REPORTAGE
- CRISTIANI D’ARABIA L’arcobaleno
dietro il muro
di Giuseppe Caffulli – foto di Fabio
Proverbio
Sono oltre un milione e
mezzo, parlano decine di lingue e appartengono a tutti i riti della
cattolicità. I cristiani che vivono nella penisola araba, però, sono
tutti immigrati senza un futuro certo, la cui fede viene appena
tollerata in questa terra ricca di petrolio e patria dell’islam più
dogmatico al mondo.
La
corniche di Dubai, nella luce calda del tramonto, è un via vai
ininterrotto di passi. La brezza della sera regala finalmente un poco di
refrigerio dopo l’afa del giorno. Ragazze velate a gruppetti
passeggiano sul lungomare, uomini d’affari dalle vesti candide e dal
tipico copricapo saudita indugiano scrutando l’orizzonte; qualche
occidentale, in tenuta da jogging, percorre di corsa gli ampi
marciapiedi, mentre le sagome dei grattacieli si stagliano sul cielo che
scolora a Occidente. Qui e là, seduti a chiacchierare, capannelli di
uomini dalla faccia più scura, ridono e parlano del più e del meno.
Qualche donna dagli inconfondibili tratti orientali cammina sulla
spiaggia senza sandali, bagnandosi i piedi nel mare.

La chiesa di Jebel Ali, cittadina
industriale vicino Dubai.
A Dubai, come nel resto degli Emirati e in gran parte della Penisola
arabica, vivono ormai consistenti comunità di lavoratori stranieri.
Sono filippini, indiani, siriani, egiziani, libanesi... Fanno gli
operai, le colf, i giardinieri, i manovali, i pescatori... Ma sono anche
ingegneri, medici, avvocati. Molti, moltissimi, sono cristiani. Le loro
sono storie di ordinaria emigrazione, di sacrifici e dolore, di voglia
di riscatto e di nostalgia. Vivono con la valigia in mano in una terra
che, per molti di loro, è distante anni luce per cultura e tradizioni.
Sono una sorta di società parallela che si è andata formando negli
ultimi decenni; una variopinta umanità che bussa alle porte del mondo
dei ricchi.
Hanno i volti di Joy, George e Moudar, questi immigrati. Filippina, a
Dubai dal 2006 per fare la colf, Joy in patria era operaia; ma la
povertà l’ha spinta a emigrare in cerca di un lavoro più redditizio.
George, indiano del Kerala, è arrivato fin qui per lavorare come
muratore negli immensi cantieri che dominano il mare (sul quale stanno
sorgendo vere isole galleggianti, destinate a ospitare residence
lussuosi e hotel). Moudar, palestinese, ha trovato lavoro in un’azienda
di trasporti quando la seconda Intifada gli ha chiuso le porte d’Israele.
Ogni venerdì, giorno dedicato alla preghiera nell’islam (e giorno di
vacanza anche per i non musulmani), Joy, George e Moudar sono tra la
folla di cattolici provenienti da oltre cento Paesi del mondo che si
accalca nella chiesa di St. Mary a Dubai. E mentre il muezzin intona il
suo richiamo, qui come altrove negli Emirati si celebrano messe in quasi
tutti i riti che la cristianità è stata in grado di elaborare nei suoi
duemila anni di storia.

Cattolici indiani in preghiera in una casa
privata.
«E pensare che, in occasione della mia nomina a vicario apostolico d’Arabia,
molti mi dissero: "Che ci vai a fare laggiù? Non ci sono
cristiani". La verità è che oggi, chi volesse fermarsi un
venerdì qualsiasi o nelle maggiori festività in una delle chiese
cattoliche d’Arabia, si troverebbe immerso in comunità vive e
vibranti. La maggior parte dei cattolici provengono da Filippine e
India, ma abbiamo praticamente una rappresentanza di ogni parte del
mondo». A parlare è monsignor Paul Hinder, cappuccino svizzero che da
marzo 2005 è vicario apostolico d’Arabia.
«La
parrocchia di St. Mary a Dubai», prosegue monsignor Hinder, «è la
più grande del nostro vicariato e la sua chiesa è probabilmente la
più grande del Medio Oriente: arriva a contenere fino a 2 mila persone.
Da alcuni anni c’è a Jebel Ali, circa 30 chilometri dalla città di
Dubai, una seconda parrocchia in una zona in pieno sviluppo. Come negli
altri Emirati, i cristiani di Dubai godono della libertà di culto nel
recinto del complesso parrocchiale. Oltre alla chiesa, abbiamo una
grande scuola diretta dalle suore comboniane, con circa 2.300 alunni,
per tre quarti cristiani. Nella stessa città le Figlie di Maria
Immacolata di Baghdad dirigono un’altra scuola con più di 1.700
alunni, al 95 per cento musulmani. La cura pastorale della parrocchia di
St. Mary è affidata al parroco e a quattro sacerdoti, tutti cappuccini:
tre indiani, un filippino e un libanese».

