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Famiglia
Cristiana a sole £. 8.900 |
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E dopo il museo un piatto di canederli
TRENTINO ALTO ADIGE
FRIULI VENEZIA GIULIA
(Hanno collaborato Sonia Di Gisi, Michela Bellofiore, Massimo Rinaldi). |
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La Val di Fassa e la Marmolada Montagne da amare di ALBERTO LAGGIA - foto di Alberto Bevilacqua Se tante sono le fiabe e le leggende nate e tramandate in Val di Fassa, un motivo deve pur esserci, e lo si scopre attraversandola: le favole nascono solo in luoghi, appunto, "da favola", com’è questa valle adagiata nel cuore delle Alpi, tra i monti più famosi delle Dolomiti, dal mitico Catinaccio, dimora leggendaria di re Laurino, al Sassolungo, dal maestoso Gruppo del Sella alla "regina" Marmolada.
La fiaba inizia a fondovalle, a Moena (1.184 m), primo e più popoloso paese della vallata ladina, anche se un antico legame amministrativo lo unisce alla Magnifica Comunità della limitrofa Val di Fiemme. «In questa conca, cui fanno da cornice naturale il gruppo del Latemar e la Vallaccia, ogni anno si contano 800 mila presenze turistiche, attratte da una natura incantevole e ottimi alberghi», spiega il sindaco di Moena, Riccardo Franceschetti. «L’amante della montagna ha solo l’imbarazzo della scelta: lo straordinario patrimonio boschivo, conservato gelosamente lungo i secoli dai fassani, offre infinite possibilità di passeggiate per ogni età e tipo di gamba, dagli itinerari delle malghe ai sentieri che ripercorrono gli antichi confini dei vescovadi o, ancora, quelli che conducono a borghi in cui il tempo s’è fermato, come il suggestivo Medìl; belle escursioni nelle convalli sono quelle al Sas da Ciamp, o al passo di Costalunga o ancora al Sas da Mezodì».
Moena, inoltre, è diventata, in pochi anni, la capitale alpina della mountain bike. Non a caso qui si disputa da 12 anni la Rampilonga (16 settembre) che con i suoi 4.500 partecipanti è diventata la più importante bike marathon italiana. A completare l’offerta turistica del paese si deve aggiungere il recupero dell’antichissima tradizione culinaria ladina operato negli ultimi anni da un gruppo di ristoratori. Salendo la valle si raggiunge Vigo, che fu in passato centro politico, civile e religioso della Comunità Generale di Fassa, sede dei capitani e giudici della valle. L’abitato, che sorge su un ampio e panoramico terrazzamento, sta proprio al crocevia che, attraverso il passo Costalunga, anticamente conduceva i mercanti dalla Val di Fassa al Tirolo. È l’ideale base, assieme al vicino paese di Pozza, per un’escursione nel gruppo del Catinaccio, o Rosengarten (giardino delle rose), come lo chiamano i tedeschi, autentico paradiso degli scalatori, con le sue celeberrime Torri del Vajolet.
Sopra Vigo domina con le sue caratteristiche forme gotico-alpine la chiesa di Santa Giuliana, che, fin dall’antichità, fu il santuario di tutte le genti di Fassa. Da visitare è pure la chiesa di San Giovanni, ovvero la chiesa "pievana" della valle, che sorge nell’omonima frazione di Vigo. Nello stesso paese ha sede l’Istituto culturale ladino, memoria, nonché centro promotore per lo studio e la tutela, della cultura ladina e della sua lingua, parlata da quasi l’80 per cento dei valligiani. E sempre a San Giovanni si trova il nuovo Museo ladino di Fassa, che verrà inaugurato l’8 luglio. Così lo descrive il direttore dell’Istituto, Fabio Chiocchetti: «Non sarà il solito museo etnografico, o archeologico, ma un luogo che proporrà una riflessione critica e una lettura della vicenda culturale dei ladini di Fassa, come esperienza viva. Strumenti multimediali metteranno il visitatore a diretto contatto con arte, storia, leggende, spiritualità dei ladini. Si potrà sperimentare il suono della lingua ladina dolomitana nelle sue varietà locali, grazie all’informatica. Insomma: non si spiegherà solo il nostro passato, ma anche il presente».
