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Famiglia
Cristiana |
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CAMPANIA
ABRUZZO
MOLISE
(Hanno collaborato Sonia Di Gisi, Michela Bellofiore, Massimo Rinaldi). |
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Abruzzo Sulmona e il Parco Dove osano gli orsi di ROBERTO ZICHITTELLA foto di Giancarlo Giuliani Secondo la guida rossa del Touring Club Italiano datata 1965 e dedicata all’Abruzzo e al Molise, per visitare a fondo le due regioni ci voleva almeno un mese. Allora non c’era l’autostrada e, in effetti, fare su e giù tra i monti dell’Abruzzo richiedeva il suo tempo. Ma oggi, partendo da Roma con l’autostrada, in poco più di un’ora si arriva nel cuore della regione. Il nostro itinerario parte da Sulmona, patria del poeta latino Ovidio Nasone. Il suo nome ha dato il nome al corso principale di questa cittadina elegante, una volta celebre per la sua arte orafa, oggi popolata di confetterie e di militari. Ovidio lo incontriamo, sotto forma di statua, al centro di piazza XX Settembre, dove si possono già ammirare la cupola e il campanile della chiesa dell’Annunziata, il più ricco e importante monumento della città. In realtà, l’Annunziata non si riferisce solo alla chiesa, ma anche al palazzo che l’affianca, fondato nel 1320 dalla Confraternita della penitenza. I due edifici, l’uno di fianco all’altro, formano un insieme singolare, nel quale si fondono le architetture ogivali del palazzo, il Rinascimento e gli aspetti barocchi della facciata della chiesa. Da Sulmona puntiamo verso ovest, in direzione della Piana del Fucino e di Avezzano. Nel nostro percorso spicca la severa mole del castello di Celano. Fondato alla fine del 1300, è detto Castello Piccolomini perché fu ultimato nel Quattrocento da Antonio Piccolomini. Alto, possente, con quattro torri angolari, è visibile anche da grandi distanze. Per sfuggire al caldo estivo, da Celano si può salire ai 1.375 metri di Ovindoli, centro principale di un altipiano alle falde del Velino che in inverno attira gli sciatori. La vetta glabra del Velino fa da sfondo all’interessante sito archeologico di Alba Fucens. Qui, i primi a fondare una città furono gli Equi, poi arrivarono i Romani, che vi trasferirono 6.000 capifamiglia. La città si ingrandì, fu circondata da tre chilometri di mura e divenne luogo di confino per scomodi personaggi sconfitti, come il numida Siface o il macedone Perseo. In seguito la città fu distrutta dai saraceni. Venne riportata alla luce nel 1949, quando arrivò da queste parti una missione archeologica belga. Quei tempi se li ricorda bene il signor Pancrazio, che ha una memoria di ferro e accompagna volentieri i visitatori tra gli scavi. Da questi vale assolutamente la pena arrampicarsi per qualche decina di metri su una strada sterrata e raggiungere la chiesa di San Pietro. Costruita su un tempio dedicato ad Apollo, la chiesetta è rimasta un vero gioiello, nonostante i gravi danni subiti nel terremoto che sconvolse la zona di Avezzano nel 1915. All’interno sono pregevoli l’ambone e l’iconostasi, arricchiti dagli intarsi a mosaico dei maestri cosmateschi. Il signor Pancrazio (che si rintraccia sul posto, oppure contattando la figlia, Annamaria Di Matteo, 0863/23.561) mostrerà con piacere gli antichi graffiti. Aggirando la piana del Fucino e scendendo verso sud, si può tentare un primo incontro con l’animale simbolo dell’Abruzzo: l’orso marsicano. A Villavallelonga, un paese sorto intorno all’anno Mille, l’Ente Autonomo del Parco nazionale d’Abruzzo ha infatti allestito l’Area faunistica dell’orso, cioè un grande ambiente recintato dove vive in semilibertà una coppia di orsi. C’è un sentiero attrezzato che circonda l’area recintata e consente, se si è fortunati, di osservare i simpatici bestioni e anche alcuni esemplari di cervo. Noi ci siamo andati un pomeriggio e abbiamo trovato uno dei due orsi placidamente addormentato sotto gli alberi in una zona ombrosa. Ma il vero cuore del Parco lo si raggiunge alcuni chilometri più a sud, puntando verso Pescasseroli. Ormai il Parco sta per compiere gli 80 anni (nacque infatti nel 1922) e gode di ottima salute. È esteso su 50.000 ettari (dei quali 4.000 sono di riserva integrale), tocca tre regioni (Abruzzo, Lazio e Molise), è attraversato da quattro fiumi, racchiude 22 Comuni, protegge 2.000 specie di piante, un centinaio di orsi marsicani, circa 700 camosci, 800 cervi, 500 caprioli, 50 lupi appenninici e una decina di linci. Incontrare nei boschi questi animali è difficile, ma non impossibile. Le ore migliori sono le prime del giorno o quelle vicine al tramonto. Linci e lupi hanno abitudini notturne e sono praticamente invisibili, l’orso è