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Don Stefano Lamera: dieci anni dopo!

 

Il 2 giugno 2007 abbiamo fatto memoria del decimo anniversario della morte di don Stefano Lamera. La gioiosa ricorrenza ha avuto come religioso palcoscenico la Basilica di San Pietro. Presso l’Altare della Cattedra è stata celebrata una solenne Eucaristia, presieduta dall’Arcivescovo Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro e Vicario del Santo Padre per la Città del Vaticano. I numerosi partecipanti erano soprattutto membri degli Istituti "Gesù Sacerdote" e "Santa Famiglia", nonché dell’Associazione "Ancilla Domini"; a questi si sono uniti tanti figli spirituali di don Stefano. Siamo certi di far cosa gradita riportando per intero l’illuminante profilo di questo "moderno apostolo" fatta da S. E. Arc. Angelo Comastri.
  

1. Ho incontrato don Stefano Lamera l’ultima volta a Loreto (pochi mesi prima della sua morte) nel gennaio 1997: era così curvo che il mento lambiva l’altare! In sacristia gli dissi: "Don Stefano, è una bella penitenza!". "No, no! Quando celebro ho il volto più vicino a Gesù". Questa fu la sua risposta. Mi vennero in mente le parole che avevo ascoltato da Madre Teresa di Calcutta: "Quando soffri, sei così vicino alla croce di Gesù, che, senza staccarsi, può baciarti!".

Rinunciò ad un intervento chirurgico alla spina dorsale (più volte proposto in gioventù), perché comportava un lungo periodo di immobilità con la conseguenza di non poter celebrare l’Eucaristia: "Mi tengo la mia gobba, ma non rinuncio alla Messa", fu la reazione decisa di don Stefano. Così ragionano i santi, gli innamorati di Dio! San Francesco, quando vedeva in lontananza un campanile, si inginocchiava e diceva: "Signore Gesù, ti adoriamo qui e in tutte le chiese che sono nel mondo... ".

Padre Pio di Pietrelcina spesso diceva: "È più facile che il mondo viva senza il sole piuttosto che senza l’Eucaristia. Se la gente capisse cos’è l’Eucaristia farebbe la ressa per entrare in Chiesa e non negli stadi!". Aveva ragione!

2. Don Stefano è vissuto alla scuola di due santi: don Giacomo Alberione e don Timoteo Giaccardo.

Don Alberione! Don Stefano ripeteva spesso la testimonianza di don Desiderio Costa: "Se lasciamo don Alberione, moriamo! È urgente e necessario un ritorno alle sorgenti, allo spirito paolino che animò don Alberione, perché non vogliamo morire. Se lasciamo don Alberione, moriamo!".

E riguardo a don Giaccardo esclamò: "Sono vissuto dal ‘23 al ‘48 con questo Servo di Dio, ora Beato. Sono cresciuto con lui. Mi ha accolto nell’Istituto. Eravamo ben pochi, allora. Con lui ho camminato... Chi l’avrebbe detto nel 1923 che sarebbe toccato a me portarlo alla gloria come postulatore? Questo era solo un mistero di Dio". Don Stefano era felice per questa singolare sorte.

Modellato dall’amicizia con i santi, ha dedicato la vita a seguire e curare le due perle preziose che don Alberione gli aveva affidato: l’Istituto "Gesù Sacerdote" e l’Istituto "Santa Famiglia".

3. Don Alberione, con l’intuito del santo, subito percepì il rischio che corrono i sacerdoti in una società secolarizzata, impoverita di presenza di Dio e aggressiva nei confronti del Vangelo. I sacerdoti oggi hanno urgentemente bisogno di uno spazio di fraternità sacerdotale per vincere la solitudine. Hanno bisogno di una maggiore profondità spirituale per resistere in mezzo alle tempeste e alle provocazioni, tenendo ben accesa la lampada del "sì" a Gesù, continuamente imparato alla scuola di Maria. L’Istituto "Gesù Sacerdote" nasce in questo contesto e don Alberione lo affida a don Stefano: niente di più bello per un’anima innamorata del proprio sacerdozio. Quanto ha camminato don Stefano! Quanti sacerdoti ha avvicinato, quanti li ha incoraggiati, quanti li ha salvati! Dio solo lo sa!

4. Insieme ai sacerdoti, don Alberione amò gli sposi. Capì che la famiglia è opera di Dio, è lo specchio terrestre del mistero celeste (= Dio), è la culla della vita, è la prima scuola del Vangelo; percepì la crisi della famiglia, perché già si avvertivano i segnali di una aggressione nei confronti della famiglia per svuotarla di grandezza e di impegno e per ridurla ad un banale e volgare gioco di corpi senza anima.

Così nacque la rivista "Famiglia Cristiana" e così nacque l’Istituto "Santa Famiglia". A chi affidare questa meravigliosa impresa di portare in alto la famiglia per liberarla dal rischio del fango? A don Stefano Lamera!

L’Istituto "Santa Famiglia" nasce dalla geniale intuizione di condividere con gli sposi la libertà della povertà (oggi regna la tirannia del denaro), la libertà dell’obbe-dienza (oggi regna la tirannia dell’orgoglio, che impedisce di accogliersi e di vivere insieme), la libertà della castità (oggi si sta spegnendo l’amore in un dilagare di capriccio che usa le persone e le getta via come pezzi logorati).

Don Stefano ha avvicinato tantissime famiglie e ha salvato la gioia di tantissimi sposi e tantissime spose, di tantissimi padri e tantissime madri; e quindi di tantissimi figli! Dal Cielo interceda per noi, affinché il suo entusiasmo non sia imbottigliato dall’abitudine o dalla mediocrità, ma si ringiovanisca per affrontare le nuove sfide che richiedono nuovo amore e nuova passione per il Vangelo.

Nella circolare del marzo-aprile 1997 don Stefano scrive: "Le famiglie sono in crisi e rischiano di affondare definitivamente perché si sono allontanate dalla fonte della vita che è la Santa Messa; si sono allontanate dalla Comunione e dalla visita al SS.mo Sacramento. Le famiglie sanno di "non avere più vino", ma rimangono sorde all’accorato appello di Maria che dice: "Fate tutto quello che Gesù vi dirà". E cosi gli otri rimangono vuoti e la sete di Dio, che dona pace e salvezza, diventa sete di ciò che appanna la mente, offusca il cuore, distrugge la vita, Chi perde Cristo, perde tutto perché perde se stesso".

Queste parole sono un appello che anticipa il solenne richiamo di Benedetto XVI: "Cristo nulla toglie e tutto dona!". Apriamo nuove strade a Cristo per riportare la gioia nel mondo attraverso famiglie sante, guidate da sacerdoti santi: è il messaggio sempre attuale della vita di don Stefano Lamera.