|
|
|
||
|
È dedicato al Veneto il sesto volume degli Itinerari d’Italia, che uscirà con il prossimo numero di Famiglia Cristiana. Oltre a quello che presentiamo, la guida contiene altri 17 percorsi turistici: il Garda e il monte Baldo, Verona e la sua pianura, la Valpolicella e la Lessinia, Vicenza e i colli Berici, l’Alto Vicentino e Asiago, Padova e il Brenta, i colli asolani, la Bassa pianura padovana e i colli Euganei. E, ancora: Vittorio Veneto e la Valdobbiadene, Feltre e la Val Belluna, Belluno e il Cansiglio, le Dolomiti, il Cadore e il Comelico, Treviso e il Montello, Venezia e la laguna, il Piave e il Tagliamento.
(Hanno collaborato Sonia Di Gisi, Michela Bellofiore, Massimo Rinaldi). |
|||
|
Il Polesine e il Delta del Po Dove muore il fiume di ALBERTO LAGGIA - foto di Alberto Bevilacqua/F. Rosso Dalla solidità delle medievali mura che cingono Rovigo ai paesaggi tutti "liquidi" del Delta: il viaggio che porta alla fine del Po è un viaggio dell’anima, dal fermo all’instabile, dalla pietra alla sabbia, un tuffo in uno «strano continente sospeso in aria», come scrisse il polesano Gian Antonio Cibotto. Ma Rovigo, la capitale del Polesine, città di antiche origini, è lì a dirti che si tratta anche di un viaggio dentro una storia di uomini che hanno trasformato questo territorio come e più di quanto non abbiano fatto le acque del grande fiume. E allora bastano poche centinaia di metri nel centro, partendo dal Castello, per arrivare all’inconfondibile "Rotonda", per compiere un excursus storico-architettonico lungo mille anni. Una visita a piazza Vittorio Emanuele II, cuore della città, è d’obbligo, perché attorno a questo nucleo si formò l’abitato di Rovigo, e perché, a fianco del Palazzo comunale, sta l’Accademia dei Concordi, prima ancora che ricca pinacoteca, istituzione culturale con mezzo millennio di vita. E poi non si può non infilarsi nei bassi portici di via Cavour, detti "degli ebrei", e, attraverso Porta San Bartolomeo, arrivare al suggestivo complesso monastico omonimo, oggi sede museale. Ma è già tempo di lasciare Rovigo e la "terraferma" per farsi trasportare dalla corrente, ormai pigra, del Po alla scoperta di una terra che ferma non può essere: il Delta, la "Camargue" italiana, una lingua di territorio rubato al mare e nei secoli mutante, smarginato, sconfinato e sconfinante, dove anche un cippo che segnava la fine della Repubblica Serenissima e l’inizio dello Stato Pontificio, come quello di Rivà, frazione sul Po di Goro, ha perso la sua posizione eretta e pende vistosamente di lato, spinto da una terra in continuo assestamento. Una manciata di chilometri a est, dove il Po di Venezia e quello di Goro quasi si toccano, inizia il nostro itinerario nel Delta. Fa da ideale segnaposto l’affusolata ciminiera rossa del complesso idrovoro di Ca’ Vendramin, costruito agli inizi del secolo, oggi Museo della bonifica. Visitando questo monumento d’archeologia industriale si può scoprire un significativo pezzo di storia del Delta. Tutt’intorno, a perdita d’occhio, si stendono i campi bonificati dell’"isola" di Ariano. Si entra poi nel Comune di Porto Tolle, nome che non indica in realtà un paese, ma raccoglie più borghi che si allungano sul Po di Venezia, della Pila e quello delle Tolle, tra cui Ca’ Tiepolo, sede del municipio. Nel suo territorio sono comprese gran parte del Delta e delle aree protette del Parco naturale. Da qui partono le escursioni in barca alla scoperta del fiume. L’andar per acqua è forse il modo migliore per conoscere il Po, che qui rallenta il suo corso fino quasi a fermarsi prima di diventare mare, formando buse, rami secondari, scani, esili lingue di sabbia che col tempo formano lagune, e paradei, invisibili canali tra i canneti. «Solo in barca si possono visitare gli anfratti più tipici di questo ambiente, come, ad esempio, il Po di Maistra, il più piccolo e ricco di golene fra i rami del Delta, ma anche quello che mi ha sempre affascinato di più con le sue rive ricoperte di pioppi e salici, dove vivono l’airone, la garzetta e il martin pescatore», parola di Marino Cacciatori, vecchio traghettatore polesano, che da anni organizza escursioni nautiche nel Delta. Si prosegue lungo gli argini del Po delle Tolle per arrivare a Scardovari, tipico paesino di pescatori. Merita una visita il Mercato ittico, per poter assistere alla compravendita ancora con l’asta "a orecchio", cioè sussurrando l’offerta di prezzo nell’orecchio del direttore. Poco più in là, in località Bonelli, lungo la strada dell’argine, ci si imbatte nelle caratteristiche abitazioni dei pescatori polesani, coloratissime case a un piano con il grande camino a dado. Qui l’ambiente anfibio ha favorito in modo straordinario la creazione di oasi naturalistiche popolate da varie specie d’uccelli. «I folti canneti hanno reso questa landa un vero paradiso del fotonaturalismo e del birdwatching», osserva Danilo Trombin, una delle "Guide naturalistiche del