più imprevedibile e talvolta si avvicina anche ai centri abitati, ma va preso con cautela. È docile, simpatico e vegetariano, ma una femmina con i cuccioli può diventare aggressiva e in tal caso è meglio tenere le distanze, perché l’orso può correre molto veloce, fino a 80 chilometri all’ora. Se si vogliono vedere da vicino gli animali protetti si può visitare il Parco faunistico di Pescasseroli. Qui sono ospitati animali feriti, malati oppure non in grado di adattarsi alla vita in libertà. Accanto al parco faunistico c’è anche un piccolo e ricco museo, dove viene proiettato un interessante filmato sul Parco. Ogni anno, il Parco nazionale d’Abruzzo viene visitato da due milioni di persone, che hanno a disposizione almeno 150 percorsi per le loro escursioni. Tra i più belli c’è quello della Camosciara. Lo si trova facilmente sulla statale 38 Marsicana, tra Pescasseroli e Civitella Alfedena. All’ingresso si lascia l’auto nel parcheggio e poi si prosegue a piedi, in bicicletta o a cavallo su un percorso che ha come sfondo l’anfiteatro di monti e boschi della Camosciara. Un altro bel percorso si addentra nella Val Fondillo, tra Opi e Villetta Barrea, la valle più verde e profonda del parco. Proseguendo sulla statale 83 si incontrano le acque del lago di Barrea. È un bacino artificiale formato dallo sbarramento del fiume Sangro, che qui lascia il carattere torrentizio. Nelle acque del lago si specchiano i centri abitati di Barrea e di Villetta Barrea. Dopo Alfedena, il nostro itinerario entra nella statale 17 e risale verso nord. Incontriamo Castel di Sangro e poi Roccaraso, uno dei centri turistici più frequentati della montagna abruzzese. Poco oltre Roccaraso, vale assolutamente la pena di deviare verso Pescocostanzo, un paese che è un vero gioiellino di arte, storia e bellezza. È un piacere e una sorpresa percorrere le strade e i vicoli circondati da palazzi eleganti, bellissimi portoni, graziosi balconi. Questo concentrato di bellezza è il frutto della prosperità economica che arricchì Pescocostanzo nella seconda metà del Quattrocento, quando il paese, devastato da un terremoto, fu ripopolato con l’arrivo di operosi artigiani lombardi. Essi portarono l’arte del merletto, ancora oggi praticata, alcune forme del rito ambrosiano (come il battesimo per immersione) e termini dialettali che ancora sopravvivono nel linguaggio locale. Vero tesoro del paese è la basilica di Santa Maria del Colle, posta in cima a una scalinata e decorata con splendidi soffitti in legno scolpito. Molto bello anche l’organo. Rientrati sulla statale 17, torniamo verso Sulmona attraversando il piano delle Cinquemiglia, un verdissimo altipiano lungo 9 chilometri. Una volta era la via obbligata delle diligenze in viaggio verso Napoli, non era raro incontrarvi qualche esemplare di lupo ed era infestato di briganti. Oggi, l’unico rischio sono gli incoscienti che scambiano il lungo rettilineo per una pista da Formula 1. Roberto Zichittella
La Piana del Fucino di solito la si guarda dall’autostrada che corre tra Roma e Pescara. Si passa veloci, si getta un’occhiata alla vasta pianura, si riconoscono le grandi bianche antenne di Telespazio e si continua la corsa a cento all’ora. Ma vale la pena ritagliarsi un po’ di tempo per attraversare e conoscere questo territorio verde e piatto. La ragione di tanta piattezza è facile da intuire: qui c’era un lago. Un grande lago, il terzo d’Italia, lungo 19 chilometri e largo 10. L’idea di prosciugarlo è antica. Il primo a pensarci fu Giulio Cesare, che intendeva così facilitare le comunicazioni terrestri tra Roma e l’Adriatico, ma i primi interventi furono dell’imperatore Claudio, che mise al lavoro 30 mila schiavi per scavare pozzi e un emissario lungo oltre 5 chilometri. Il lago non fu svuotato del tutto, comunque la sua superficie si ridusse di 6.000 ettari e l’acqua lasciò spazio a terreni fertilissimi. Con la caduta di Roma, l’opera colossale avviata da Claudio fu trascurata e si dovette aspettare fino al 30 giugno 1875, quando il lago fu completamente svuotato grazie all’interessamento del duca Alessandro Torlonia. Resi utilizzabili per le coltivazioni in seguito alle bonifiche, dopo la riforma agraria del 1951 i 16 mila ettari della Piana del Fucino furono popolati di borgate rurali. Oggi è interessante e piacevole percorrere i lunghi rettilinei che attraversano la Piana costeggiando campi rigogliosi di patate, grano, barbabietole e ortaggi. Oltre 500 reperti archeologici che furono ritrovati sotto le acque durante il prosciugamento condotto dai Torlonia si possono ammirare fino al 30 ottobre alla Villa Torlonia di Avezzano.
Updated 24/07/01 - Webmasters:
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