|
|
|
||||||
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
|
|||||||
|
(Hanno collaborato Sonia Di Gisi, Michela Bellofiore, Massimo Rinaldi). |
|||||||
|
Il paesaggio del Chianti e delle Crete Arte e natura da gustare di SIMONETTA PAGNOTTI - foto di Paolo Ferrari Che sia un albergo di lusso è del tutto insospettabile. Vigna Maggio spicca nel verde delle colline come un elegante villone rosa, col magnifico affaccio tra ulivi e vigneti. Ci abitò Monnalisa, ma la segnala solo un paletto in legno, quasi invisibile. La discrezione è una nota di stile che ci accompagna lungo tutto il viaggio nel Chianti. Questi luoghi, d’altra parte, erano molto frequentati dai grandi artisti fiorentini, ed è il connubio di arte, storia e natura che li rende unici.
Siamo già nel territorio del Chianti. Vale la pena sconfinare dall’itinerario del Touring, che da Siena tocca Castellina e poi scende direttamente a Radda, per non perdersi la parte "storica" che sale fino a Greve in Chianti. È da qui che il panorama diventa inconfondibile. Una campagna curatissima, che quasi a ogni curva rivela squarci di Medioevo: muri, castelli e casali. Subito prima di Greve, il castello di Verrazzano, col suo borgo, ci ricorda che partì di qui quel Giovanni che lega il suo nome al ponte di Brooklyn. Appena usciti dal paese, la strada per Lamole porta a Vigna Maggio, poi si arriva a Radda, cittadina storica che fu a capo della "Lega del Chianti", e ci si ritrova nel cuore della Chiantigiana. A questo punto, anche per informazioni molto semplici, è meglio rivolgersi all’ufficio turistico, nello storico Palazzo del Podestà che, tra i vari stemmi, conserva quello di Francesco Ferrucci: in questa stagione, che qui è "altissima" con il tutto esaurito, per strada s’incontrano solo turisti stranieri. «Purtroppo da noi vengono tutti, salvo gli italiani», spiega Gioia Milani, responsabile dell’ufficio turistico. «Ci dispiace, anche se, è vero, i nostri prezzi sono cari. Cerchiamo di compensarli con un’offerta di servizi molto alta: il modello è quello della Borgogna». La riscoperta di quest’angolo di Toscana, che in ricordo dell’antica rivalità con Siena ancor oggi si considera di cuore e di civiltà più fiorentina che senese, la si deve tutta agli stranieri. Hanno cominciato gli svizzeri, negli anni ’70, poi gli inglesi, i tedeschi e gli americani. Trovavano una campagna abbandonata e per questo intatta, con bellissimi casali dismessi che potevano acquistare per pochi soldi. «Li hanno ristrutturati con amore», continua Gioia, «dimostrando un grande rispetto per la natura e l’architettura originale quando ancora non era di moda. Anche oggi, comunque, i proprietari degli agriturismi e dei casali privati sono in gran parte tedeschi e americani».
Silvie Haniez è arrivata 30 anni fa da Parigi e oggi si sente a tutti gli effetti chiantigiana. Gestisce l’azienda agrituristica Podere Terreno, alla Volpaia, in un casale del ’400. La sera, la sua famiglia e i suoi ospiti cenano tutti assieme davanti al caminetto della grande sala da pranzo. Cucina italiana, conversazione che passa con leggerezza dall’inglese al francese al tedesco. Un’attrattiva forte la gioca, per i turisti stranieri, il fatto di essere a metà strada tra Siena e Firenze. Ma molti di loro non si spostano più di tanto: quello che vogliono è godersi un’esperienza tipicamente italiana. «All’inizio c’era qualche problema alimentare», racconta Silvie, «per accontentare i miei clienti andavo a fare provviste di corn-flakes quando ancora non si sapeva bene cosa fossero: adesso sono regolarmente sulle nostre tavole e i clienti americani e tedeschi, che ormai sono diventati amici, vogliono solo i nostri prodotti tipici». Storia e cucina vanno a braccetto Luciano Porciatti gestisce un negozio di alimentari nel centro di Radda ed è anche presidente della locale Pro loco. Sotto il grande camminamento medievale, che si apre all’ingresso del paese, ha aperto un’enoteca con museo ecologico, dove "eco" sta per economico, per ripercorrere la storia di questa terra di cui è innamorato. «Il bello di oggi viene dalla nostra miseria di un tempo», spiega. Impossibile staccare l’aspetto storico-artistico da quello eno-gastronomico, nel giro del Chianti. Da Radda in giù, abbazie e castelli sono stati trasformati in superbe aziende agricole e cantine di lusso. A cominciare da Badia a Coltibuono, a Gaiole in Chianti, un tempo monastero vallombrosano, dove tiene i suoi famosi corsi di cucina Lorenza de’ Medici. Dal centro di Gaiole, una stradina in salita porta a Vertine, un borgo incantevole dove il tempo sembra essersi fermato. Poi si prosegue per il castello di Meleto, bellissimo esempio di fattoria fortificata medievale. Da qui, tra boschi e vigneti, si prosegue per il castello di Brolio, che fu il regno di Bettino Ricasoli, primo ministro del novello Stato italiano: la foresta s’infittisce di querce e conifere, il paesaggio diventa più imponente e poi, di nuovo, ci propone il colore della pietra medievale a Villa di Sesta e San Gusmè, fino a Castelnuovo Berardenga. Si arriva a Rapolano Terme e poi si prende la superstrada in direzione Arezzo-Perugia fino ad Asciano. L’orizzonte si apre, si annunciano già le "Crete", coi calanchi inconfondibili che, di notte, assumono un aspetto lunare. Siamo in una delle zone più affascinanti della Toscana, che custodisce gioielli d’arte come la chiesa romanica di Sant’Agata, ad Asciano. A pochi chilometri, "perla incastonata nelle Crete", l’abbazia benedettina di Monte Oliveto Maggiore. La definizione, che vuole essere più affettuosa che poetica, è di Dino Benincasa, un pensionato di Asciano che oggi fa il volontario a tempo pieno come guida turistica all’abbazia. «Anche noi stiamo toccando con mano i problemi del turismo di massa, disordinato e inconsapevole», dice: «Stiamo pensando di rendere obbligatoria la prenotazione, di modo che, chi viene, possa vedere tutto, coi tempi dovuti».
Ne vale davvero la pena. Benincasa ci guida nel percorso tradizionale fino al chiostro grande, affrescato da Luca Signorelli e Giovanni Bazzi, detto il Sodoma, con le storie della vita di san Benedetto ispirate all’opera di Alberto Magno, facendoci gustare ogni particolare. «Vedete quella camiciola quasi invisibile, appesa alla finestrina? È l’ultima delle sette camicie che sudò il Sodoma, che su 34 affreschi ne fece 24. Gli avevano affibbiato quel soprannome per invidia, ma è certo che aveva un caratteraccio, non faceva che litigare con l’abate. Quello è il suo autoritratto, si vede che era un uomo bellissimo: indossa la tunica che gli aveva regalato l’abate per fare la pace».La novità è che oggi si può visitare anche la splendida biblioteca, dove è esposto il candelabro di fra Giovanni da Verona, e la farmacia cinquecentesca: siamo vicini alla via francigena e qui come altrove i monaci avevano un ruolo fondamentale per l’assistenza dei pellegrini. Monte Oliveto fu fondata nel 1313 dal nobile Giovanni Tolomei, il beato Bernardo, che si ritirò qui in preghiera con alcuni amici. «Morì nella peste del 1348: fu un’epidemia tremenda che spopolò le nostre campagne, ma è a questa che dobbiamo i calanchi e le Crete che rendono unica la nostra terra». Contro il turismo usa e getta Da Monte Oliveto a Trequanda, dove nel borgo quattrocentesco de Il Colle Donatella Cinelli ha creato uno degli agriturismi più suggestivi della regione. Fondatrice del Movimento del turismo del vino, che negli ultimi anni ha cercato di accogliere i turisti nelle cantine per offrire, assieme al vino, un’esperienza di cultura, oggi Donatella sta ampliando la sua storica cantina per produrre, oltre al Brunello e al Chianti, la nuova doc Orcia. «È l’unico modo per fare restare la nostra gente», spiega, «arrivano notai e ambasciatori e offrono cifre da capogiro per i loro casali, se non hanno alternativa vendono: se riusciremo a fare un vino di alto pregio, daremo di che vivere alle aziende di 13 Comuni». Il nuovo