FEBBRAIO 2012 – Meditazione mensile per Istituto "Santa Famiglia"

BEATI I POVERI IN SPIRITO

Lo stile di vita della famiglia

 

Ø  Mt 6,19-21.24-34Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.

 

«Non potete servire Dio e la ricchezza». Gesù contrappone ricchezza (mammona) e povertà (Gesù è "il povero"). La prima beatitudine esalta i "poveri in spirito". Non si dice "povertà di spirito", ma "povertà in spirito"; per cui alcuni scrivono la parola "spirito" con la "s" maiuscola, caricando la beatitudine di profondo significato: «Beati i poveri che abitano nello Spirito e pongono la loro fiducia non nelle cose che hanno ma solo in Lui». È importante penetrare nel cuore di questa beatitudine.

Gli anawim nell'AT erano coloro che soffrivano a causa degli empi e degli orgogliosi; proprio per questo si affidavano al Signore per sperimentare la sua salvezza. Il riscatto della loro situazione non veniva da una rivoluzione, in cui gli orgogliosi erano sconfitti. La loro condizione esistenziale era la confidenza in Dio, la ricerca e il timore del Signore. «Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel Signore il resto d'Israele» (Sof 3,12).

1) Gesù è il povero in spirito. – L'insegnamento di Gesù e l'esempio della sua vita danno valore a una povertà materiale che si colloca nella scia della povertà "in spirito". Gesù è anawim, cioè "povero di Jahvè". Contempliamo il suo stile di vita.

a) La sua povertà non è miseria. Anzi, dove trova una situazione di miseria, la risolve anche con miracoli. Basti pensare alle moltiplicazioni dei pani.

·   Personalmente abita una casa di proprietà di suo "padre" Giuseppe (Mt 2,23).

·   Esercita un mestiere che assicura alla famiglia un buon tenore di vita (Giuseppe doveva essere conosciuto e stimato: cf Mt 13,55); Gesù aveva imparato bene il mestiere, perché in Marco i nazaretani dicono: «Non è costui il carpentiere…?» (Mc 6,3).

·   Il gruppo dei discepoli, che seguono Gesù, è sostenuto dal sussidio di amici (la casa di Lazzaro: cf Gv 11-12) e un sicuro punto di riferimento era la casa di Lazzaro; dalla presenza di donne facoltose della borghesia (cf Lc 8,2-3).

·   Possiede un abbigliamento decoroso. Dopo la crocifissione avviene la spartizione dei vestiti: «…presero le sue vesti e ne fecero quattro parti… e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d'un pezzo, da cima a fondo» (Gv 19,23).

b) Quindi, Gesù è povero non perché ha niente, ma perché vive uno stile di vita da povero. Questo "stile di vita" ha alcune caratteristiche che dobbiamo accogliere:

·   La sua povertà è finalizzata al dono della vita: «…da ricco che era si è fatto povero per noi» (2Cor 8,9).

·   Di conseguenza la sua povertà è mitezza ed umiltà, due virtù purtroppo dimenticate in questo mondo così aggressivo e violento (cf Mt 11,29).

·   La sua povertà è disponibilità totale alla volontà di Dio. «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4,34).

·   La sua povertà si manifesta in una incondizionata generosità; difatti così si può tradurre la seconda parte della beatitudine: «…perché dei generosi è il regno dei cieli». Il povero, più del ricco, vive l'autentica generosità. Il ricco rischia di dare solo del superfluo, il povero dà del suo necessario (cf Lc 21,1-4).

c) Questa povertà interiore si rende evidente anche in atteggiamenti esteriori che lo fanno essere povero. Dice il beato Alberione che la povertà "affettiva" deve manifestarsi in una povertà "effettiva". Difatti, Gesù vive

·   senza casa pur avendo una casa; non ha pietra su cui posare il capo (Lc 9,58);

·   senza lavoro: pur avendo un mestiere che gli poteva assicurare un certo benessere, accetta la povertà di dipendere da un bicchiere d'acqua chiesto alla samaritana, da un boccone di pane che gente buona gli poteva offrire, da una manciata di chicchi di grano raccolti lì per lì, nel campo dopo la mietitura;

·   senza paesani: deve soffrire che proprio i "suoi", quelli della sua terra, lo rifiutino e non credano in lui (Gv 1,11). È difficile accettare questa povertà.

·   senza patria: accetta la persecuzione politica e l'esilio. Ancor piccolo, viene sradicato dalla sua terra per non cadere sotto le mani di Erode (Mt 2,14-15);

·   senza amici: accetta il tradimento dell'amico e dell'apostolo (Gv 13,18), la spogliazione totale della crocifissione, dove ha perso tutto e tutti.

·   senza immagine: accetta uno stile di vita che vela la sua maestà.

2) poveri in spirito.Gesù insegnò che la ricchezza e gli agi costituiscono un grave pericolo per l'uomo che vuol rispondere alla chiamata di Dio (cf Mt 19,16-22). Non condanna la ricchezza in sé stessa. Ma con il suo esempio mette in luce i rischi che si corrono. Nell'insegnamento di Gesù si intuisce il pericolo tremendo della ricchezza effettiva, dell'avere molte ricchezze.

a) La parabola del ricco Epulone (Lc 19,31ss) e quella del ricco che grida il suo "godi, anima mia" (Lc 12,16,21), ci fanno capire lo sbocco tremendo che ha il far consistere nei beni di questo mondo la felicità: l'infelicità eterna.

b) Ma vi è un pericolo più soft, in cui può incappare il cristiano che vive in modo dignitoso la sua vita di fede. Marco riporta l'episodio dell'uomo ricco che si porta da Gesù per porgli la domanda: «Maestro buono, che cosa devo fare per ottenere la vita eterna» (Mc 10,17ss). Domanda fondamentale: il raggiungimento della vita eterna.

