EUROPA
Dopo la Polonia, la polemica sui preti "spie"
investe altri Paesi dell’Est
Non
ci sono state, per ora, dimissioni clamorose come quelle di monsignor Stanislaw
Wielgus ma lo scandalo dei preti collaborazionisti nei Paesi dell’ex
Patto di Varsavia non è certo rimasto all’interno dei confini
polacchi. I rapporti con i servizi segreti durante il periodo
comunista rimangono un nervo scoperto per la Chiesa cattolica in molti
Paesi dell’Europa orientale anche se, dopo la lezione di quanto
accaduto in Polonia, molte Conferenze episcopali stanno correndo ai
ripari e mettendo in atto meccanismi di controllo interno per
prevenire nuovi scandali. Né i casi di collaborazione si limitano
alla Chiesa cattolica: il caso più clamoroso è quello dell’ungherese
Zoltan Kaldy, presidente della Federazione luterana mondiale
dal 1984 fino alla morte nel 1987, che secondo uno studioso svedese
sarebbe stato agente della polizia segreta ungherese sin dagli anni
’50.
In Slovacchia, a essere accusato è stato monsignor Ján Sokol,
arcivescovo di Trnava e Bratislava: avrebbe collaborato con la polizia
segreta cecoslovacca, l’StB. In sua difesa è sceso il cardinale Ján
Korec, vescovo emerito di Nitra e figura di spicco della Chiesa
sotterranea negli anni del regime filosovietico. Monsignor Sokol
rimane, comunque, una figura controversa: in gennaio è stato
duramente contestato dalla comunità ebraica slovacca per alcune sue
dichiarazioni alla Tv pubblica che sembravano rimpiangere il periodo
nazista. «Un periodo di prosperità», l’ha definito, confermando
anche la sua «stima» per il capo dello Stato fascista dell’epoca,
il prete cattolico Jozef Tiso. Dichiarazioni «oltraggiose» e «inaccettabili»,
secondo la comunità ebraica.
Anche nella Repubblica Ceca, i giornali locali hanno fatto il nome
di vari prelati, tra cui quello del presidente della Conferenza
episcopale, monsignor Jan Graubner, arcivescovo di Olomouc, e
quello di monsignor Frantisek Lobkowicz, vescovo di Ostrava;
quest’ultimo ha ammesso di aver avuto rapporti con i servizi segreti
senza, però, che da ciò derivasse danno per la Chiesa Per correre ai
ripari, il cardinale Miroslav Vlk, arcivescovo di Praga, ha
sollecitato la costituzione di un gruppo di lavoro per studiare gli
archivi della polizia segreta cecoslovacca.
Un auspicio prontamente raccolto dall’Accademia cristiana ceca,
che intende passare al vaglio i dossier della StB e ha già ottenuto l’autorizzazione
del ministero degli Interni per accedere agli archivi. In un’intervista,
il cardinale Vlk ha anche affermato di conoscere l’identità di una
quarantina di alti prelati cattolici che avrebbero collaborato e che,
senza volerlo rivelare pubblicamente, gli hanno confessato il loro
passato.
Nella Chiesa ungherese, invece, la vittima più illustre del
processo di "lustrazione" è stato il cardinale László
Paskai, arcivescovo di Esztergom-Budapest dal 1987 al 2002.
Secondo i documenti pubblicati dal settimanale Elet es Irodalom agli
inizi dell’anno scorso, Paskai, creato cardinale da Giovanni Paolo
II, sarebbe stato un informatore dei servizi segreti dal 1965, quand’era
in seminario, fino al 1974.
Anche in Polonia il terremoto scatenato dalle dimissioni di
monsignor Wielgus non si è fermato: tra i nuovi bersagli, l’arcivescovo
di Lublino monsignor Jozef Zycinski, accusato di esser stato un
informatore con il nome in codice di "Filozof". Il 21
febbraio, mercoledì delle ceneri, i vescovi polacchi hanno osservato
una giornata di «preghiera e penitenza» per chiedere «perdono per
le debolezze e i peccati compiuti nel passato». In molti, però,
hanno accolto con trepidazione l’uscita, il 28 febbraio, del libro
di padre Tadeusz Isakowicz-Zaleski, l’ex cappellano di
Solidarnosc che ha dedicato gli ultimi anni a indagare i rapporti tra
Chiesa e polizia comunista. Nel libro, intitolato I preti di fronte
alla Bezpieka (i servizi segreti), l’autore ha annunciato di
voler fare i nomi di 39 preti collaborazionisti, compresi 4 vescovi.
