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Famiglia
Cristiana |
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VALLE D'AOSTA
PIEMONTE
LIGURIA
(Hanno collaborato Sonia Di Gisi, Michela Bellofiore, Massimo Rinaldi). |
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La Riviera di Ponente Mare, ulivi e streghe di SILVANO GUIDI - foto di Fausto Tagliabue Dalle insenature defilate di San Bartolomeo al Mare, dominate dal borgo medievale di Cervo (case abbarbicate, vicoli angusti, arcate che incorniciano scenografie senza tempo, sulle quali troneggia l’imponenza barocca della chiesa di San Giovanni Battista), fino ai giardini botanici di Villa Hanbury, 18 ettari digradanti sulle acque di confine fra Italia e Francia, silenziosamente animati da specie spontanee e varietà esotiche, i 61 chilometri di itinerario del Ponente ligure, lungo la sinuosa statale 1 Aurelia, rappresentano un viaggio dolce alla scoperta di una terra in perenne e oscillante equilibrio fra mare e montagna.
A ridosso della costa si inseguono lusinghe per certi versi scontate: calette protette, rituali di pesca, distese di serre, mercati di fiori; verso l’interno, invece, si impone caparbietà nell’andare a snidare suggestioni più nascoste: pievi, castelli, tradizioni contadine, conventi mimetizzati fra gli ulivi, antichi ponti aggettati su vigorosi torrenti e podesterie genovesi che raccontano storie di streghe e riti inflessibili della Santa Inquisizione.
I turisti possono soddisfare interessi diversi. A Oneglia li attendono il Museo dell’olivo; il porto commerciale che, intorno alle ore 14, si anima dei pescherecci di ritorno con il loro carico; le arcate di Calata Cuneo, dove alle 15 di ogni giorno, domenica esclusa, viene battuta l’asta del pesce, un’operazione accalorata, variopinta e anche un po’ incomprensibile, per l’uso del dialetto e di un gergo particolare. A Porto Maurizio, di fronte al Duomo, imponente e dotato di una ricca collezione di tele dell’800, si trova il Museo navale, al cui funzionamento sovrintende il comandante Flavio Serafini. Tappa d’obbligo per chi ama mare, navigazione e storia delle avventurose rotte veliche, a cominciare da quella del mitico Capo Horn. Nelle sale, fin troppo stipate e un po’ polverose, si conservano diari di bordo e documenti di viaggio, quadri raffiguranti velieri e modelli di gloriosi transatlantici come il Giulio Cesare e il Leonardo da Vinci, capi di vestiario e uniformi delle marine europee e utensili che testimoniano l’antica arte perduta di maestri d’ascia e segantini, chiodaioli e carpentieri, calafati e incisori: tutto quel variegato popolo di maestranze che facevano pulsare i cantieri navali della Liguria del tempo che fu. Ripresa l’Aurelia, si scivola via per San Lorenzo al Mare e Riva Ligure, finché, poco prima di Arma di Taggia, non si incrocia la deviazione per Montalto e Triora: è questo l’inizio della Valle Argentina, incisa dall’omonimo torrente che rumoreggia fra lastroni levigati, pozze vibranti di trote e cascatelle che sottolineano qua e là i dislivelli più forti. Superato il ponte medievale di Taggia, a 16 arcate, la statale 548, tutta curve e qualche tornante, sale a Badalucco e poi a Montalto Ligure, dove, lasciata l’auto, ci si inerpica a piedi per la trama dei vicoli a gradoni fino a raggiungere la barocca parrocchiale di San Giovanni Battista, con annesso oratorio in uguale stile architettonico: il tutto affacciato in un fazzoletto di piazza che, per lo stupore dei visitatori, concentra in pochi metri quadrati due scalinate, uno scorcio di facciata, campanile, canonica e portici. L’impresa più ardua, una volta arrivati, è riuscire a scattare una foto che riesca a comprendere tutto. Ancora 16 chilometri di strada tortuosa e si raggiungono i 776 metri di Triora: siamo a meno di quattro chilometri in linea d’aria dal confine francese, in piena terra occitana (il dialetto ligure qui assume suoni insoliti), in campagne popolate di lumache, ma soprattutto in luoghi di bàgiue, le famose streghe di Triora, arcane figure sospese tra fantasia e realtà. «Nessuna fantasia, ma storia vera accaduta intorno al 1588», si affanna a raccontare Alessandra Scarella, curatrice del museo etnografico. Che, però, tiene subito a precisare: «Alcune donne del luogo furono accusate di stregoneria, ma erano innocenti e servirono soltanto da capro espiatorio per giustificare una terribile carestia durata tre anni, che secoli fa afflisse le nostre campagne». Miti, leggende e favole orali sono duri da cancellare; e così, qualche chilometro più a valle, a Molini di Triora, nella più stravagante bottega della zona si può raccogliere la testimonianza di Angelamaria: «Franceschina, mia antenata, fu una delle donne accusate di stregoneria, condotta in carcere a Genova, inquisita, processata e mai più tornata a Triora». Da buona discendente, Angelamaria adotta un look stregonesco ed espone nella sua bottega articoli rigorosamente in tema: "latte" di lumaca, filtro delle streghe, polvere d’ardesia, pietre portafortuna, pozioni varie e olii scacciabàgiue.