vino – bianco, rosso e vin santo – è tratto da un vitigno locale, il "foglia tonda". Donatella non manca di idee. Oggi in cucina c’è Helle Tesio Poulsen: aveva un ristorante a Copenaghen, poi ha incontrato un giornalista italiano, l’ha sposato e s’è trasferita in Italia dove tiene un corso di alta cucina a Roma. Al Colle sta facendo scuola a un gruppo di turisti danesi: oggi è di scena la cucina rinascimentale rivisitata, «perché è brutto che all’estero la cucina italiana, così ricca e varia, sia identificata solo con gli spaghetti e la pizza». Un gruppo di turisti australiani sta facendo un corso di pittura. È un altro progetto della fattoria: portare i turisti nei luoghi dipinti dai grandi pittori italiani per impadronirsi della tecnica dell’affresco. «Dobbiamo contrastare il turismo usa e getta», spiega Donatella, «fa impressione andare in un luogo splendido come Pienza e sentire ovunque l’odore del formaggio». Non è un’impresa facile. A Montalcino, regno del Brunello, il museo di arte sacra è "incantevole", come esclama entusiasta una turista americana. Una bellissima Madonna di Simone Martini, dipinti dal Trecento al Seicento con capolavori di Pietro Lorenzetti e Duccio di Buoninsegna. Fa parte di una serie di musei decentrati, voluti dalla Provincia di Siena, che comprendono anche Buonconvento, Montepulciano, Pienza e Chianciano. Anche ad Asciano sta per aprire il nuovo museo di arte sacra, un altro aprirà a Radda, mentre a Trequanda c’è un delizioso museo delle Crete. Operazioni che per ora non pagano, se si pensa che Montalcino conta un milione di presenze l’anno e non arriva a vendere diecimila biglietti per il museo. Un’altra curiosità di Montalcino è il museo del vetro e della bottiglia di Castello Banfi, l’azienda leader del Brunello, che ha acquistato e ristrutturato il castello di Poggio alle Mura. Dopo Montalcino, tornando a Siena lungo la Cassia, vale la pensa visitare il borgo di Murlo e la fattoria fortificata di Cuna, sorta nel ’300 dallo Spedale di Santa Maria della Scala di Siena. Oggi è abitata da privati, ma è ancora possibile salire la scalinata interna che percorrevano i muli, per portare in salvo il grano nella "grancia", collocata in alto. Quando sei arrivato lassù, ti accorgi di aver ripassato un bel pezzo di storia. Simonetta Pagnotti
Come si dice Chianti in inglese? Pare che "Chianti" sia la parola
italiana più conosciuta all’estero dopo "Papa",
"pizza" e "mamma". Certamente è il vino che più ci
rappresenta, anche perché è piuttosto abbordabile dal punto di vista del
prezzo. Sappiamo che era bevuto già nel ’500 alla corte dei Medici e che
nel ’700 fu esportato in Inghilterra. Ma il vero padre del Chianti
classico è considerato il barone Bettino Ricasoli, che ne studiò la
formula a base di Sangiovese, Canarolo, Trebbiano e Malvasia, poi
codificata nel 1924 dal consorzio di tutela del Gallo Nero. Erano 33 soci:
oggi i produttori sono 700 e 400 gli imbottigliatori. La formula del barone
Ricasoli è rimasta inalterata fino a cinque anni fa, quando il regolamento
è stato cambiato per dare spazio alla "seconda linea" inventata
dagli Antinori col Tignanello. Ma c’è chi ha nostalgia del passato. «Dobbiamo
rispettare la tradizione», spiega Gioia Milani, che è anche presidente
del Movimento del turismo del vino per la Toscana. Il Brunello, re dei
vini, non ha bisogno di presentazioni. Se la bottiglia più antica della
collezione Biondi Santi, uno dei nomi storici, risale al 1888, è vero che,
prima degli anni ’60, era un vino che si vendeva a damigiane e che la
commercializzazione si deve in gran parte a Giovanni Colombini, della
Fattoria dei Barbi. Oggi i produttori sono circa 200. L’azienda leader,
per dimensioni del fatturato, è la Castello Banfi, che produce circa
7.000.000 di bottiglie l’anno, tra Brunello, Moscadello e Summus. Tra i
vini importanti della zona delle Crete, infine, non va assolutamente
dimenticato il Rosso doc.
s.p.
Updated 18/05/01 - Webmasters:
|
|||||||