Anche la Chiesa polacca ha istituito una commissione di studio sui
rapporti tra vescovi e polizia segreta, i cui risultati, però, non
saranno resi pubblici ma verranno inoltrati a Roma, perché il Papa
valuti eventuali provvedimenti.
Intanto, un’altra tegola per la Chiesa polacca arriva dal
sondaggio pubblicato su una rivista cattolica, secondo il quale il 60%
dei preti sogna di avere una famiglia propria. Un dato preoccupante,
in un Paese dove le statistiche dicono che sono sempre di più quelli
che abbandonano il sacerdozio.
Alessandro Speciale
ITALIA
Benedetto XVI in aprile a Pavia:
un omaggio a sant’Agostino
Un
viaggio sulle orme di sant’Agostino, quello in un primo tempo
programmato per il mese di novembre, e che invece si svolgerà dal 21 al
22 aprile prossimi. Sarà in queste date, infatti, che papa Benedetto
XVI compirà il suo nuovo viaggio in terra italiana, recandosi prima a
Vigevano e poi a Pavia.
A Pavia il Pontefice potrà inginocchiarsi in preghiera sulla tomba
di uno dei Padri della Chiesa da lui più amati, citato a più riprese
nei suoi discorsi e su cui nel 1953 ha conseguito il dottorato in
Teologia con la tesi Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa
di sant’Agostino.
«Agostino è il Padre della Chiesa che, tra i primi, pone al centro
delle sue riflessioni il primato di Dio», spiega padre Vittorino
Grossi, agostiniano e docente di patristica alla Pontificia
Università Agostinianum di Roma. «Per lui non esiste l’ateo ma solo
la ricerca dell’uomo verso l’Infinito, che questi ne sia consapevole
oppure no. Ma Agostino è anche il ponte tra le due sponde del
Mediterraneo fino a diventare la vera voce del cristianesimo dell’Occidente».
Insomma, «una figura di grande attualità», soprattutto in tempi come
questi, contraddistinti da nuove sfide etiche e da risorgenti divisioni
nella società. «Agostino», sostiene padre Grossi, «ci torna a
ripetere che Dio è per l’uomo e che la sua pretesa autonomia non può
mai essere vista contro il suo Creatore. Riportare Dio al suo primato
è, allora, insistere sulla vita e non puntare a una società di morte».
Se la figura di Agostino farà da sfondo alla visita, la due giorni
lombarda del Papa prevede una prima, breve sosta di meno di tre ore a
Vigevano, dove presiederà nella centrale piazza Ducale una celebrazione
eucaristica e poi visiterà l’attigua basilica di Sant’Ambrogio,
dove incontrerà i rappresentanti del mondo del volontariato e alcuni
disabili.
Già in serata Benedetto XVI sarà a Pavia. Il programma prevede,
nella mattinata, un nuovo incontro con il mondo della sanità e della
sofferenza, con una visita all’ospedale di San Matteo e, a seguire,
una Messa, l’incontro con gli studenti dell’Università di Pavia e,
prima di ripartire per Roma, nella chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro,
la preghiera davanti all’Arca marmorea di sant’Agostino.
«Come tutti i regali, la visita del Papa nella nostra città può
essere spiegata fino a un certo punto», ci dice il vescovo di Pavia,
monsignor Giovanni Giudici, che spiega il viaggio del Pontefice
con «la volontà, più volte espressa dal Papa, di inginocchiarsi
davanti alla tomba del Santo di Ippona», ma anche con «uno stile
nuovo, quello dell’incontro con una Chiesa locale medio-piccola del
nostro Paese, che ha le sue originalità e le sue esigenze».
Sia a Pavia che a Vigevano papa Benedetto XVI non mancherà di vedere
ammalati, operatori sanitari e uomini di cultura, come nel caso dell’ateneo
pavese. «Per quanto ci riguarda», spiega monsignor Giudici, «abbiamo
proposto noi di visitare due luoghi-simbolo della città come, appunto,
l’ospedale e l’università. Nel primo caso si tratta di uno dei più
importanti nosocomi del Nord Italia, con le sue eccellenze che
richiamano malati affetti da alcune patologie da tutta la penisola. Per
l’università, invece, ricordo che quello di Pavia costituisce il più
antico ateneo italiano dopo Bologna».
