Servizio
speciale - San Francesco di Paola. Da cinque secoli nel cuore della gente Francesco
dei miracoli
di Annachiara Valle - foto di Alessia Giuliani
Milioni
di fedeli affollano ogni anno i santuari che conservano tracce della sua
vita e della sua testimonianza. In Calabria, ma anche in Canada o in
Argentina, lo considerano il loro patrono. Eppure Francesco di Paola,
eremita dai modi ruvidi che compiva prodigi stupefacenti, è ancora
visto come un santo di serie B, circondato da una devozione popolare che
confina con il miracolismo. In occasione del quinto centenario della
morte, Jesus si è messo sulle orme del Paolano, scoprendo una
figura di grande potenza spirituale, che va ben oltre i luoghi comuni. E
una famiglia religiosa fondata dal santo, che tiene vivo il messaggio
controcorrente di Francesco: in una società attratta dall’effimero e
dal potere, i cristiani – dai laici ai vescovi – sono chiamati
continuamente a convertirsi al Vangelo.
Si
narra che quando nacque, le fiamme avvolsero la casa dei suoi genitori,
ma senza che nulla andasse bruciato. Si dice che sollevasse, come
fuscelli, le grosse pietre che servivano per l’erezione dei santuari.
Che avesse lottato con il diavolo mentre costruiva un ponte per
attraversare un ruscello. E che, quando i messi del Papa andarono a
cercarlo per giudicarne la vita e chiedergli come compisse i suoi
prodigi, avesse preso una fiamma fra le mani esclamando: «A chi crede
in Dio nulla è impossibile».
La roccia, l’acqua, il fuoco, il Vangelo. Le forze della natura, la
fede dell’animo umano. La vita di Francesco di Paola è tutta qui:
segnata da miracoli eclatanti, lunghi silenzi e costante confronto con
la Parola di Dio. Quest’anno, in cui ricorrono i cinquecento anni
della sua morte, avvenuta a Tours, in Francia, il 2 aprile 1507, la
Calabria e i calabresi si trovano a fare i conti con questa figura aspra
che ha costantemente richiamato umili e potenti alla conversione. E che,
ancora oggi, torna a dire alla sua terra – ma non solo – che l’unica
cosa che conta è credere al Vangelo.

Il santuario di San Francesco di
Paola a Corigliano.
Nato a Paola il 27 marzo 1416, grande taumaturgo, contemporaneo di
Savonarola e di Lutero, il santo calabrese non è da tutti conosciuto.
E, anche se conta milioni di fedeli in varie parti del mondo, in tanti
lo ritengono ancora un personaggio minore e ne ignorano la ricchezza
spirituale. «Attorno alla sua figura si è creato un devozionismo molto
radicato, che a volte non ha consentito l’approfondimento del suo
messaggio rivoluzionario», spiega padre Gregorio Colatorti, rettore del
santuario di Paola e superiore provinciale dei frati Minimi, il primo
ordine fondato da Francesco, cui seguirono il secondo delle monache di
clausura e il terzo composto da laici.
Ogni anno, in questa cittadina sul Tirreno, a venti chilometri da
Cosenza, arrivano a migliaia, in visita al santuario. Poggiano la fronte
sulla grossa pietra che un paralitico sollevò da solo, per grazia di
Francesco, bevono "l’acqua della cucchiarella", sgorgata
miracolosamente dalla roccia, sostano nella grotta dove il Santo pregava
in solitudine.

