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ATTUALITÀ - IL LAVORO PRECARIO

Generazione mille euro
di Annachiara Valle
  

Due milioni di uomini e donne tra i 25 e i 40 anni con titoli di studio alti ma senza lavoro sicuro. Dunque, senza un futuro certo. È a questo esercito debole di giovani precari che la Chiesa italiana sta pensando con ansia e preoccupazione. Perché le ricadute della flessibilità sono anche psicologiche e pastorali.
   

La chiamano "generazione mille euro": maschi e femmine tra i 25 e i 40 anni, con un titolo di studio alto ed esperienze lavorative le più diverse, ma senza casa propria, senza macchina, senza figli. Vivono alla giornata, con uno stipendio che non arriva ai mille euro e sperano in un futuro migliore. Sono flessibili, atipici, a progetto: in una parola "precari". Gli ultimi dati Istat, riferiti al terzo trimestre del 2006 stimano i precari in 1.979.000 su un totale di 2.249.000 lavoratori con contratto a termine.

È a questo esercito debole che pensava l’arcivescovo di Genova e nuovo presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, quando lo scorso marzo, intervenendo allo stabilimento dell’Ilva di Cornigliano, ha denunciato la gravità della situazione: «Il precariato nel mondo del lavoro può essere un’eccezione ma non può assolutamente diventare la regola perché la persona ha bisogno di sicurezze come il lavoro e la casa per poter programmare la propria vita sia sul versante della famiglia che nella società. Il problema del precariato è molto avvertito e molto sentito, è un problema grave. Con il lavoro precario non si può programmare il futuro. Un uomo e una donna non possono programmare la propria vita insieme. Pertanto, quando il lavoro precario diventa parte del sistema, impedisce veramente il futuro dei nostri giovani sia per quanto riguarda la formazione di una famiglia che per la qualità della vita in generale».

Manifestazione contro il lavoro precario.
Manifestazione contro il lavoro precario
(foto V. Tersigni/Eidon).

Un tema sul quale sta riflettendo da qualche anno l’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro. «Il problema è serio», dice il direttore dell’Ufficio, monsignor Paolo Tarchi, «perché sta crescendo una generazione senza stabilità e senza identità. Il non poter contare su un lavoro stabile impedisce la progettualità, con conseguenze negative sia sull’individuo che sulle sue relazioni familiari e sociali. La flessibilità, pur utile come mezzo per facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro e per regolare i tempi dell’occupazione sulle esigenze di vita delle persone, si è trasformata in uno strumento nelle mani delle aziende per abbattere i costi del lavoro e per precarizzare le persone. Abbiamo una flessibilità a senso unico che danneggia sia i giovani alle prime esperienze che quanti perdono il lavoro dopo i 45 anni».

Le ricerche più recenti sulla valutazione degli effetti psicologici e sociali del precariato sembrano avvalorare queste tesi. L’ultimo studio sul lavoro flessibile, realizzato dalla Fondazione Zancan di Padova in collaborazione con l’Università di Bologna, sottolinea proprio questo aspetto. La ricerca, svolta in cinque regioni (Veneto, Emilia-Romagna, Puglia, Abruzzo e Marche) afferma infatti che «vi è una tendenziale invadenza del lavoro precario sulla vita quotidiana che ne condiziona il metter su casa, il vivere da soli, lo sposarsi o il convivere con il partner, il fare dei figli, il regolare i propri investimenti e consumi di dimensioni importanti, addirittura il gestire le spese quotidiane per i beni di prima necessità e per il tempo libero».

Giovani in coda per un posto di lavoro.
Giovani in coda per un posto di lavoro
(foto C. Melissari/Eidon).

Il lavoratore precario/flessibile, in genere è un giovane laureato, che conosce le lingue, che ha frequentato corsi post laurea, che passa da un contratto a progetto all’altro, senza alcuna garanzia economica o di continuità lavorativa. Non gode delle tutele che hanno gli altri lavoratori e, se si ammala, in genere, perde l’occupazione. La ricerca Zancan, dal titolo Lavorare da precari. Effetti psicologici della flessibilità occupazionale, sottolinea anche l’aspetto della dipendenza dalle famiglie d’origine. «Il sistema con il quale è strutturato il lavoro», dice uno degli intervistati, «rende ancora più problematico realizzare prospettive di indipendenza e autonomia familiare, da sempre difficili per le nuove generazioni nel nostro contesto sociale». Su questo punto resta ancora attuale la ricerca pubblicata nel 2004 Una vita tanti lavori, condotta dall’Iref (l’istituto di ricerca delle Acli), in collaborazione con il Censis. Secondo lo studio, un terzo degli intervistati è costretto a chiedere soldi ai propri parenti per poter sopravvivere.

La Chiesa non è indifferente alla questione. Monsignor Tarchi insiste sulle conseguenze negative sulla vita personale e sulle famiglie. «Non si può promuovere una pastorale familiare adeguata», sottolinea, «se non si parte dal dato fondamentale del lavoro. Richiamandoci al Vangelo, non possiamo dimenticare che lo stesso Gesù era un lavoratore. Non è un caso che abbia deciso, per 30 anni, di lavorare. È l’essersi assoggettato alla dura fatica del lavoro che gli ha permesso di sviluppare la sua umanità, imparando a progettare con creatività, a contribuire al sostentamento della famiglia e ad aprirsi alla più ampia cerchia sociale attraverso una solidarietà consapevole e concreta».