Intanto la diocesi si sta preparando al meglio per la visita di Papa
Ratzinger, attraverso la catechesi, l’incontro con la cittadinanza ma
anche attivando opere caritative. Una raccolta di fondi è stata
lanciata per «costruire realtà che restino anche dopo la visita di
Benedetto», ci spiega monsignor Giudici. I soldi raccolti dovrebbero
così essere destinati alla gestione di due ostelli: uno per i familiari
dei ricoverati dell’ospedale di Pavia e l’altro in favore degli
stranieri senza fissa dimora.
I preparativi coinvolgono anche gli agostiniani, spiega padre
Vittorino Grossi: «Oltre a un volumetto che descrive sia l’opera di
sant’Agostino che dei vescovi di Roma, curato dal nostro ateneo,
ricordo che il Papa troverà a Pavia la fiaccola della pace, da lui
stesso benedetta il 13 novembre scorso in occasione del
"compleanno" del Santo di Ippona. Un simbolo che ha percorso
centinaia di chilometri unendo le due sponde del Mediterraneo».
Giuseppe Cionti
AMERICA DEL NORD
Per la maggioranza degli americani più povertà produce meno sicurezza
Una
nazione preoccupata dallo stato della sanità pubblica, dall’immigrazione
irregolare, dal sistema educativo e dalla guerra in Iraq, e solo in
seconda battuta dalla povertà e dalla discriminazione razziale. Ma, al
tempo stesso, un popolo che in grande maggioranza è convinto che la
povertà sia in aumento e possa arrivare a minacciare la sicurezza
nazionale. È la fotografia degli Stati Uniti che la Chiesa cattolica
scatta ogni anno per fare il punto sulla povertà nel Paese e promuovere
politiche di contrasto.
Mentre i Repubblicani e i Democratici scaldano i muscoli per le
elezioni presidenziali del 2008, il sondaggio, promosso dalla Campagna
cattolica per lo sviluppo umano (Cchd), registra alcune paure
diffuse e qualche sorpresa. Con la maggioranza democratica al Congresso,
il 53 per cento degli statunitensi è convinta che la povertà rimarrà
stabile nel prossimo futuro. Il 58 per cento degli intervistati ritiene
che «a un certo punto» potrebbe impoverirsi. Una percentuale che sale
al 75 se si prende in considerazione il solo strato sociale con i
redditi più bassi. Tra le principali cause di povertà individuate c’è
la mancanza di lavori che garantiscono uno stipendio sufficiente, la
mancanza di educazione, ma anche «la scarsa iniziativa e la pigrizia».
Quanto alle aspettative dalla politica, il 2007 Poverty Pulse mostra
un Paese ripiegato su se stesso. Per il 26 per cento degli americani la
priorità della spesa pubblica dovrebbe essere quella medica e
sanitaria, seguita dall’educazione (21%), dalla difesa nazionale
(15%). «Lotta al terrorismo» e «guerra» sono opzioni che raccolgono,
ognuna, un punto percentuale di favore. Tutte le politiche sociali messe
insieme assommano all’8 per cento delle indicazioni degli
intervistati.
Gli americani, però, non trascurano il problema dell’indigenza.
Nove di loro su dieci pensano che il governo federale dovrebbe
assicurare l’assistenza sanitaria ai più poveri. Il 64 per cento,
poi, forse memore del dramma dell’uragano Katrina, non è d’accordo
con l’affermazione secondo cui «se ci sono più persone che vivono in
povertà negli Stati Uniti probabilmente non mi riguarderà molto». E
anzi il 62 per cento arriva a considerare rischioso per la sicurezza
nazionale l’aumento della povertà. «Credo che la gente veda che i
problemi sociali sono interrelati e non isolati», ha commentato
monsignor Howard Hubbard, vescovo di Albany e presidente della
Cchd. «Penso che sia venuto il momento per tutti coloro che non sono
poveri di riconoscere i bisogni dei poveri della nostra nazione e
costruire comunità forti che respingano il crimine, il terrorismo e l’ingiustizia
sociale».