nella sua bottega di Molini di Triora. Ridiscesi sul mare e ripresa la direzione per Ventimiglia, si viaggia fra serre, palme, olivi e macchie vivacissime di ginestre. Tappe rituali: Sanremo (fiori, tracce di Festival, impronte belle époque e, nel parco di Boscobello, su un’altura, una monumentale Via crucis) e Bordighera (la città dell’ottocentesco Dottor Antonio, di alberghi e ville con splendidi giardini, della seicentesca chiesa di Santa Maria Maddalena e del bell’oratorio di San Bartolomeo degli Armeni). Dopo Camporosso Mare una nuova deviazione riporta verso l’interno: direzione Dolceacqua e Pigna. La prima località, a dispetto del nome, è la patria del Rossese, un vino rosso prelibato prodotto in minime quantità sulle strette terrazze della valle. Ma non ci sono solo i piaceri del palato: il ponte vecchio, con i suoi 33 metri di luce, è straordinariamente suggestivo, e le rovine del castello dei Doria, distrutto nel 1746, riverberano ancora inquietanti atmosfere. Del tutto diverse quelle che si assaporano a Pigna, dove acque sulfuree e un grande centro benessere promettono relax e fuga dallo stress. In prossimità del confine di Ponte San Luigi ci attende la creazione di Thomas Hanbury, iniziata nel 1867: uno dei più interessanti giardini botanici del mondo, con piante ed essenze provenienti da latitudini diverse e dai Paesi più disparati, a testimoniare le straordinarie potenzialità del giardino come luogo di acclimatazione. Il richiamo di agavi, cedri, eleocarpi e acacie è forte, ma la tentazione di una sosta rigeneratrice alle terme di Pigna non è da meno. Silvano Guidi
Dal museo preistorico al giardino botanico
A Taggia i domenicani "aprono" il convento A fare da guida è Massimo Gramegna, uno studente di architettura, obiettore di coscienza, sempre pronto ad accogliere gruppetti di turisti che arrivano radi e quasi per caso. Il convento di San Domenico, a Taggia, è defilato e quasi nascosto alla vista: si raggiunge per stradine strette che salgono fino allo slargo di piazza Beato Cristoforo, dove un logoro cartello turistico ricorda la data di edificazione (1460) e segnala i tesori che è possibile visionare (pinacoteca, biblioteca e un chiostro ricco di affreschi). Nel chiostro, dominato al centro da un’altissima palma, ci accoglie il superiore, padre Giuseppe Paparone, che ci mostra una serie di complicate meridiane: quella francese, quella italica e una terza, ancora più astrusa, detta planetaria o canonica. Fondato da padre Cristoforo da Milano, il convento conserva tracce del suo antico legame con gli Sforza nel gotico lombardo dell’architettura.
Le tele, i polittici e gli affreschi di Ludovico Brea e di Giovanni Canavesio si succedono fra gli altari della chiesa, il refettorio e la sala capitolare. Gli attuali quattro domenicani di Taggia hanno deciso di aprire la loro struttura (22 stanze, per 40 ospiti), che è da sempre luogo di predicazione, agli esercizi spirituali di chiunque desideri incontrare Dio nella pace, nel silenzio e nell’ascolto della Sua parola. Gli appuntamenti sono stati fissati dal 21 al 24 giugno, dal 9 al 14 e dal 18 al 22 luglio, e dal 19 al 23 settembre (telefono 0184/47.62.03 - 47.62.54).
Updated 12/06/01 - Webmasters:
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