Un'agenzia immobiliare.
Un’agenzia immobiliare (foto V. Tersigni/Eidon).

Oggi, aggiunge monsignor Tarchi, dobbiamo fare i conti con un valore che «è stato profanato dal peccato e inquinato dall’egoismo. Dobbiamo riscattare il lavoro dalla logica del profitto, dalla mancanza di solidarietà, dalla smania di guadagnare sempre di più, dalla voglia di accumulare e di consumare. Purtroppo sembra che si sia capovolta la massima evangelica: oggi non è più il lavoro per l’uomo, ma l’uomo per il lavoro. Non vogliamo condannare le imprese, ma diciamo loro che il valore della persona non può essere asservito al mercato».

Tutto il mondo cattolico guarda con preoccupazione al fenomeno. Lo studio delle Acli traccia un quadro drammatico della situazione individuando, all’interno della categoria dei lavoratori atipici, una maggioranza ancora più penalizzata. La ricerca li chiama «flessibilizzati». A fronte di una piccola quota di lavoratori flessibili (circa 300 mila), che riescono a vivere questa loro condizione in positivo, lavorando per più committenti e avendo un compenso che consente loro di accantonare un po’ di risparmio, i «flessibilizzati», spiega lo studio, «subiscono la flessibilità imposta dal nuovo mercato del lavoro, senza riuscire in qualche modo a gestirla o a coglierne gli aspetti positivi. Accettano qualsiasi mansione lavorativa (78,8 per cento), non pongono problemi di natura contrattuale (70,6 per cento), si rendono disponibili a qualsiasi richiesta del datore di lavoro sacrificando all’occorrenza il proprio tempo libero (74,7 per cento), accettano retribuzioni molto spesso al di sotto della media (66,9 per cento), non riuscendo ad accantonare così nessuna quota di risparmio (72 per cento)».

Lavoro in una cantiere edile.
Lavoro in una cantiere edile
(foto V. Tersigni/Eidon).

Se ben intesa, come accade in altri Paesi europei, la flessibilità «lungi dal diventare precarizzazione del lavoro, potrebbe invece consentire di accumulare conoscenze ed esperienze, di valorizzare i propri saperi, di gestire senza rigidità il proprio tempo in modo da adeguarlo alle proprie esigenza di vita, a quelle della propria famiglia e dei figli. Per questo però occorre creare tutti quegli strumenti che consentano di vivere senza l’angoscia del "cosa mi succederà domani"», aggiunge monsignor Tarchi, e del dover ripartire sempre da zero.

Ogni volta che si cambia lavoro, infatti, è come se si ricominciasse da capo. «Una delle riflessioni che abbiamo fatto con il nostro ufficio è che, invece, occorrerebbe accumulare dei crediti che permettano, cambiando lavoro, di mantenere il livello salariale e di anzianità professionale. Inoltre, anche quando si ha un contratto a tempo indeterminato, le aziende dovrebbero pensare all’aggiornamento professionale. È finito il tempo in cui si studiava, si trovava un lavoro adeguato alle proprie capacità e là si rimaneva tutta la vita. Oggi c’è bisogno di un aggiornamento continuo dettato sia dal cambiamento veloce delle tecnologie sia dal fatto che, in qualunque momento, il lavoro può venire meno».

Una giovane coppia.
Una giovane coppia (foto D. Giagnori/Eidon).

La ricerca delle Acli sottolinea proprio questi aspetti. Per gli intervistati, al primo posto degli obiettivi e delle angosce c’è il rinnovo del contratto in scadenza (21,9 per cento), seguito dal rafforzamento della propria retribuzione (20 per cento). «La nostra è una società in evoluzione dove, però, aumentano le disuguaglianze», afferma da parte sua il direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato. «Disuguaglianze che non toccano più solo le povertà tradizionali, ma ormai interessano sempre di più i giovani e le famiglie. La legge 30 del 2003 prometteva maggiori vantaggi per tutti: per i giovani che avrebbero visto aumentare le possibilità di accesso a un’offerta lavorativa non più costretta a "garantire" il lavoro; per le imprese, che avrebbero potuto modulare la forza lavoro sulla base dei bisogni della produzione; per la produttività nel suo complesso, cioè per la ricchezza nazionale, con maggiore raccolta fiscale e maggiore redistribuzione di welfare». In realtà, spiega Vecchiato, «si sono applicati maggiori costi a carico di una delle parti in causa, quella politicamente ed economicamente più debole: le nuove generazioni».

Il Compendio della dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che «se cambiano le forme storiche in cui si esprime il lavoro umano, non devono cambiare le sue esigenze preminenti, che si riassumono nel rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo che lavora». A tal proposito l’Organizzazione internazionale del lavoro ha coniato il termine decent work, "lavoro decente", che significa che il lavoro deve avere «uno standard tale da riconoscere la dignità intrinseca di ogni persona umana».

Alcuni giovani inscenano una protesta contro la politica delle banche riguardo ai mutui.
Alcuni giovani inscenano una protesta contro la politica delle banche
riguardo ai mutui
(foto C. Melissari/Eidon).

La Chiesa sta sviluppando un’ampia riflessione attorno a questo argomento, perché, conclude monsignor Tarchi, «pensiamo che la questione lavoro sia decisiva per la formazione della persona e per la stabilità della famiglia. In un mondo in cui tutto diventa precario è poi difficile che altri valori siano percepiti come stabili».

Annachiara Valle

Segue: Monsignor Pasini: il rischio? Una società impoverita

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