Parco del Delta", responsabile della Lipu di Adria: «È l’habitat ideale per l’airone rosso, le cannaiole, l’usignolo di fiume, il germano reale, le marzaiole». Ma insieme coabitano il cavaliere d’Italia, la volpoca, il chiurlo e il corriere. A Barricata, dove la vista della foce non necessita di imbarcazioni, si attraversa un ponte di barche e si è già in spiaggia. «Una svolta secca a destra e si inizia a costeggiare Sacca Scardovari: un tempo terra di bonifica, ora, dopo i dissesti e gli sprofondamenti causati dalle estrazioni metanifere degli anni ’50 e ’60, il più esteso specchio d’acqua deltizio. E inizia uno dei più suggestivi e desertici viaggi nell’orizzontale paesaggio del Delta», afferma Fabio Roccato, del "Coordinamento Amici del Parco del Delta del Po". Qui può capitare di non incrociare umano o automobile per chilometri, solo acque immobili, barche e una lunga teoria di poveri ricoveri di pescatori in legno e lamiera da una parte, e risaie fino all’orizzonte dall’altra. Eppure la sacca è diventata il più grande "orto" d’Italia per l’allevamento di vongole e cozze: "l’oro del Delta". Qui s’è compiuto il miracolo: la moltiplicazione dei "pesci" (in questo caso delle "filippine", vongole trapiantate dal Sudest asiatico e prodotte in più di novemila tonnellate all’anno) e dei "pani", ben 1.450 sono i soci del Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine che fa capo a Scardovari, la più grande azienda del Polesine, con un fatturato annuo di oltre 50 miliardi di lire. A metà sacca si può divagare per raggiungere Ca’ Mello lungo un "ramo perduto" del Po e visitare l’oasi omonima. Quindi, una volta arrivati a S. Giulia, e attraversato il Po di Gnocca su un altro caratteristico ponte di barche, si conclude l’itinerario, scendendo a Bacucco, punto più meridionale del Delta. Qui la strada sale sull’argine: dietro un mare di canne si alza il profilo del Faro di Bacucco. La località balneare di Rosolina Mare è, invece, ottimo punto di partenza per una visita al Delta settentrionale. Alle spalle della spiaggia e della pineta retrostante, ha inizio uno degli itinerari naturalistici più incantevoli: la "Via delle valli". Si tratta di un percorso, ideale per la bicicletta, che si snoda lungo una stradina tutta curve sull’argine, e attraversa le valli da pesca: sacche d’acqua salmastra delimitate da terre emerse, arginate e controllate da piccole chiuse e canali, da secoli usate per l’allevamento ittico che qui produce specie prelibate come l’orata, l’anguilla (il bisato), il cefalo e il branzino. Questo è anche il regno incontrastato di falchi, aironi, garzette e gabbiani. Ogni valle fa capo a un casone, tipica costruzione dal grande camino a bottiglia, dove si riparano i guardiani di valle. Nel tempo, i proprietari hanno trasformato queste abitazioni, nate in canna, in splendide dimore; è il caso del bianco Casone di Valle Veniera, considerato il più bello del Delta. La "via" termina a Marina Nuova sulla strada del Po di Levante. Alberto Laggia Porto Caleri, un’oasi verde tra il mare e la laguna Il Giardino botanico litoraneo di Porto Caleri (nella punta meridionale del lido di Rosolina Mare) rappresenta un ambiente naturale unico e irripetibile, poiché si tratta di un territorio risparmiato dallo sfruttamento turistico-balneare. Su quest’oasi verde di 44 ettari, che si estendono dal mare alla laguna, sono racchiusi una decina di ecosistemi, con circa 220 specie vegetali, sia erbacee sia legnose, con vere e proprie rarità. «Il Dipartimento per le foreste della Regione Veneto ha attrezzato nel "Giardino" tre percorsi di diversa lunghezza (dai 600 ai 2.850 metri), con passerelle di legno e indicazioni scritte, per conoscere "dal di dentro" la vegetazione tipica di pineta, macchia, spiaggia, barena e stagno», spiega Fabio Capostagno, funzionario del Dipartimento. Gli itinerari partono dal "centro visitatori", dov’è possibile visionare materiali didattici e richiedere una guida. Da qui i sentieri si snodano nella pineta di lecci, pino marittimo e domestico, per passare poi, in direzione del mare, alla vegetazione di tipo arbustivo a ginepro. Qui, ad esempio, è possibile imbattersi nelle orchidee spontanee, quasi ovunque scomparse. Si arriva alle dune sabbiose sulla cui sommità svettano cespugli di sparto pungente e fiorisce lo zigolo, fino a giungere alla spiaggia dove riescono ad attecchire solo le "specie pioniere" come il ravastrello, la nappola e la calcatreppola. Il percorso più lungo arriva in barena e, su ponticelli lignei, si attraversano piccoli canali con la possibilità di ammirare flora sommersa e alghe. All’alba e al tramonto si possono anche effettuare interessanti osservazioni delle specie avicole delle valli, utilizzando un osservatorio faunistico appositamente attrezzato. (Aperto: martedì, giovedì e domenica, ore 10-13, 16-19, da aprile a settembre. Per informazioni, tel. 0426/68.408).
Updated 19/06/01 - Webmasters:
|
|||