Gesù gli dice: «Una cosa sola ti manca…». Detto così, sembra che fra tutte le sue fedeli osservanze manchi all'uomo ricco unicamente l'impegno di vendere tutto e darlo ai poveri. In realtà non è così. Gesù non dice: «Ti manca una cosa…», ma «Ti manca l'1». Ecco quello che dice Gesù a questo uomo: "Ti manca l'UNO". Tutte le altre cose a livello umano, buonissime, sono zero senza l'uno. Ti manca l'UNO, ti manca Dio. Lui deve avere il primo posto, mentre il primo posto era occupato dalle molte ricchezze che aveva; difatti dice Marco che il giovane «se ne andò triste perché aveva molti beni». Questi venivano prima di Dio, prima dell'Unico necessario, che non demonizza i beni, ma ce li fa usare senza mai abusare.

Invece, quante volte, anche parlando di una società buona, di una buona formazione dei figli, noi lavoriamo e ci impegniamo senza l'UNO! Siamo buoni, non facciamo del male a nessuno, ma se manca Dio, alla fine si ha nulla. Se manca Dio, non solo abbiamo nulla, ma facciamo "il nulla", cioè combiniamo niente e, Dio non voglia!, solo guai.

3) La scelta preferenziale. - La scelta della povertà e della piccolezza non può essere una scelta aristocratica, fatta quasi per gioco, con le spalle al sicuro. Guardando alle molte categorie sociali di persone, la scelta di Gesù sarà sempre per i poveri. Ecco le due dimensioni di questa pratica solidarietà, che diventa impegno e missione:

a) assume su di sé la povertà più tremenda: quella del peccato. Giovanni Battista, incontrando Gesù, afferma: «Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Porta su di sé il peso enorme del "peccato" del mondo, espiando le colpe d'ogni uomo. Il ministero della riparazione è l'espressione più forte della condivisione: la povertà dell'altro diventa la nostra povertà. Don Alberione ne ha intuito l'importanza; i genitori la debbono vivere nei confronti dei figli.

b) I destinatari privilegiati del suo annunzio sono i pubblicani, i peccatori, le prostitute, ma anche i piccoli, i minimi, i semplici, gli affaticati e gli oppressi.

 

Conclusione. - Lo slogan di Gesù ci deve far riflettere: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24). Gesù non propone due stili di vita, uno più buono dell'altro; vi è solo un "aut-aut" che non ammette i mille "et-et" che a noi piace moltiplicare per scusarci a motivo di una vita cristiana a basso livello.

Emerge, di conseguenza, il valore sociale della povertà. La ricchezza chiude l'orizzonte della carità e crea quella che malamente chiamiamo società del benessere, che è, invece, società del benavere, che sfocia in un malessere abissale; e ci trasforma in isole così arroccati su noi stessi da non renderci più conto degli assurdi in cui possiamo cadere; come quello di promuovere campagne per la difesa degli animali e giustificare i milioni di aborti!

 

 

Riflessioni personali o di coppia

·   Nella convinzione che la povertà apre le porte del regno, quale differenza cogliete tra "poveri di spirito" e "poveri in spirito"?

·   Confrontandovi con la vita di Gesù, quali sono le virtù che qualificano lo "stile di vita da povero"?

·   Riflettendo sull'episodio del giovane ricco (Mc 10,17ss) che cosa vi dice l'affer-mazione di Gesù: «Ti manca solo l'UNO"?

·   Vivendo in una società non del "benessere", ma del "benavere", quali sono le vostre scelte?

 


"Abundantes divitiæ gratiæ suæ" (AD)

 

La "doppia obbedienza"

 

 

Il beato Alberione in Ad 29 scrive: «Per maggior tranquillità e fiducia egli deve dire che tanto l'inizio come il proseguimento della Famiglia Paolina sempre procedettero nella doppia obbedienza: ispirazione ai piedi di Gesù-Eucaristico, confermata dal direttore spirituale; ed insieme per la volontà espressa dei Superiori ecclesiastici».

Tenendo presente che "obbedire" deriva da "ob-audire", cioè "ascoltarsi per", il Fondatore ci dona le due feconde sorgenti della virtù dell'obbedienza, che per ciascuno di noi ha il valore del voto:

·         ispirazione ai piedi di Gesù-Eucaristia. La luce che "viene dall'Ostia" non si pone solo all'inizio dell'opera, ma è condizione per vivere la fedeltà all'opera voluta da Dio. Ogni passo, di conseguenza, veniva confermato dal direttore spirituale, con il quale verificava se la "luce" ricevuta veniva da Dio o era frutto del suo "io";

·         conferma dell'autorità canonica per quanto riguardava i passi da compiere. Don Alberione ha sempre saputo attendere i "tempi" di Dio, ma ha sempre accolto anche le resistenze dell'autorità canonica, pur proseguendo con una "santa cocciutaggine".  

Nel desiderio di fondare l'Istituto "Santa Famiglia", sempre portato nel cuore, ha saputo rispettare le resistenze dell'autorità canonica, nella convinzione che i tempi di Dio non erano i suoi. Lo ha pensato nel 1960 ed è iniziato nel 1971.

Che cosa dice la "doppia obbedienza" alla vostra vita di coppia? Anzitutto "obbedire" non è l'atto materiale di eseguire la volontà di un altro, nel caso o del marito o della moglie. Neppure è il semplice accettare la volontà dell'Altro per eccellenza, Dio. Questa sarebbe obbedienza da schiavi, non da figli. Invece, l'obbedienza coniugale suppone

 

 

Istituto "Santa Famiglia" – Circonvallazione Appia, 162
00179 ROMA – Tel. 06/7842455

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