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Il Santo di Paola è spesso considerato una figura religiosa minore, regionale, la cui immagine è troppo legata a un devozionismo un po’ superstizioso. In occasione dei cinquecento anni dalla morte, però, i frati Minimi, suoi "figli" spirituali, vogliono far scoprire il Francesco "rivoluzionario", che in tempi difficili sferzò la Chiesa richiamandola alla penitenza.

«A Corigliano», dice il rettore del santuario Giovanni Cozzolino, «i giovani sono molto devoti».

I miracoli sono narrati da un discepolo anonimo in Vita S. Francisci de Paula. Per il centenario sono stati pubblicati i volumi San Francesco di Paola di padre Giuseppe F. Morosini, e Francesco da Paola di Manuela Tulli.

 

Servizio speciale - San Francesco di Paola. Da cinque secoli nel cuore della gente

Francesco dei miracoli
di Annachiara Valle - foto di Alessia Giuliani
  

Servizio speciale - San Francesco di Paola. Da cinque secoli nel cuore della gente.
Milioni di fedeli affollano ogni anno i santuari che conservano tracce della sua vita e della sua testimonianza. In Calabria, ma anche in Canada o in Argentina, lo considerano il loro patrono. Eppure Francesco di Paola, eremita dai modi ruvidi che compiva prodigi stupefacenti, è ancora visto come un santo di serie B, circondato da una devozione popolare che confina con il miracolismo. In occasione del quinto centenario della morte, Jesus si è messo sulle orme del Paolano, scoprendo una figura di grande potenza spirituale, che va ben oltre i luoghi comuni. E una famiglia religiosa fondata dal santo, che tiene vivo il messaggio controcorrente di Francesco: in una società attratta dall’effimero e dal potere, i cristiani – dai laici ai vescovi – sono chiamati continuamente a convertirsi al Vangelo.
  
   

Si narra che quando nacque, le fiamme avvolsero la casa dei suoi genitori, ma senza che nulla andasse bruciato. Si dice che sollevasse, come fuscelli, le grosse pietre che servivano per l’erezione dei santuari. Che avesse lottato con il diavolo mentre costruiva un ponte per attraversare un ruscello. E che, quando i messi del Papa andarono a cercarlo per giudicarne la vita e chiedergli come compisse i suoi prodigi, avesse preso una fiamma fra le mani esclamando: «A chi crede in Dio nulla è impossibile».

La roccia, l’acqua, il fuoco, il Vangelo. Le forze della natura, la fede dell’animo umano. La vita di Francesco di Paola è tutta qui: segnata da miracoli eclatanti, lunghi silenzi e costante confronto con la Parola di Dio. Quest’anno, in cui ricorrono i cinquecento anni della sua morte, avvenuta a Tours, in Francia, il 2 aprile 1507, la Calabria e i calabresi si trovano a fare i conti con questa figura aspra che ha costantemente richiamato umili e potenti alla conversione. E che, ancora oggi, torna a dire alla sua terra – ma non solo – che l’unica cosa che conta è credere al Vangelo.

Il santuario di San Francesco di Paola a Corigliano.
Il santuario di San Francesco di Paola a Corigliano.

Nato a Paola il 27 marzo 1416, grande taumaturgo, contemporaneo di Savonarola e di Lutero, il santo calabrese non è da tutti conosciuto. E, anche se conta milioni di fedeli in varie parti del mondo, in tanti lo ritengono ancora un personaggio minore e ne ignorano la ricchezza spirituale. «Attorno alla sua figura si è creato un devozionismo molto radicato, che a volte non ha consentito l’approfondimento del suo messaggio rivoluzionario», spiega padre Gregorio Colatorti, rettore del santuario di Paola e superiore provinciale dei frati Minimi, il primo ordine fondato da Francesco, cui seguirono il secondo delle monache di clausura e il terzo composto da laici.

Ogni anno, in questa cittadina sul Tirreno, a venti chilometri da Cosenza, arrivano a migliaia, in visita al santuario. Poggiano la fronte sulla grossa pietra che un paralitico sollevò da solo, per grazia di Francesco, bevono "l’acqua della cucchiarella", sgorgata miracolosamente dalla roccia, sostano nella grotta dove il Santo pregava in solitudine.

Padre Francesco Rubino con i suoi parrocchiani nel chiostro del santuario di Paterno Calabro.
Padre Francesco Rubino con i suoi parrocchiani
nel chiostro del santuario di Paterno Calabro.