Per chi volesse completare questo tuffo nel mondo ladino, sono già visitabili alcune interessanti "sedi decentrate" del museo come il Molin de pzol, l’antico mulino restaurato che si trova a Pera di Fassa; o la botega da pinter, il laboratorio artigiano situato in un’antica casa di Moena, dove il bottaio Domenico Dellantonio, nel secolo scorso, svolse la sua attività; o, ancora, la Sìa, l’ultima segheria idraulica di tipo veneziano tuttora esistente in Val di Fassa, costruita nel 1929, visitabile a Penia, frazione di Canazei. Per non dimenticare i sapori ladini, in occasione dell’inaugurazione del museo sarà riproposto un antico dolce tipico, attualmente quasi del tutto scomparso dalle tavole fassane: il bramésc, un ricercato dessert a base di crema di latte, panna e zucchero, che un tempo si preparava in occasione del Natale e dell’Epifania. Passato il paesino di Campitello, dominato dall’imponente mole del Sassolungo, si arriva a Canazei (1.465 m), nell’alta Val di Fassa, paese un tempo tra i più poveri della valle e oggi, invece, rinomatissimo per il turismo invernale, grazie ai moderni impianti di risalita e alla sua posizione strategica, a ridosso di passi dolomitici come il Pordoi e il Sella. Proprio da Canazei spessissimo passano, com’è accaduto anche nei giorni scorsi, i tapponi dolomitici del Giro d’Italia, che ogni volta raccoglie su queste strade una folla di oltre centomila appassionati.
Ma Canazei è anche punto di partenza, dalla parte trentina, per andare
alla scoperta della Marmolada, la "regina delle Dolomiti".
Risalendo la valle dell’Avisio, si raggiunge rapidamente il passo Fedaia,
dove si trova l’omonimo lago, proprio ai piedi
Proprio quest’anno è passato un secolo da quel 1° luglio del 1901 in cui un’alpinista inglese, Beatrice Tomasson, riuscì a scalare per la prima volta la famosa parete sud della Marmolada, un vertiginoso muro verticale di mille metri, quella che sarebbe stata ribattezzata come "la parete d’argento" cioè uno dei più prestigiosi sesti gradi delle Alpi. «Ma la leggenda della Marmolada è iniziata davvero con la Grande Guerra», osserva Valeruz: «Dal 1915 è diventata la montagna simbolo da conquistare, oltre che l’ideale palestra d’addestramento dei Kaiserschutzen, gli "alpini" austriaci».
Dal ghiacciaio passava la linea di confine con l’Austria-Ungheria e qui, a quota tremila, per due lunghissimi anni italiani e austroungarici combatterono una logorante guerra di posizione. Ne ammazzarono di più il gelo e le valanghe che il moschetto. Oggi, i segni di queste battaglie sono ancora ben visibili a chi sale con la funivia da Malga Ciapela (sul versante bellunese) a Serauta, dove sorge il Museo della Grande Guerra. Da lì, poi, l’impianto di risalita conduce a Punta Rocca, a 3.270 metri, da dove è possibile ridiscendere con gli sci lungo una pista di 12 chilometri. Marmolada, insomma, non solo memoria storica, ma anche paradiso per alpinisti e sciatori.Alberto Laggia
Il ladino ti fa sapere... i "cajoncìe" con le pere Da Moena bastano pochi minuti per salire al passo San Pellegrino (1.918 m). Da qui si raggiunge in breve la località di Fuciade ("luogo dove si falcia"): incantevole alpeggio punteggiato da fienili, con la splendida corona di monti. Da qui partono numerosi sentieri che s’addentrano nel selvaggio settore meridionale del Gruppo della Marmolada. Base di partenza per gli escursionisti è il Rifugio Fuciade, costruito negli anni ’60 da tre sacerdoti appassionati di montagna. Da 19 anni è gestito da uno dei più rinomati chef trentini, Sergio Rossi, e dalla moglie Emanuela, che hanno dato notorietà al rifugio, segnalato anche dalla Guida Michelin. Qui vengono riproposti i piatti tipici dell’antica cucina ladina: «Una cucina, come tutte quelle di montagna, fatta di piatti poveri, ma nutrienti, e non troppo grassi, che recupera i prodotti tipici della nostra terra. Dai cereali alle patate, dai cavoli ai formaggi», dice Rossi. Primeggiano, tra le ricette tradizionali ladine, i cajoncìe, tortelloni la cui sfoglia si ottiene dall’impasto di farina di segale e di grano, uova, olio e sale, variamente ripieni: i cajoncìe da migol vert, cioè "col ripieno verde", con spinaci selvatici; quelli da clòzegn ripieni di pere selvatiche secche; quelli da Moena, infine, sono i tipici ravioli di patate. Deliziosi sono anche i gnoches da formenton, gnocchetti di polenta, e lasupa de ris e patac, ovvero una zuppa di patate, porro e cipolla con riso e gnocchetti di formaggio nostrano, meglio se è il "Puzzone" di Moena. E per secondo, capriolo in salamoia accompagnato da polenta. Fumante.
Updated 05/06/01 - Webmasters:
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