Padre Francesco Rubino con i suoi
parrocchiani
nel chiostro del santuario di Paterno Calabro.
«Ma tutto questo non basta», continua padre Gregorio. «Di certo
non condanniamo il devozionismo, ma stiamo cercando di fare un passo in
avanti, verso la devozione prima e la fede adulta poi. Ci siamo accorti
che, soprattutto nei giovani, c’è una religiosità debole che rischia
di sfociare nella superstizione. Stiamo cercando di favorire un cambio
di mentalità. Senza disprezzare l’attaccamento dei fedeli ai segni
esteriori, cerchiamo di valorizzare il messaggio spirituale vero di san
Francesco. Partendo dalla conversione e dalla penitenza». Che vuol dire
digiuno, preghiera e carità.
I "figli di san Francesco" provano così a percorrere la
strada del fondatore. E a spiegarla agli altri, domenica dopo domenica.
Sempre disponibili per le confessioni e per la direzione spirituale, i
frati, con l’aiuto dei laici del Terz’ordine, hanno messo in piedi
una rete di solidarietà e di accoglienza che va oltre i confini della
cittadina. Inoltre, ogni anno tre comuni calabresi sono designati per
portare l’olio che serve per l’accensione della lampada votiva: una
celebrazione suggestiva che si tiene ai primi di maggio. E per la quale
i comuni coinvolti sono preparati con una capillare missione cittadina,
che diventa occasione di evangelizzazione. Quest’anno, per i 500 anni,
invece dei tre comuni sono stati invitati i cinque capoluoghi di
provincia e il presidente della Regione. Un modo per dire che tutta la
Calabria si riconosce in questo santo, che «lo ha nel suo Dna», come
dice padre Gregorio. Anche se poi ne segue maldestramente le orme.

L’interno della "Chiesa
nuova" a Paola.
Al
santuario di Paola ci si sente un po’ a casa. La montagna a ridosso e
il mare di fronte chiamano a un continuo confronto con la natura. Il
torrente Isca, che scorre di fianco al convento, fa sentire la sua voce.
Dall’altra parte della vallata c’è il collegio con il seminario
minore e, alzando lo sguardo, come inerpicato tra le rocce, si scorge il
monastero Gesù e Maria, delle suore di clausura. Il secondo ordine
fondato da Francesco è arrivato da poco nella terra del Santo
calabrese. Il primo nucleo, cinque secoli fa, era sorto in Spagna. E
dalla Spagna vengono la superiora del convento, madre Martin, e madre
Maria degli Angeli. «Siamo qui da dodici anni», dice, da dietro la
grata, madre Maria. «Non siamo mai stati un ordine grande, ma le
vocazioni non ci mancano. Soprattutto, abbiamo delle vocazioni forti,
decise, innamorate del carisma».
A Paola sono in 11 e cinque di loro collaborano con altri istituti. «È
una gioia», continua madre Maria, «perché, anche se siamo una
comunità giovane, abbiamo già potuto fare questi passi di sostegno per
gli altri». Gli occhi chiari che interrogano con discrezione l’interlocutore,
il tono di voce sommesso, madre Maria aggiunge che «il quarto voto,
quello di vita quaresimale, che anche noi condividiamo con i frati, ha
senso soprattutto oggi. La vita di austerità è di supporto alla
conversione continua, alla chiamata a riconoscere il primato di Dio.
Aiuta a illuminare gli uomini perché ritrovino se stessi per trovare
Dio».

Statua di san Francesco a Catona.
Tutta la giornata è strutturata attorno alla preghiera: dall’una
di notte, con l’orazione notturna, fino alla compieta. Tra una
preghiera e l’altra, il lavoro per sistemare la casa e per dedicarsi
ai ricami, che sono fonte di sostentamento. E poi lo studio insieme con
l’approfondimento del carisma del fondatore. «Francesco», continua
la suora, «ha fatto perno su due punti fondamentali: l’austerità di
vita, cioè il distacco dalle cose come condizione necessaria per poter
aprirsi a Dio, e l’umiltà, cioè non aspirare alla gloria umana, ma
mettersi all’ultimo posto. Queste due cose sono quelle che mancano di
più nella società e nella Chiesa di oggi».
Lontane dal mondo, ma non disinteressate a esso, le suore aggiungono
che «come figlie di san Francesco ci sentiamo chiamate a dare una
risposta alle necessità e alle attese di tante persone, credenti e non
credenti, che cercano un mondo migliore. Ci sentiamo piccole, inadeguate
ma, con la nostra povertà, stiamo cercando di dire a tutti che la
Parola che il Signore ci ha trasmesso nel Vangelo dà un senso pieno
alla vita dell’uomo».