«Ma tutto questo non basta», continua padre Gregorio. «Di certo non condanniamo il devozionismo, ma stiamo cercando di fare un passo in avanti, verso la devozione prima e la fede adulta poi. Ci siamo accorti che, soprattutto nei giovani, c’è una religiosità debole che rischia di sfociare nella superstizione. Stiamo cercando di favorire un cambio di mentalità. Senza disprezzare l’attaccamento dei fedeli ai segni esteriori, cerchiamo di valorizzare il messaggio spirituale vero di san Francesco. Partendo dalla conversione e dalla penitenza». Che vuol dire digiuno, preghiera e carità.

I "figli di san Francesco" provano così a percorrere la strada del fondatore. E a spiegarla agli altri, domenica dopo domenica. Sempre disponibili per le confessioni e per la direzione spirituale, i frati, con l’aiuto dei laici del Terz’ordine, hanno messo in piedi una rete di solidarietà e di accoglienza che va oltre i confini della cittadina. Inoltre, ogni anno tre comuni calabresi sono designati per portare l’olio che serve per l’accensione della lampada votiva: una celebrazione suggestiva che si tiene ai primi di maggio. E per la quale i comuni coinvolti sono preparati con una capillare missione cittadina, che diventa occasione di evangelizzazione. Quest’anno, per i 500 anni, invece dei tre comuni sono stati invitati i cinque capoluoghi di provincia e il presidente della Regione. Un modo per dire che tutta la Calabria si riconosce in questo santo, che «lo ha nel suo Dna», come dice padre Gregorio. Anche se poi ne segue maldestramente le orme.

L'interno della "Chiesa nuova" a Paola.
L’interno della "Chiesa nuova" a Paola.

Al santuario di Paola ci si sente un po’ a casa. La montagna a ridosso e il mare di fronte chiamano a un continuo confronto con la natura. Il torrente Isca, che scorre di fianco al convento, fa sentire la sua voce. Dall’altra parte della vallata c’è il collegio con il seminario minore e, alzando lo sguardo, come inerpicato tra le rocce, si scorge il monastero Gesù e Maria, delle suore di clausura. Il secondo ordine fondato da Francesco è arrivato da poco nella terra del Santo calabrese. Il primo nucleo, cinque secoli fa, era sorto in Spagna. E dalla Spagna vengono la superiora del convento, madre Martin, e madre Maria degli Angeli. «Siamo qui da dodici anni», dice, da dietro la grata, madre Maria. «Non siamo mai stati un ordine grande, ma le vocazioni non ci mancano. Soprattutto, abbiamo delle vocazioni forti, decise, innamorate del carisma».

A Paola sono in 11 e cinque di loro collaborano con altri istituti. «È una gioia», continua madre Maria, «perché, anche se siamo una comunità giovane, abbiamo già potuto fare questi passi di sostegno per gli altri». Gli occhi chiari che interrogano con discrezione l’interlocutore, il tono di voce sommesso, madre Maria aggiunge che «il quarto voto, quello di vita quaresimale, che anche noi condividiamo con i frati, ha senso soprattutto oggi. La vita di austerità è di supporto alla conversione continua, alla chiamata a riconoscere il primato di Dio. Aiuta a illuminare gli uomini perché ritrovino se stessi per trovare Dio».

Statua di san Francesco a Catona.
Statua di san Francesco a Catona.

Tutta la giornata è strutturata attorno alla preghiera: dall’una di notte, con l’orazione notturna, fino alla compieta. Tra una preghiera e l’altra, il lavoro per sistemare la casa e per dedicarsi ai ricami, che sono fonte di sostentamento. E poi lo studio insieme con l’approfondimento del carisma del fondatore. «Francesco», continua la suora, «ha fatto perno su due punti fondamentali: l’austerità di vita, cioè il distacco dalle cose come condizione necessaria per poter aprirsi a Dio, e l’umiltà, cioè non aspirare alla gloria umana, ma mettersi all’ultimo posto. Queste due cose sono quelle che mancano di più nella società e nella Chiesa di oggi».

Lontane dal mondo, ma non disinteressate a esso, le suore aggiungono che «come figlie di san Francesco ci sentiamo chiamate a dare una risposta alle necessità e alle attese di tante persone, credenti e non credenti, che cercano un mondo migliore. Ci sentiamo piccole, inadeguate ma, con la nostra povertà, stiamo cercando di dire a tutti che la Parola che il Signore ci ha trasmesso nel Vangelo dà un senso pieno alla vita dell’uomo».