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Aparecida 2007: la V Conferenza del
Celam
quasi ai blocchi di partenza
Con
la pubblicazione del testo di sintesi dei commenti sul Documento di
partecipazione (Dp), è entrata nella fase finale la preparazione della V
Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, che si terrà ad
Aparecida, in Brasile, dal 13 al 31 maggio. All’assise, che avrà come
tema Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché in Lui i nostri
popoli abbiano vita e che sarà inaugurata da Benedetto XVI,
parteciperanno i presidenti e 176 vescovi delegati delle 22 Conferenze
episcopali dell’America latina e dei Caraibi, oltre a una serie di
invitati da quelle di Stati Uniti, Canada, Spagna e Portogallo, 24 preti,
23 religiose e religiosi, 17 laici e laiche e 6 rappresentanti delle altre
Chiese cristiane.
Le precedenti conferenze (Rio de Janeiro nel 1955, Medellín nel 1968,
Puebla nel 1979 e Santo Domingo nel 1992) hanno rappresentato, specie dopo
il Concilio Vaticano II, vere pietre miliari nel cammino della Chiesa nel
continente, sia per l’ampia consultazione che le precedette sia per la
capacità dei documenti conclusivi di ispirare la riflessione e l’azione
dei cattolici della regione. Basti pensare alle tre opzioni compiute a
Medellín – per i poveri, per la liberazione integrale e per le
comunità ecclesiali di base – che divennero una sorta di carta d’identità
della Chiesa latinoamericana. Il tutto, naturalmente, non senza
controversie e conflitti, sperimentazioni audaci e ripiegamenti difensivi,
testimonianze di radicalità evangelica ed esempi di durissimo
conservatorismo.
Anche in questa occasione il dibattito è stato vivace. Con alcuni casi
limite che hanno fatto discutere: per esempio, l’arcivescovo di Lima,
cardinale Juan Luis Cipriani, ha impedito a Gustavo Gutierrez,
"padre" della teologia della liberazione, di presentare la sua
relazione al seminario convocato in agosto dalla Conferenza delle
religiose e dei religiosi del Perù in vista di Aparecida.
Il Dp, preparato da teologi legati al Movimento internazionale di
Schönstatt, è articolato in cinque grandi capitoli: parte dall’anelito
dell’essere umano alla felicità, indica nella Chiesa la depositaria
della risposta di senso costituita da Gesù Cristo, dalla cui esperienza
vissuta ecclesialmente nascono il discepolato e la missione, la quale deve
essere realizzata in un mondo in grande misura ostile alla Chiesa, e
conclude convocando i cattolici a una «grande missione continentale».
Il Documento ha ricevuto molte critiche da interi episcopati, teologi e
organismi cristiani, tanto riguardo al modo di organizzare la riflessione
quanto per i contenuti proposti. Sul primo versante, per esempio, la
Conferenza episcopale del Brasile (Cnbb) afferma con nettezza: «L’approccio
deduttivo e astorico del Dp disarma più di quanto animi alla missione.
Non parte dall’essere umano concreto, che vive nel nostro continente, ma
da una categoria astratta. Non fa della realtà il luogo della presenza
dello Spirito e del Regno, per cui non riesce a rilevare i veri
"segni dei tempi" per l’America latina oggi». Perciò la Cnbb
chiede di «fare della realtà socioculturale il punto di partenza della
riflessione, e dell’azione evangelizzatrice una lettura nell’ottica
delle grandi masse impoverite e, al loro interno, di gruppi che più
soffrono – donne, popoli indigeni, afrodiscendenti, giovani,
disoccupati, migranti, eccetera». E auspica poi che «Aparecida recuperi
il metodo "vedere-giudicare-agire" per garantire un’analisi
più obiettiva della realtà, una sua illuminazione attualizzata e un
impegno pastorale come risposta a domande concrete».
Le Comunità ecclesiali di base dell’Ecuador invece puntano il dito
sull’analisi della realtà sociale: «Non si denunciano le cause dell’attuale
situazione di miseria, crisi, violenza. Non si parla di salari da fame,
dell’ingiustizia del commercio internazionale, né del saccheggio delle
nostre materie prime né del traffico di armi. La crisi è frutto dello
sfruttamento e aumenta la ricchezza di coloro che detengono il potere. Non
si nomina il sistema neoliberista. Non si parla di debito estero né dei
trattati di libero scambio».