Chierichetti nella sacrestia del
convento di Catona.
Nei
quattro romitori, oggi santuari, che Francesco ha costruito in Calabria
con le sue mani, ma anche in quelli a lui dedicati che sono sorti dopo,
la parola conversione torna più volte. «Non possiamo, però, limitarci
a parlare», spiega padre Francesco Rubino, rettore del seminario di
Paola per dieci anni e oggi al santuario di Paterno Calabro. «Se
vogliamo vivere davvero la spiritualità di Francesco, dobbiamo andare
più in fondo. Non bastano le processioni e i gesti esteriori, ma va
ritrovata la forza rivoluzionaria del Santo. Una rivoluzione che partiva
da se stesso. Il quinto centenario dovrebbe lasciare come traccia
profonda il risveglio in noi di questo spirito di conversione».
Partendo dal Pollino e arrivando a Paterno, in questo paesino di
1.500 abitanti in provincia di Cosenza, san Francesco ha lasciato le sue
orme, ancora conservate nella pietra posta a sinistra davanti all’altare
della cappella. «Queste orme», dice padre Rubino, «sono come un
gioiello perché ci dicono come ha camminato lui e dove ci portano i
suoi passi. È una catechesi continua: la sua giornata cominciava con la
preghiera. Poi i suoi passi si dirigevano alla grotta dove non andava
per oziare, ma per immergersi nell’amore di Dio. Quando si sentiva
pieno di questo amore, usciva dalla grotta e andava a lavorare: zappava,
tagliava legna, camminava per le vie di Paterno. In chiesa riceveva
gente che veniva da tutta la Calabria per un consiglio, per una
esortazione, per conoscerlo, per stare un po’ insieme».

Padre Gregorio Colatorti, superiore
provinciale dei Minimi
e rettore del santuario di Paola.
San Francesco accoglieva tutti. «Noi lo presentiamo come un santo
burbero», continua padre Rubino, «ma Francesco era pieno di letizia,
dal cuore aperto, fratello universale». Nel paese dove il Santo si
ritirava prima di ogni azione importante, i frati mettono a disposizione
il loro refettorio, concedono un’ala del convento per chi vuole
trascorrere qualche giorno in meditazione oppure per i gruppi che
decidono di fermarsi per ritiri o esercizi spirituali.
«Anche se da qualche tempo proprio qui a Paterno, suo luogo d’elezione,
non abbiamo nuove vocazioni», spiega padre Rubino, «vediamo che il
Santo continua a essere cercato dai giovani. La chiesa è molto
frequentata. Credo che ad attirare sia questa radicalità, che non
appesantisce l’animo, ma lo libera dalle passioni. Francesco
suggerisce di non allinearsi allo spirito del mondo. E poi fa la scelta
del deserto, non come aridità, ma come luogo in cui ritrovare la
libertà di spirito. È questo carisma che Francesco consegna ai giovani
di sempre».

Il santuario di Corigliano.
Lo sanno a Spezzano, nel cuore della Sila, dove oggi il convento è
abitato dalle suore passioniste, che mantengono vivo lo spirito della
penitenza. E lo sanno a Corigliano Calabro, sul Mar Jonio, dove
Francesco fondò, su richiesta della principessa di Rossano, il suo
quarto romitorio.
«Sui
giovani contiamo molto», aggiunge padre Casimiro Maio, superiore del
convento di Catona, a due passi da Reggio Calabria. Una storia
particolare lega la città a Francesco. Dovendo attraversare lo stretto,
il Santo si rivolse a un barcaiolo del posto. Ma questi si rifiutò di
prendere a bordo lui e i suoi fraticelli senza compenso. Francesco,
allora, dopo aver pregato, stese il suo mantello sulle acque e
attraversò il mare. «Con quel gesto», dice padre Casimiro, «voleva
sottolineare l’egoismo delle persone e la necessità di fare le cose
gratuitamente. Qui non ci sono disoccupati e si vive bene. Ma, ancora
oggi, stiamo aspettando che il cuore della popolazione si apra alla
solidarietà. Il seme gettato con quel gesto da Francesco non ha ancora
dato completamente frutto. Anche se non si è perso del tutto».
Con padre Casimiro collaborano cinque volontari che vengono da
Cosenza. «All’inizio era una sorpresa il fatto che qualcuno venisse
gratuitamente a dare una mano. In una terra dove si sta bene, ma si fa
tutto per soldi, questo è stato rivoluzionario. La gente ha cominciato
ad avvicinarsi e, 12 anni fa, con i bambini, ho fatto un patto: quello
di lasciarli venire se si impegnavano a frequentare fino alla maggiore
età. Proprio quest’anno i primi sono arrivati ai 18 anni e non se ne
sono ancora andati. Anzi, dietro di loro, ne sono venuti altri».