Chierichetti nella sacrestia del convento di Catona.
Chierichetti nella sacrestia del convento di Catona.

Nei quattro romitori, oggi santuari, che Francesco ha costruito in Calabria con le sue mani, ma anche in quelli a lui dedicati che sono sorti dopo, la parola conversione torna più volte. «Non possiamo, però, limitarci a parlare», spiega padre Francesco Rubino, rettore del seminario di Paola per dieci anni e oggi al santuario di Paterno Calabro. «Se vogliamo vivere davvero la spiritualità di Francesco, dobbiamo andare più in fondo. Non bastano le processioni e i gesti esteriori, ma va ritrovata la forza rivoluzionaria del Santo. Una rivoluzione che partiva da se stesso. Il quinto centenario dovrebbe lasciare come traccia profonda il risveglio in noi di questo spirito di conversione».

Partendo dal Pollino e arrivando a Paterno, in questo paesino di 1.500 abitanti in provincia di Cosenza, san Francesco ha lasciato le sue orme, ancora conservate nella pietra posta a sinistra davanti all’altare della cappella. «Queste orme», dice padre Rubino, «sono come un gioiello perché ci dicono come ha camminato lui e dove ci portano i suoi passi. È una catechesi continua: la sua giornata cominciava con la preghiera. Poi i suoi passi si dirigevano alla grotta dove non andava per oziare, ma per immergersi nell’amore di Dio. Quando si sentiva pieno di questo amore, usciva dalla grotta e andava a lavorare: zappava, tagliava legna, camminava per le vie di Paterno. In chiesa riceveva gente che veniva da tutta la Calabria per un consiglio, per una esortazione, per conoscerlo, per stare un po’ insieme».

Padre Gregorio Colatorti, superiore provinciale dei Minimi e rettore del santuario di Paola.
Padre Gregorio Colatorti, superiore provinciale dei Minimi
e rettore del santuario di Paola.

San Francesco accoglieva tutti. «Noi lo presentiamo come un santo burbero», continua padre Rubino, «ma Francesco era pieno di letizia, dal cuore aperto, fratello universale». Nel paese dove il Santo si ritirava prima di ogni azione importante, i frati mettono a disposizione il loro refettorio, concedono un’ala del convento per chi vuole trascorrere qualche giorno in meditazione oppure per i gruppi che decidono di fermarsi per ritiri o esercizi spirituali.

«Anche se da qualche tempo proprio qui a Paterno, suo luogo d’elezione, non abbiamo nuove vocazioni», spiega padre Rubino, «vediamo che il Santo continua a essere cercato dai giovani. La chiesa è molto frequentata. Credo che ad attirare sia questa radicalità, che non appesantisce l’animo, ma lo libera dalle passioni. Francesco suggerisce di non allinearsi allo spirito del mondo. E poi fa la scelta del deserto, non come aridità, ma come luogo in cui ritrovare la libertà di spirito. È questo carisma che Francesco consegna ai giovani di sempre».

Il santuario di Corigliano.
Il santuario di Corigliano.

Lo sanno a Spezzano, nel cuore della Sila, dove oggi il convento è abitato dalle suore passioniste, che mantengono vivo lo spirito della penitenza. E lo sanno a Corigliano Calabro, sul Mar Jonio, dove Francesco fondò, su richiesta della principessa di Rossano, il suo quarto romitorio.

«Sui giovani contiamo molto», aggiunge padre Casimiro Maio, superiore del convento di Catona, a due passi da Reggio Calabria. Una storia particolare lega la città a Francesco. Dovendo attraversare lo stretto, il Santo si rivolse a un barcaiolo del posto. Ma questi si rifiutò di prendere a bordo lui e i suoi fraticelli senza compenso. Francesco, allora, dopo aver pregato, stese il suo mantello sulle acque e attraversò il mare. «Con quel gesto», dice padre Casimiro, «voleva sottolineare l’egoismo delle persone e la necessità di fare le cose gratuitamente. Qui non ci sono disoccupati e si vive bene. Ma, ancora oggi, stiamo aspettando che il cuore della popolazione si apra alla solidarietà. Il seme gettato con quel gesto da Francesco non ha ancora dato completamente frutto. Anche se non si è perso del tutto».

