Catechesi
per il mese di Maggio e Giugno
2008
per i Fratelli/Sorelle dell’Ist. "Santa Famiglia"
Catechesi per fidanzati e
giovani coppie aprile-maggio 2008
Ottobre-Novembre 2007
dicembre 2007 - gennaio 2008
febbraio -
marzo 2008
PAOLO, DOTTORE DEL MATRIMONIO
Gli sposi: due "corpi" in relazione
complementare
Ef 5,21-32
Siate
sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano
sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della
moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del
suo corpo.
E come la Chiesa sta sottomessa a
Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi,
mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se
stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro
dell'acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la
sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma
santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli
come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso.
Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre
e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna
e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in
riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Il tema è molto affascinante perché tocca la verità del matrimonio, la realtà della complementarietà, la divina realtà del rapporto sponsale "Cristo-Chiesa", reso visibile nel rapporto "marito-moglie". Questa realtà ha la sua sorgente in Dio.
A) Matrimonio: mistero grande. - Il brano paolino, mal interpretato, ha dato adito a sorrisini compiaciuti di superiorità degli uomini sulle donne, giustificando rivendicazioni che, in successione alternata, portavano ora al predominio del maschio, ora a quello della femmina. Invece, Paolo descrive i nuovi rapporti che, a motivo di Cristo, si instaurano tra marito e moglie; rapporti che non possono più essere concepiti alla maniera dei nostri padri del VT. Ce lo ha detto Gesù stesso: «all’inizio non era così» (cf Mt 19,8). Gesù ha riportato la relazione tra l’uomo e la donna nel matrimonio al disegno originario; e Paolo, per farcelo capire, ci porta a riflettere sul rapporto sponsale di Cristo con la chiesa.
1) Abbiamo una nutrita serie di "esortazioni" fatte ai mariti e alle mogli, perché vivano in pienezza il loro rapporto nel rispetto e nella mutua dipendenza. La dipendenza non è solo della moglie. Toglietevi dalla testa questo "blocco" culturale, inventato di sana pianta.
Ma ogni esortazione acquisisce il suo autentico valore quanto più alte e incisive sono le "motivazioni". La novità del brano sta proprio nell’unica motivazione che Paolo introduce con la preposizione "come". Quale? Il rapporto sponsale "Cristo-chiesa" è la motivazione che dà eterno e indissolubile valore al rapporto matrimoniale "uomo-donna".
2) Notiamo, inoltre, la realtà stupenda: il rapporto sponsale "Cristo-Chiesa" viene prima del rapporto "marito-moglie". Ma nello stesso tempo i coniugi lo devono incarnare e renderlo visibile. In che modo? La serie dei "come" non ha la funzione di istituire un rigido confronto, a cui l’uomo e la donna devono costantemente riferirsi per non scantonare; ma lo scopo di indicare il fondamento del rapporto "uomo-donna", perché la Chiesa che Cristo ama non sono le pietre, ma sei tu, o marito, sei tu, o moglie; quindi, come Cristo ama te, così tu devi amare il tuo partner. Vi amate perché Cristo vi ama.
Senza Cristo, qualunque rapporto, soprattutto quello matrimoniale, è costruito sulla sabbia; non resiste all’usura del tempo; non lo si può concepire come indissolubile. È nella natura dell’amore, fondato su quello di Cristo per la chiesa, l’essere per sempre. All’inizio era così, e così dovrà essere per sempre. È la rivelazione del grande mistero. Notiamo bene le parole di Paolo: «…questo mistero è grande; io lo dico in relazione a Cristo e alla chiesa» (v 32); quindi il rapporto tra Cristo e la Chiesa che siamo noi:
è sponsale e viene prima del rapporto matrimoniale tra l’uomo e la donna;
è indissolubile, perché l’amore vero, o è per sempre o non è amore;
è gratuito, perché l’amore per sua natura è dono e tale deve essere per sempre.
B) Rapporto complementare. – Complementarietà: questa parola mette in evidenza il ruolo della mascolinità e della femminilità. Sia chiaro che il ruolo della moglie non è di natura inferiore rispetto a quello del marito, o viceversa. Purtroppo il prevalere di un ruolo sull’altro è avvenuto soventissimo nel corso della storia. Il riferimento a Cristo trasforma i due ruoli in servizi complementari. Il marito è "complemento" della moglie e viceversa; il che significa non solo che l’uno ha bisogno dell’altra (collaborazione reciproca), ma che l’uno è complemento dell’altra, cioè l’uno non è tale se non è unito all’altra. La parola "complemento" deriva dal latino "cumplére" e significa: completare, colmare.
1) «Gli sposi sono tra loro complementari; sono due persone che portano a pienezza il coniuge e nello stesso tempo anche se stessi proprio per il fatto di trovarsi connessi, accostati, inseriti uno nell’altro». Se l’uomo – come afferma un mal proverbio – "sotto le coltri si sente un re", in quel momento trasforma un servizio di amore in una dittatura che uccide l’amore e offende non solo la donna, ma in modo grave Dio.
2) La complementarietà è legge di natura, e si rifà al principio biblico: «a sua immagine e somiglianza». Dice Giovanni Paolo II: «In egual misura l’uomo e la donna… sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale» (MD 6); per cui:
l’uomo e la donna sono uguali come origine: «ad immagine e somiglianza di Dio»; per questo, «la donna è un altro "io" nella comune umanità» (MD 6);
ma complementari nella vita: «…ciò significa il superamento dell’originaria solitudine», quando Adamo viveva il suo rapporto con il creato senza il suo complemento.