L’interno del santuario di Paola.
In
questo grande edificio, dono di Giovanna Ruffo di Scilla, si offre tutto
gratuitamente: dall’accoglienza per chi ha qualche familiare
ricoverato all’ospedale di Reggio Calabria alla discoteca per feste di
compleanno e anniversari, al corso di restauro, alla biblioteca, al
campo sportivo. Soprattutto si offre la parola di Dio, senza sconti,
come predica padre Casimiro durante i tredici venerdì di san Francesco.
«Per le processioni, le feste o le novene sono tutti presenti. Io
allora ne approfitto per spiegare, con le parole, quello che poi cerco
di mettere in pratica con i ragazzi. E cioè che Catona deve diventare
il paese più solidale del mondo perché qui Francesco, con il suo
miracolo, non ha voluto lasciare una traccia naïve, ma mostrare
concretamente la solidarietà. Non è venuto per fondare un convento, ma
per lasciare un seme di carità in un terreno arido. Spesso i santuari
sono frequentati più a livello devozionistico che evangelico. Ecco
perché, nonostante un grande santo come Francesco, i calabresi e la
Calabria faticano a cambiare. Ma il seme germoglierà».

L’interno del santuario di Paola.
A Catona la rivoluzione è partita con piccole cose, con Vera, Dimma,
Emanuela, Pasquale e Cinzia, che viaggiano da Cosenza per animare la
comunità. Con chi legge i libri e ne condivide la lettura in gruppo.
Con i ragazzi che pregano alle quattro del mattino durante la novena per
l’Immacolata. E anche con la vita quotidiana di una comunità che «non
è fatta dall’edificio, ma dalle persone», dice padre Casimiro. «Non
facciamo da sentinelle al convento, ma viviamo nella logica della
famiglia, rispettando i bisogni di tutti».
Questa è la strada per la conversione, dicono gli eredi di
Francesco. «Non abbiamo bisogno di fare opere esterne, ma dobbiamo
innanzitutto essere», spiega il provinciale. «Oggi il mondo punta sull’avere.
Più si hanno qualità, più si ha denaro, più si ha successo e più si
è. Cristo è partito da niente e oggi lo guardiamo come punto di
riferimento. Francesco ci ha spiegato questo: bisogna soltanto vivere il
Vangelo, senza tanti orpelli. È questa la misura delle cose». Non a
caso ai suoi frati ha dato il nome "Minimi". E anche questa è
una lezione.
Annachiara Valle

Il masso sollevato da un paralitico.
| Il "minimo
delli minimi" amato da Wojtyla
La
ricerca sulla pietà del santo in Europa e in Italia ha definito
Francesco di Paola uno dei più grandi santi rivoluzionari di
ieri e di oggi, anche per la sua costante opera di rinnovamento
della Chiesa, sempre in fedeltà alle regole del suo ordine:
digiuno e umiltà, carità e "quaresima perpetua". La
vocazione di Francesco era fondata e si esplicava nel vivere con
grande semplicità e povertà, fino agli stenti. Uomo austero,
tutto preghiera, nell’ascetismo e nella contemplazione
riusciva a fare esperienza – come sottolinea uno studio di
Giuseppe Fiorini Morosini – di un’eccezionale purificazione:
per questo aveva scelto di vivere una vita eremitica.
Il Santo di Paola era anche l’uomo della carità ed ebbe,
per questa sua "missione", rapporti con tutti i ceti
sociali. Di fatto egli incarnava l’umiltà e la ruvidezza
degli abitanti della sua Calabria: sentiva di essere uno di
loro, piccolo tra i piccoli, emarginato tra gli emarginati. Ma
era ben convinto che un’autentica rinascita, prevalentemente
spirituale, della Chiesa dovesse avere come base una vita
essenzialmente evangelica e, nello stesso tempo, non avrebbe
potuto ignorare le antiche e meno antiche riforme, anche
culturali, e le forme di penitenza e di austerità. Il suo
apporto, per un impegno della Chiesa nel mondo anche con l’eremitismo,
non a caso fu eccezionale.