Con padre Casimiro collaborano cinque volontari che vengono da Cosenza. «All’inizio era una sorpresa il fatto che qualcuno venisse gratuitamente a dare una mano. In una terra dove si sta bene, ma si fa tutto per soldi, questo è stato rivoluzionario. La gente ha cominciato ad avvicinarsi e, 12 anni fa, con i bambini, ho fatto un patto: quello di lasciarli venire se si impegnavano a frequentare fino alla maggiore età. Proprio quest’anno i primi sono arrivati ai 18 anni e non se ne sono ancora andati. Anzi, dietro di loro, ne sono venuti altri».

L'interno del santuario di Paola.
L’interno del santuario di Paola.

In questo grande edificio, dono di Giovanna Ruffo di Scilla, si offre tutto gratuitamente: dall’accoglienza per chi ha qualche familiare ricoverato all’ospedale di Reggio Calabria alla discoteca per feste di compleanno e anniversari, al corso di restauro, alla biblioteca, al campo sportivo. Soprattutto si offre la parola di Dio, senza sconti, come predica padre Casimiro durante i tredici venerdì di san Francesco. «Per le processioni, le feste o le novene sono tutti presenti. Io allora ne approfitto per spiegare, con le parole, quello che poi cerco di mettere in pratica con i ragazzi. E cioè che Catona deve diventare il paese più solidale del mondo perché qui Francesco, con il suo miracolo, non ha voluto lasciare una traccia naïve, ma mostrare concretamente la solidarietà. Non è venuto per fondare un convento, ma per lasciare un seme di carità in un terreno arido. Spesso i santuari sono frequentati più a livello devozionistico che evangelico. Ecco perché, nonostante un grande santo come Francesco, i calabresi e la Calabria faticano a cambiare. Ma il seme germoglierà».

L'interno del santuario di Paola.
L’interno del santuario di Paola.

A Catona la rivoluzione è partita con piccole cose, con Vera, Dimma, Emanuela, Pasquale e Cinzia, che viaggiano da Cosenza per animare la comunità. Con chi legge i libri e ne condivide la lettura in gruppo. Con i ragazzi che pregano alle quattro del mattino durante la novena per l’Immacolata. E anche con la vita quotidiana di una comunità che «non è fatta dall’edificio, ma dalle persone», dice padre Casimiro. «Non facciamo da sentinelle al convento, ma viviamo nella logica della famiglia, rispettando i bisogni di tutti».

Questa è la strada per la conversione, dicono gli eredi di Francesco. «Non abbiamo bisogno di fare opere esterne, ma dobbiamo innanzitutto essere», spiega il provinciale. «Oggi il mondo punta sull’avere. Più si hanno qualità, più si ha denaro, più si ha successo e più si è. Cristo è partito da niente e oggi lo guardiamo come punto di riferimento. Francesco ci ha spiegato questo: bisogna soltanto vivere il Vangelo, senza tanti orpelli. È questa la misura delle cose». Non a caso ai suoi frati ha dato il nome "Minimi". E anche questa è una lezione.

Annachiara Valle

Il masso sollevato da un paralitico.
Il masso sollevato da un paralitico.
    

Il "minimo delli minimi" amato da Wojtyla

La ricerca sulla pietà del santo in Europa e in Italia ha definito Francesco di Paola uno dei più grandi santi rivoluzionari di ieri e di oggi, anche per la sua costante opera di rinnovamento della Chiesa, sempre in fedeltà alle regole del suo ordine: digiuno e umiltà, carità e "quaresima perpetua". La vocazione di Francesco era fondata e si esplicava nel vivere con grande semplicità e povertà, fino agli stenti. Uomo austero, tutto preghiera, nell’ascetismo e nella contemplazione riusciva a fare esperienza – come sottolinea uno studio di Giuseppe Fiorini Morosini – di un’eccezionale purificazione: per questo aveva scelto di vivere una vita eremitica.

Il Santo di Paola era anche l’uomo della carità ed ebbe, per questa sua "missione", rapporti con tutti i ceti sociali. Di fatto egli incarnava l’umiltà e la ruvidezza degli abitanti della sua Calabria: sentiva di essere uno di loro, piccolo tra i piccoli, emarginato tra gli emarginati. Ma era ben convinto che un’autentica rinascita, prevalentemente spirituale, della Chiesa dovesse avere come base una vita essenzialmente evangelica e, nello stesso tempo, non avrebbe potuto ignorare le antiche e meno antiche riforme, anche culturali, e le forme di penitenza e di austerità. Il suo apporto, per un impegno della Chiesa nel mondo anche con l’eremitismo, non a caso fu eccezionale.

