CON LA POSTA A TRACOLLA
Dai primi messaggeri ai portalettere del Regno d'Italia: come i postini hanno
contribuito a unificare il nostro Paese macinando chilometri con la borsa a tracolla

Comunicare a distanza attraverso la trasmissione
di messaggi scritti è un uso molto antico. Già in
Egitto i papiri scritti viaggiavano lungo il Nilo. In Persia
i messaggeri a cavallo macinavano centinaia di
chilometri per portare a destinazione le preziose informazioni
che erano state loro affidate. Lungo la
"strada regia persiana", che dal Mediterraneo arrivava
all'Altipiano iranico, erano collocati 11 "posti"
per il ricambio dei cavalli. Ecco quindi che ogni tappa
costituiva una "posta".
Tempi di percorrenza di una missiva? Una lettera
di Giulio Cesare diretta a Cicerone, impiegò 26 giorni
per giungere dalla Britannia a Roma. La posta celere
era quella per mare: da Roma (Ostia) all'Egitto
poco più di 10 giorni.
I primi a organizzare un vero servizio postale in
Italia furono i fratelli bergamaschi Zanetto e Francesco
Tasso che nel XV secolo collegavano le Fiandre,
la Germania, l'Austria e l'Italia; avevano una sorta
di monopolio della posta, tanto che verso la fine del XVIII secolo i loro eredi gestivano 20.000 corrieri in
servizio e migliaia di cavalli. Una curiosità: arruolato
nel primo servizio di pony express, che nel 1860-61
attraversava il Nord America prima dell'avvento del
telegrafo, fu nientemeno che il leggendario Buffalo
Bill, allora appena quattordicenne.

150 ANNI DI POSTE ITALIANE
La storia dei postini in Italia coincide con quella
dell'Unità. Una volta proclamato il Regno d'Italia, occorreva
collegare la Penisola per unificarla davvero.
Abbiamo già parlato sul Giornalino della nascita
delle strade, delle ferrovie, delle scuole. Un ruolo
importante lo ebbero proprio i postini, anzi come si
chiamavano allora, i portalettere. Le Poste Italiane
nacquero nel 1862 e per l'occasione dei 150 anni è
stata allestita una mostra al Circo Massimo di Roma:
cartoline d'epoca, fotografie, francobolli, filmati.
Il primo francobollo italiano nel 1863 – valore 15
centesimi – di colore azzurro, raffigurava un profilo
del sovrano Vittorio Emanuele II (mentre il primissimo
francobollo fu l'inglese penny black del 1840).

QUANTO PESA LA BOLGETTA
Ecco i requisiti che si dovevano possedere per
ambire a entrare a far parte delle Poste Italiane: bisognava
aver superato la maggiore età, essere "regnicolo",
cioè cittadino del Regno d'Italia, di "specchiata" onestà e superare un attento esame per dimostrare
di saper leggere e scrivere, far di conto
e conoscere il Francese.
Il compito del portalettere
era quello di distribuire le corrispondenze a domicilio,
e levare le lettere dalle cassette postali. Tutto
molto semplice in apparenza, ma dovevano farlo a
piedi, inerpicandosi nei luoghi più sperduti, per un
raggio d'azione di chilometri, portandosi appresso
quella che veniva chiamata una cassetta di cuoio,
detta "bolgetta", pesantissima e carica posta.
Anche se il 78% degli Italiani era analfabeta, la
posta era una specie di magia a cui sempre più persone
facevano ricorso, magari dettando la missiva
a chi sapeva leggere e scrivere, e magari ignorando
l'indirizzo esatto del destinatario, cosicché il postino
doveva cercare anche di integrarlo, facendo una
specie di interrogatorio a chi gli consegnava la busta.
Al postino era inoltre vietato cambiare itinerario,
entrare nei caffè e nei bar, fumare, chiacchierare
per via, far leggere i giornali che doveva distribuire,
e dimenticarsi a casa la "bolgetta".

A cavallo di bicicletta
Ben presto al portalettere ufficiale furono affiancati
dei collettori rurali, cioè degli incaricati di raccogliere
tutta la posta nei piccoli paesi delle campagna:
doveva scarpinare per decine di chilometri, talvolta
annunciando il proprio arrivo con un fischietto.
Fu una vera rivoluzione per i poveri postini quando
nel 1900 furono adottate le biciclette.

Il postino,
con il bello o il cattivo tempo, pedalava
con la sua divisa portando
gioie, speranze, dolori, recando
a destinazione la cartolina per
l'arruolamento nell'esercito o la risposta
per un concorso superato,
una lettera d'amore o le notizie del
parente emigrato in America, o la
morte di un soldato al fronte.
Anche le donne potevano fare
le postine, ma inizialmente era
necessaria l'autorizzazione del
marito per prendere servizio. La
postina più celebre è stata senza
dubbio Matilde Serao: iniziò a 18
anni come ausiliaria telegrafista
alle Poste di Napoli e successivamente,
oltre a diventare autrice di
numerosi romanzi, nel 1892 fu la
prima donna a fondare e dirigere
un quotidiano, il Mattino.
Durante i conflitti mondiali, quando
gli uomini erano al fronte, i postini furono sostituiti
in massa dalle donne (vedi foto sopra il titolo,
scattata nel 1942 a Roma). Tra i postini celebri anche
due pugili medaglie olimpiche: Francesco Musso
e Carmelo Bossi.

Giù per il tubo
Dopo la bicicletta un altro progresso allora stupefacente
fu la posta pneumatica che entrò in vigore
nelle grandi città
nel 1913: una rete di
tubi che collegavano
diversi uffici telegrafici
e postali delle grandi
città all'interno dei
quali si muovevano,
grazie all'aria pressurizzata,
dei cilindri
contenitori.

Rimase in
funzione fino al 1981.
Un'altra innovazione che facilitò
lo smistamento della posta fu l'introduzione,
nel 1967, del codice di
avviamento postale.
La meccanizzazione ha coinvolto
anche il sistema postale, ma rimane
centrale la figura del postino, che
si sposta su una bici ma più spesso
su uno scooter e sulla cui divisa, per
motivi di sicurezza, ha un giubbotto
giallo fosforescente. Porta sempre
a tracolla una borsa di cuoio con i
giornali, le lettere, le comunicazioni
della banca, le bollette del gas,
gli annunci pubblicitari e le sempre
meno usate cartoline, ma è dotato
anche di un palmare su cui annotare,
per esempio, l'effettiva ricevuta
di una raccomandata o di un telegramma.

Fulvia Degl'Innocenti |