
Indagine
San Paolo/Eurisko
per la Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni
CHIAMATI
A SCEGLIERE
I
GIOVANI ITALIANI DI FRONTE ALLA VOCAZIONE
La
dimensione della vocazione è positivamente diffusa tra i giovani
italiani, che la intendono però come forma di autorealizzazione
nell’impegno per sé e per gli altri. Uno su dieci ha considerato
l’idea di farsi prete, religioso o suora ma per intraprendere questa via
occorre rinunciare a troppe cose, e per sempre. Molto raramente la
chiamata vocazionale nasce dall’invito di una persona, più spesso è
l’esito di una esperienza di vita.
Questi
i risultati di una indagine
San Paolo/Eurisko su un campione rappresentativo di oltre mille italiani
di età compresa tra i 16 e i 29 anni. La ricerca, realizzata
nell’ambito dell’Anno Vocazionale celebrato dalla Famiglia Paolina, è
coordinata da Franco Garelli, preside della facoltà di Scienze Politiche
dell’Università degli Studi di Torino, e viene presentata
nell’imminenza della 43° Giornata mondiale di preghiera per le
Vocazioni, domenica 7 maggio 2006.
Per
gli italiani tra i 16 e i 29 anni “nella vita è importante avere degli
obiettivi e delle mete” (85,3%) tuttavia “è meglio tenersi aperte
sempre molte possibilità e molte strade” (75,6%). Disorientati da
incertezze e precarietà, hanno invece le idee chiare sulla vita privata:
il 77,2% si vede sposato prima dei trent’anni, l’85% si immagina un
futuro da mamma e papà. Danno ai genitori il merito di averli aiutati a
riconoscere le proprie aspirazioni di vita (41,2% ma il 36,6% dichiara
invece di non aver trovato nessuno che l’abbia aiutato a capire quali
fossero). Solo il 26% ritiene che la vita non sia una questione di
vocazione, ma di singole scelte dell’individuo. La maggioranza si
riconosce in una concezione vocazionale della vita: il 52% ritiene che
riguardi tutti, mentre il 22% associa l’idea di vocazione solo ad alcune
scelte specifiche. In generale, la vocazione fa riferimento all’autorealizzazione
(79%) e alla soddisfazione (71%): è “una inclinazione o un talento
personale” (31,8) rivolta a “un impegno per sé e per gli altri”
(75%). Ci vuole per fare il prete (92,4%), o l’assistente sociale (80,8)
o lo scrittore (80). Per il 63% ci vuole una vocazione per fare il
genitore, per poco più della metà (53,5) anche per sposarsi. La
maggioranza (60%) ha incontrato almeno una persona che ha realizzato o sta
realizzando una qualche vocazione: è un amico (41%), o “un
professionista” (24%), o un familiare (21%); solo per il 16% si tratta
di un religioso. Un giovane su dieci ha preso in considerazione l’idea
di intraprendere la scelta di vita consacrata (10,7%) sebbene, fra questi,
il 61,3% l’abbia abbandonata in meno di un anno. Poco meno della metà
(40%) ha desiderato farsi religioso/a optando per una vita consacrata
attiva, il 12% ha pensato di abbracciare una vita consacrata
contemplativa. La circostanza nella quale è stata avvertita l’idea
della vocazione religiosa fa riferimento per il 60% al periodo della
socializzazione adolescenziale (“quando ero piccolo”); per l’altro
40% è dovuta a un’esperienza rilevante: una particolare vicenda
personale (crisi esistenziale o amorosa, conflitti familiari, ecc.) o
un’importante esperienza religiosa (pellegrinaggi, gruppi di preghiera,
ritiri spirituali, esperienze estive missionarie, ecc.). Sorprendentemente
nessuno degli intervistati ha indicato l’opzione “su invito di un
sacerdote o padre spirituale”.
Lo
scoglio insormontabile è rappresentato dalla condizione di solitudine che
discende dalla vita consacrata: “occorre rinunciare a troppe cose, per
esempio sposarsi ed avere figli” (55%) e dal fatto che “è una scelta
che impegna per sempre” (36,1%), una responsabilità eccessiva, per il
27,3%. D’altronde “una vita di impegno profondo può essere realizzata
in ugual misura da laici e da religiosi” (52,9%), per il 24,8%
addirittura “meglio dai laici” (contro il 22,3% che risponde “meglio
dai religiosi”). La metà del campione (49%) ritiene che sia meglio che
i religiosi vivano tra la gente, il 73,3% apprezza preti e suore in
missione nel Terzo mondo, il 59,6 i religiosi impegnati per i giovani e
gli emarginati, il 57 per gli ammalati. Minor rilevanza è attribuita ai
religiosi che si dedicano all’insegnamento (30%), o alla comunicazione
della fede (21%) e alle forme di vita contemplativa (10%). Il 26,6 %
conosce i Paolini per averne “sentito parlare”: più nota Famiglia
Cristiana, letta o sfogliata almeno una volta dal 64,6%. In generale
l’apprezzamento dei Paolini cresce con la maggior conoscenza delle loro
attività.
La
ricerca nella totalità dei suoi dati e nella ricchezza dei commenti ad
opera del gruppo di studiosi coordinati dal professor Garelli sarà
pubblicata in volume a giugno dalle Edizioni San Paolo.
Roma,
4 maggio 2006 |