Il campanile del santuario di Paola.
Il campanile del santuario di Paola.

Si coglie nella bolla di canonizzazione che Francesco era stato «inviato da Dio a illuminare quale mistica fiaccola di pace le tenebre del suo secolo». Il Barrio, nei suoi scritti, elenca con particolari significativi i grandi miracoli compiuti per sua intercessione: dalla liberazione degli ossessi dai demoni a molti altri come «il richiamo in vita di molti defunti». Tutti questi eventi sono ricordati in alcune espressioni e nelle preghiere rivolte al Santo, anche in dialetto calabrese.

Nel 1984 papa Giovanni Paolo II, nel corso della sua visita in Calabria, dopo la recita del rosario al santuario di San Francesco di Paola, fu colpito dal grande afflusso dei devoti, ma, soprattutto dalla storia del paolano che durante l’Umanesimo si distinse anche per la salvaguardia della Chiesa universale e per la sua obbedienza al Papa. Ai pellegrini, Papa Wojtyla ebbe a dire: «Venendo in Calabria, ho pensato che forse il luogo più importante fosse Reggio Calabria, forse Catanzaro, forse Cosenza, ma vedo che il luogo più importante è quello dove è san Francesco di Paola. Non ho saputo questo prima, ma venendo qui lo vedo. Per questo il Papa, per la seconda volta, deve venire qui, in questo santuario. Oggi sono dovuto tornare da Cosenza per recitare il rosario che, tramite la Radio Vaticana, viene diffuso in tutto il mondo. Così, vedo che il punto più importante è quello dove si trova san Francesco di Paola. Voi siete i concittadini di questo santo: dovete imitarlo. Egli era molto umile, molto buono, era pieno di carità: vi auguro di essere concittadini di san Francesco in questo senso. Soprattutto carità, umiltà, bontà: tutto questo è – direi – la consanguineità spirituale di san Francesco».

In questa allocuzione di Papa Wojtyla si ritrovano gli aspetti fondanti e più significativi della spiritualità del paolano, che va dal totale abbandono a Cristo alla donazione agli "ultimi" della terra, perseguitati dal notabilato e costretti, come avveniva e, avviene in Calabria, a scegliere la via dell’emigrazione. Non a caso Francesco di Paola è stato proclamato patrono degli emigranti e dei marinai. Del resto, è stato egli stesso un emigrante, portandosi durante la sua esistenza nelle località più povere della sua regione, laddove la sfiducia prevaleva sulla speranza; ma egli fu anche pellegrino ad Assisi, Montecassino, Loreto, Roma e, soprattutto, nel Regno di Napoli, ben consapevole del ruolo affidatogli da Dio, cioè attestarsi accanto ai diseredati come loro baluardo, opponendosi ai soprusi di nobili e nobiltà, e alla ricerca di nuovi romitori per pregare e meditare.

Statua di San Francesco nel santuario di Spezzano, il terzo romitorio costruito dal Santo.
Statua di San Francesco nel santuario di Spezzano,
il terzo romitorio costruito dal Santo.

La scelta spirituale di Francesco era evidente e inequivocabile; non a caso in una sua lettera raccomanda la conversione perché Gesù «dà a tutti la giusta ricompensa» e «renda merito delle vostre fatiche». Un ulteriore attestato dell’umiltà del Santo, che così sottoscriveva le sue lettere: «Io, poverello frate Francesco di Paola, minimo delli minimi servi di Gesù Cristo benedetto».

Una monaca "minima" claustrale dei nostri tempi, chiamata a parlare a un convegno ecclesiale sul "Deserto della città. La contemplazione del creato", ha ricordato lo sguardo contemplativo del suo fondatore nel supremo momento in cui tornava alla Casa del Padre. La religiosa ha detto: «Lo sguardo contemplativo arriva più in là. Richiede, innanzitutto, un cuore riconciliato e pacificato, richiede un atteggiamento di povertà, libero dall’ansia di possesso, un atteggiamento di purezza libera dalla bramosia del godimento. È soltanto nel rispetto della gratuità che si può arrivare alla contemplazione».

Pietro Borzomati

Segue: Quel santo «rustico» che convertì la Curia romana

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