di Antonio Tarzia
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Re Obama nel presepe
Quest’anno i Re Magi sono arrivati in anticipo: nei laboratori
napoletani e nelle vetrine artigiane di via San Gregorio degli Armeni,
già nel pomeriggio del 4 novembre Barack Obama, coronato re
afroamericano degli Stati Uniti d’America, sorrideva trionfante,
aspettando gli altri due re sapienti che dietro la stella avanzavano
lentamente lungo i deserti orientali.
Questo aggiornamento dei "pastori" nel presepe napoletano,
vissuto da qualcuno come una profanazione, è solo un’affettuosa
attualizzazione dell’evento divino, diventato cronaca viva nei vicoli
della città partenopea: un modo di personalizzare la tradizione
religiosa, di parteciparvi facendo irrompere sulla scena la storia dei
nostri giorni. Il presepe è un fatto di famiglia, Dio si fa bambino
ogni volta che noi siamo in grado di riconoscerlo e di trovargli un
posto nella nostra vita. Alla scuola del presepe, una delle più tenere
ed educative tradizioni religiose del nostro Paese, non vogliono più
partecipare alcune insegnanti affette dal virus del politically
correct (a volte più virulento del morbillo), che impediscono ai
bambini di esprimersi e di sognare in squadra con i compagni di scuola.
Raccogliere il muschio, reperire i pezzi di sughero, costruire le
montagne e i villaggi, i fiumi e il laghetto, appendere sul cartone blu
le stelle di stagnola: tutto questo è come creare un mondo, rivivere
una storia vera di duemila anni fa che, attraverso la fede e la cultura,
è arrivata fino a noi. Chi ha partecipato anche solo una volta alla
costruzione del presepe lo ricorderà con nostalgia per tutta la vita.
Di certo non hanno mai fatto il presepe quei buontemponi del
Consiglio comunale di Oxford che hanno deciso di cancellare dal
calendario la festa di Natale... continua
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