3) Sono simili a Dio come "creature razionali e libere"; però non possono esistere soli, ma «solo come "unità dei due" e dunque in relazione ad un’altra persona umana» (MD 7). E sono dissimili tra loro nella mascolinità e nella femminilità. Quindi, se nella rivendicazione delle dignità si persegue l’uguaglianza in modo da livellare la mascolinità e la femminilità, l’uomo e la donna riprecipitano nella solitudine che Adamo all’inizio soffriva.
Dio è Padre e Madre nello stesso tempo: i due stili in Dio sono integrati; nell’uomo la paternità e nella donna la maternità devono integrarsi per rispondere al progetto di Dio.
C) Sottomissione vicendevole. - Nel brano paolino non si parla della sottomissione di una parte all’altra, ma di sottomissione vicendevole.
1) Anzitutto, nel rapporto di coppia, l’umiltà è la radice da cui spunta come un fiore l’agape, cioè l’amore che, per volere di Dio, deve unire un uomo e una donna. È impossibile amare in modo gratuito, disinteressato, per sempre senza l’umiltà. Difatti l’invito iniziale di Paolo: «Siate sottomessi gli uni gli altri nel timore di Cristo» rende luminoso il discorso e fa intuire in modo giusto l’affermazione: «la moglie sia sottomessa al marito».
2) In secondo luogo è puerile accusare Paolo di maschilismo:
anzitutto non dice che «il marito deve sottomettere la moglie», ma che «la moglie sia sottomessa al marito». È una sottomissione volontaria, che non esalta il marito, ma esalta l’amore, perché è nella natura dell’amore l’umiltà della sottomissione;
in secondo luogo il riferimento a Cristo («il marito ami la moglie come Cristo…»), afferma che la sottomissione del marito alla moglie deve essere così radicale e profonda da essere disposto a dare la vita per lei, come Cristo ha dato la vita per la Chiesa.
Ci vuole grande umiltà per non cadere nell’errore idolatrico di voler "sottomettere l’altro". L’azione attiva di sottomettere l’altro è solo di Dio; eppure Dio, motivato dall’amore, non sottomette, ma si sottomette. Cristo stesso, il Dio fatto uomo, si è sottomesso volontariamente a noi assumendo la natura umana per darci la vita. Per questo il marito e la moglie devono guardare a lui per vivere tra di loro l’umiltà della sottomissione.
3) L’alimento indispensabile per vivere in pienezza questo "rapporto sponsale" all’insegna della mitezza e dell’umiltà, è l’Eucaristia.
D) Cristo-sposo lava i piedi alla Chiesa-sposa. - Nell’episodio della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15), i gesti di Gesù diventano paradigmatici di come la coppia deve vivere il loro rapporto. Giovanni avrebbe potuto sintetizzare il tutto dicendo semplicemente: «...e lavò loro i piedi». Il resto era chiaramente supposto. Invece, con grande meticolosità, ne descrive con sette gesti ogni particolare. Il "sette" è un numero considerato celeste e perfetto; è segno di abbondanza e totalità. L’amore (= agape) acquisisce un valore incalcolabile.
«...si alzò da tavola».
«...si tolse la veste».
«...prese un asciugamano».
«...se lo cinse attorno alla vita».
«...poi versò dell’acqua in un catino».
«Cominciò a lavare i piedi dei discepoli».
«...e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto».
Gesù conclude: «Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica» (v 17). Ecco la beatitudine del servizio. La reazione di Pietro ci fa intendere come non sia facile penetrare nel senso profondo di questo mandato.
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Riflessioni personali o di coppia
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LA FEDELTÀ DEGLI SPOSI RIMANDA ALLA FEDELÀ DI DIO
«La prima comunione è quella che si instaura e si sviluppa tra i coniugi: in forza del patto d’amore coniugale, l’uomo e la donna "non sono più due, ma una carne sola" (Mt 19,6; cf Gn 2,24) e sono chiamati a crescere continuamente nella loro comunione attraverso la fedeltà quotidiana alla promessa matrimoniale del reciproco dono totale.
Questa comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale complementarietà che esiste tra l
’uomo e la donna, e si alimenta mediante la volontà personale degli sposi di condividere l’intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò che sono: perciò tale comunione è il frutto e il segno di una esigenza profondamente umana. Ma in Cristo Signore, Dio assume questa esigenza umana, la conferma, la purifica e la eleva, conducendola a perfezione col sacramento del matrimonio: lo Spirito Santo effuso nella celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una comunione nuova d’amore che è immagine viva e reale di quella singolarissima unità che fa della Chiesa l’indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù» ("Familiaris consortio, n. 19).
Dante Lafranconi, nel libro "Eucaristia e matrimonio, unico mistero nuziale", racconta:
«Non posso dimenticare l’umiliazione e la sorpresa di un uomo che venne a confessarsi dopo la morte della moglie e mi raccontò:
"Negli ultimi anni l’ho tradita parecchie volte, sempre convinto che lei non se ne accorgesse. Infatti continuava ad essere affettuosa e piena di premure per me come sempre. E invece prima di morire mi disse che era al corrente delle mie scappatelle, ma mi aveva sempre amato ugualmente. Prima di morire voleva consegnarmi il suo amore e la sua fedeltà che ora la morte ha consacrato definitivamente".
In questa confessione ho percepito chiaramente la dinamica della spiritualità coniugale che aveva sostenuto la fedeltà di chi era morto e ora riscattava l’infedeltà di chi continuava a vivere, ma con cuore e sentimenti diversi.
La moglie aveva capito il valore dell’alleanza che la lega ad una persona, anche se questa non corrispondeva alla fedeltà del patto. Proprio come Dio, rivestita essa stessa della forza e della gioia di Dio».
A cura di P. Innocenzo Dante, ssp
Istituto "Santa Famiglia" – Circonvallazione Appia, 162
00179 ROMA – Tel. 06/7842455
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