Padre Jon Sobrino, unico sopravvissuto del massacro dei gesuiti all’Università
centroamericana di San Salvador nel 1989, così sintetizza le proposte dei
maggiori teologi del continente: «Occorre tornare alla creatività di
Medellín, cercare i "segni dei tempi" di oggi, l’opzione per
i poveri, la giustizia. Tornare alla Chiesa popolo di Dio, evitando un
eccessivo protagonismo gerarchico e lo spiritualismo disincarnato,
addirittura l’infantilismo, cui spesso conducono i movimenti».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Nairobi 2007: il World Social Forum
diventa africano e «va in chiesa»
La
metafora che sintetizza "Nairobi 2007" è l’immagine del
corteo inaugurale del popolo delle baraccopoli che fa il suo ingresso
festoso nel centro della città, a Uhuru Park. E se ne appropria. È la
novità portata dalla settima edizione del Forum sociale mondiale (Wsf),
il primo svoltosi in Africa (20-26 gennaio scorsi). I marginali, i senza
nome degli slum hanno preso la parola e si sono resi
protagonisti.
Le vere novità non sono né il gran numero di eventi (1.200 in sei
giorni) né la partecipazione complessiva (55 mila persone) che, anzi,
è stata inferiore alle edizioni precedenti. La novità è la «contaminazione»,
nei due sensi. Non solo perché gli slum dwellers, gli abitanti
delle baracche, sono venuti al centro, ma anche perché i partecipanti
del Forum sono penetrati nelle bidonville, e diversi incontri e
laboratori si sono svolti là, nelle periferie degradate e non allo
stadio di Kavasani, che ospitava il Wsf.
L’altra novità rilevante di "Nairobi 2007", che in gran
parte è stata causa della prima, è la forte presenza del mondo
cattolico, africano e non, che ha orientato in modo sensibile l’andamento
del meeting. «Portare il Forum in Africa in un certo senso è stato
come portarlo in chiesa», ha detto Flavio Lotti, direttore della
Tavola della pace. Un mondo cattolico che opera in loco, a Nairobi, con
la sua presenza missionaria, di Ong, di associazioni di volontariato e
per la difesa dei diritti umani. Sono i missionari, ad esempio, che
hanno condotto la battaglia perché fossero disponibili 5 mila pass di
partecipante per gli abitanti delle baraccopoli. Il prezzo per i locali,
seppure bassissimo (500 scellini kenioti, 7 euro), era comunque una
cifra inarrivabile per chi guadagna mediamente 60-70 scellini al giorno.
Così come è stato per iniziativa di associazioni cattoliche che i
partecipanti del Forum hanno potuto toccare con mano le realtà concrete
di cui si dibatteva nella miriade di incontri: dalle conseguenze del
liberismo selvaggio alla questione della privatizzazione dell’acqua,
dall’inaccessibilità dei farmaci per i Paesi poveri al problema della
protezione dell’ambiente.
Fondamentale è stato anche il contributo delle Caritas: «I 40
delegati del nostro Paese», spiega Paolo Beccegato, responsabile
dell’area internazionale di Caritas italiana, «rappresentavano
pressoché tutte le regioni. E in totale, le diverse Caritas nazionali
erano a Nairobi con 600 partecipanti, una delle delegazioni più
nutrite. Riguardo ai contenuti, abbiamo puntato sulla necessità di un’alleanza
strategica tra associazionismo, informazione locale del Sud del mondo e
media internazionali allo scopo di rompere il muro del silenzio sui
conflitti e sulle realtà ignorate dei Paesi poveri».
E dopo Nairobi? «L’africanizzazione» del Forum è «un passo di
non ritorno», ha detto Michael Ochieng, direttore dell’associazione
di Nairobi Africa Peace Point. Il continente si candida a
ospitare anche il prossimo appuntamento, previsto per il 2009.
Luciano Scalettari
ASIA e OCEANIA
India
UN PORPORATO AL KUMBH MELA.
Per
la prima volta un cardinale è stato invitato a parlare al Kumbh Mela,
il grande pellegrinaggio hindu noto in Occidente soprattutto per le
foto di santoni che si bagnano in massa nelle acque di un fiume sacro.
Quest’anno il Kumbh Mela si è tenuto ad Allahabad, dove il 29
gennaio è intervenuto l’arcivescovo maggiore siro-malabarese Varkey
Vithayathil. «Le religioni», ha detto il porporato, «corrono il
pericolo del monologo da ideologia settaria, dove non c’è alcun
pellegrinaggio verso l’altro. Il linguaggio religioso deve essere
dialogico».
|