Il campanile del santuario di
Paola.
Si coglie nella bolla di canonizzazione che Francesco era
stato «inviato da Dio a illuminare quale mistica fiaccola di
pace le tenebre del suo secolo». Il Barrio, nei suoi scritti,
elenca con particolari significativi i grandi miracoli compiuti
per sua intercessione: dalla liberazione degli ossessi dai
demoni a molti altri come «il richiamo in vita di molti defunti».
Tutti questi eventi sono ricordati in alcune espressioni e nelle
preghiere rivolte al Santo, anche in dialetto calabrese.
Nel 1984 papa Giovanni Paolo II, nel corso della sua visita
in Calabria, dopo la recita del rosario al santuario di San
Francesco di Paola, fu colpito dal grande afflusso dei devoti,
ma, soprattutto dalla storia del paolano che durante l’Umanesimo
si distinse anche per la salvaguardia della Chiesa universale e
per la sua obbedienza al Papa. Ai pellegrini, Papa Wojtyla ebbe
a dire: «Venendo in Calabria, ho pensato che forse il luogo
più importante fosse Reggio Calabria, forse Catanzaro, forse
Cosenza, ma vedo che il luogo più importante è quello dove è
san Francesco di Paola. Non ho saputo questo prima, ma venendo
qui lo vedo. Per questo il Papa, per la seconda volta, deve
venire qui, in questo santuario. Oggi sono dovuto tornare da
Cosenza per recitare il rosario che, tramite la Radio Vaticana,
viene diffuso in tutto il mondo. Così, vedo che il punto più
importante è quello dove si trova san Francesco di Paola. Voi
siete i concittadini di questo santo: dovete imitarlo. Egli era
molto umile, molto buono, era pieno di carità: vi auguro di
essere concittadini di san Francesco in questo senso.
Soprattutto carità, umiltà, bontà: tutto questo è – direi
– la consanguineità spirituale di san Francesco».
In questa allocuzione di Papa Wojtyla si ritrovano gli
aspetti fondanti e più significativi della spiritualità del
paolano, che va dal totale abbandono a Cristo alla donazione
agli "ultimi" della terra, perseguitati dal notabilato
e costretti, come avveniva e, avviene in Calabria, a scegliere
la via dell’emigrazione. Non a caso Francesco di Paola è
stato proclamato patrono degli emigranti e dei marinai. Del
resto, è stato egli stesso un emigrante, portandosi durante la
sua esistenza nelle località più povere della sua regione,
laddove la sfiducia prevaleva sulla speranza; ma egli fu anche
pellegrino ad Assisi, Montecassino, Loreto, Roma e, soprattutto,
nel Regno di Napoli, ben consapevole del ruolo affidatogli da
Dio, cioè attestarsi accanto ai diseredati come loro baluardo,
opponendosi ai soprusi di nobili e nobiltà, e alla ricerca di
nuovi romitori per pregare e meditare.

Statua di San Francesco nel
santuario di Spezzano,
il terzo romitorio costruito dal Santo.
La scelta spirituale di Francesco era evidente e
inequivocabile; non a caso in una sua lettera raccomanda la
conversione perché Gesù «dà a tutti la giusta ricompensa» e
«renda merito delle vostre fatiche». Un ulteriore attestato
dell’umiltà del Santo, che così sottoscriveva le sue
lettere: «Io, poverello frate Francesco di Paola, minimo delli
minimi servi di Gesù Cristo benedetto».
Una monaca "minima" claustrale dei nostri tempi,
chiamata a parlare a un convegno ecclesiale sul "Deserto
della città. La contemplazione del creato", ha ricordato
lo sguardo contemplativo del suo fondatore nel supremo momento
in cui tornava alla Casa del Padre. La religiosa ha detto: «Lo
sguardo contemplativo arriva più in là. Richiede,
innanzitutto, un cuore riconciliato e pacificato, richiede un
atteggiamento di povertà, libero dall’ansia di possesso, un
atteggiamento di purezza libera dalla bramosia del godimento. È
soltanto nel rispetto della gratuità che si può arrivare alla
contemplazione».
Pietro Borzomati
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Segue:
Quel santo
«rustico» che convertì la Curia romana
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