieme ad altri quattro martiri spagnoli. In quell'occasione il pontefice disse: «La sua vita dimostra che Cristo è presente nei diversi popoli e razze e che tutti sono chiamati alla santità, che si raggiunge osservando i suoi comandamenti e rimanendo nel suo amore». Quelli che comunemente chiamiamo zingari, e di cui i rom costituiscono il gruppo più numeroso, non professano un'unica religione: ci sono musulmani, cristiani di diverse confessioni come ortodossi, evangelici e presbiteriani, ma, in particolare in Italia e in Spagna, molti cattolici. A loro, che hanno offerto al papa l'esibizione di danze e musica, Benedetto XVI ricordando Ceferino ha detto: «Sia il bene dei vostri bambini la vostra più grande aspirazione. Custodite la dignità e il valore delle vostre famiglie, piccole Chiese domestiche, perché siano vere scuole di umanità».

IL KALO CEFERINO

Una vita semplice quella di Ceferino, che deve il nome al santo Zefirino, ricordato il 26 agosto, il giorno in cui nacque a Benavent de Segrià, in Catalogna (Spagna) nel 1861 (sopra, la vicina cittadina di Barbastro dove visse gran parte della sua vita). I suoi genitori erano zingari dell'etnia kalé. Una famiglia numerosa, nomade, povera. Il kalo Ceferino, detto "el Pelé", non andava a scuola, viveva alla giornata cercando di aiutare come poteva: un po' chiedendo l'elemosina, un po' cercando le lumache da mangiare, un po' accompagnando uno zio venditore di cesti di vimini che presto imparò lui stesso a intrecciare. Quando la sera tornava a casa, se da lontano scorgeva il fumo del camino sapeva che lo avrebbe atteso una cena calda.

Il carnevale... a catena di montaggio!

Ma se il fumo non c'era, cattivo segno: lo attendeva un probabile digiuno. D'inverno le campagne erano fredde, l'acqua gelava e capitava che Ceferino cominciasse una nuova giornata lavandosi il viso con le neve fresca. Suo padre commerciava in bestiame e crescendo anche lui seguì le sue orme. Cavalli soprattutto, che trasportava di fiera in fiera, dai 18 anni in avanti non più solo, ma in compagnia della sua sposa Teresa. Ceferino alto e ben piantato, con la pelle scura e le orecchie grandi (qui sotto, in un arazzo che lo ritrae con un cavallo); lei piccola e graziosa, adornata di gioielli e pettini, e avvolta in scialli colorati. Aveva 21 anni Ceferino quando nacque l'ultimo dei suoi tanti fratelli, "el Menino", a cui fu costretto a fare da padre, perché il loro vero padre abbandonò la famiglia per seguire un'altra donna da cui ebbe altri figli.

Sfilate, sfilate, sfilate!

El Pelé non era tipo da lamentarsi: tutto quello che c'era da fare lo affrontava con determinazione. Era disponibile con tutti e amava molto i bambini, con cui si fermava a giocare e a raccontare storie della Bibbia. Bambini loro, Teresa e Ceferino non ne ebbero, però nel 1910 presero con sé per educarla una nipotina di 4 anni, Josefa detta Pepita.
Pur essendo analfabeti, vollero mandarla all'asilo e poi a scuola, e farle imparare a solfeggiare e a suonare il pianoforte. E forse fu un po' per lei, un po' per la fede cattolica che mano a mano si stava radicando sempre più profondamente nel cuore di Ceferino, che nel 1912, dopo un legame di 35 anni, sposò la sua Teresa in Chiesa.

Drago cinese al carnevale

Dopo la morte di Teresa entrò a far parte dell'associazione San Vincenzo e diventò terziario francescano. Si sentiva molto vicino a San Francesco, che amava la natura, viaggiava molto ed era un uomo di pace. Tra le caratteristiche di Ceferino c'era anche la capacità di mettere pace fra i litiganti. Lo chiamavano "il sindaco dei kalé": prendeva le parti dei più deboli, aiutava chi era in difficoltà, sia che si trattasse di una madre che non poteva allattare il suo bambino, o di uomo malato di tubercolosi che nessuno voleva avvicinare per paura del contagio.

Drago cinese al carnevale

Di lui, commerciante gitano di cavalli si diceva, anche con una nota di incredulità, che fosse assolutamente onesto. E quando fu accusato ingiustamente di aver acquistato cavalli rubati, subì un processo da cui uscì innocente, ma di nuovo povero a causa delle ingenti spese sostenute per evitare il carcere.

Drago cinese al carnevale

Intanto la Pepita si era sposata, con uno dei figli del Menino, il fratellino che Ceferino aveva 22 23 cresciuto come un padre. Nacquero uno dopo l'altro quattro bambini per i quali el Pelé era un nonno amorevole e giocherellone: li faceva saltare sulle ginocchia recitando filastrocche, ma si preoccupava tutte le sere di far recitare loro le preghiere. Poi, quando si addormentavano (vivevano nella stessa casa), lui prendeva il rosario da cui non si separava mai e pregava per ore.

MARTIRE IN NOME DI CRISTO

Nel frattempo in Spagna era scoppiata la guerra civile, che fu particolarmente cruenta a Barbastro, in mano ai miliziani, che identificavano preti e suore con il nemico. Un giorno Ceferino vide per strada un giovane sacerdote malmenato da un gruppo di giovani miliziani. Accorse in sua difesa, come aveva sempre fatto nella sua vita quando vedeva qualcuno in difficoltà: ma fu fatto prigioniero, insieme a vari preti e al vescovo della città. Anche in carcere non volle rinunciare alla corona del rosario, e quando un miliziano che gli era stato amico cercò di convincerlo a farsi consegnare quel simbolo della religione cattolica per salvarsi la vita, lui si rifiutò.

Una notte caricarono alcuni prigionieri su un carro per condurli al cimitero di Barbastro dove furono fucilati. Era il 2 agosto 1936. In quell'ultimo viaggio Ceferino detto el Pelé continuava a gridare "Viva Cristo re", e cadde stringendo il rosario tra le dita. I corpi furono gettati in una fossa comune e non è mai stato possibile ritrovare i suoi resti. Per Ceferino nessuna tomba, ma solo il ricordo di chi lo aveva conosciuto e amato, che cominciò a tramandarsi negli anni con la nomea di santo, fino alla beatificazione nel 1997.

LA CHIESA A CIELO APERTO

A pochi chilometri da Roma, vicino al Santuario della Madonna del Divino Amore, c'è una chiesa molto particolare: non ha tetto né pareti, i suoi confini sono l'aria, gli alberi e il cielo. Una chiesa in mezzo alla campagna (nella foto in basso nella pagina a fianco), libera come l'aria e come il popolo zingaro a cui è dedicata.

Drago cinese al carnevale

Consacrata il 26 settembre del 2004, ha un altare al centro e attorno dodici blocchi di tufo, come le tribù d'Israele e gli apostoli, e una stele che ricorda mezzo milione di zingari, più della metà bambini, sterminati dai nazisti. Dietro l'altare c'è una statua di bronzo dello scultore rom Bruno Morelli. È il tronco di un albero, che rappresenta la morte sulla croce e la vita che rinasce. Perché su quel tronco si fonde la figura del martire Ceferino Giménez Malla.

Drago cinese al carnevale

Il popolo zingaro cattolico ogni 2 agosto lo ricorda con orgoglio e con rinnovata fede.

Fulvia Degl'Innocenti

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