Ritrovo di giovani arabi sulla corniche di
Abu Dhabi.
Dubai, uno dei sette Emirati arabi uniti (Eau), è tra i maggiori
snodi, non solo commerciali, del Medio Oriente. Secondo gli ultimi dati,
gli abitanti degli Emirati sarebbero oltre 5 milioni. I cristiani
sarebbero almeno un milione e mezzo. Solo a Dubai i cattolici sarebbero
quasi 300 mila. Un buon numero è di lingua araba e proviene da Libano,
Siria, Giordania, Palestina e Iraq. Sono presenti decine di migliaia di
cattolici di rito orientale: maroniti, melkiti, armeni, siriani,
siro-malabaresi, siro-malankaresi. Le celebrazioni si svolgono, oltre
che in inglese e in arabo, in malayalam, konkani, tagalog, francese,
italiano, tedesco, cingalese e tamil. «Qui da noi il giorno festivo è
il venerdì: così le Messe domenicali si celebrano non soltanto la
domenica, ma anche il giovedì sera e il venerdì. E sono le più
frequentate. Ogni settimana si raduna nella nostra chiesa una folla che
qualsiasi parroco europeo oggi sognerebbe. A Natale e Pasqua la folla è
impressionante, tanto che spesso è necessario utilizzare anche i locali
della scuola, la grande piazza davanti alla chiesa e i campi sportivi
dietro la chiesa, posizionando dei maxischermi. È difficile da capire
per chi non lo vede di persona: chiese gremite, grande entusiasmo. Una
Chiesa vitale, immagine della cattolicità. Eppure viviamo in una
situazione di forte instabilità. Non abbiamo la certezza che ciò che
facciamo oggi possa costituire una base per il futuro. Un paradosso, no?».

Messa di Natale sul sagrato della chiesa
di St. Joseph, ad Abu Dhabi.
La
fotografia della Chiesa d’Arabia oggi ha davvero del sorprendente.
Terra di grandi contrasti, culla dell’islam, crocevia d’immensi
interessi economici, la Penisola arabica è uno dei punti caldi del
pianeta anche dal punto di vista ecclesiale. Qui infatti, per ragioni
storiche, sociali ed economiche, si è coagulata una comunità cristiana
imponente, multirazziale e quanto mai variegata dal punto di vista
sociale e culturale. «Un quadro davvero esauriente non lo possediamo»,
spiega monsignor Hinder. «Non conosciamo il numero reale dei cattolici.
La cifra convenzionale che ripetiamo è "almeno 1 milione e 500
mila". Ma penso siano molti di più. Secondo le informazioni dell’ambasciata
di Manila in Arabia Saudita i cittadini filippini nel Paese sarebbero
circa un milione. Se applichiamo la percentuale che ci è stata indicata
dalla Conferenza episcopale filippina, l’85 per cento sono cattolici.
Il che vuol dire 850 mila. Senza contare gli indiani. Questo è un altro
paradosso. La maggior parte dei cattolici del nostro vicariato si trova
in Arabia Saudita, dove non possiamo operare liberamente». La vicenda
del «cristiano O’Connor», da queste parti, ha lasciato un segno
profondo e induce alla massima prudenza.

Celebrazione nella chiesa di St. Mary, a
Dubai.
Originario del Karnataka (India) immigrato in Arabia Saudita, nel
2004 Brian Savio O’Connor venne imprigionato e torturato dalla polizia
religiosa di Riad. L’accusa formulata nei suoi confronti fu quella di
detenere alcolici e materiale pornografico. In realtà Brian aveva
Bibbie e si era esposto in maniera imprudente nella sua attività
missionaria. Il suo divenne un caso internazionale. Se ne occupò la
Conferenza episcopale indiana, si impegnarono per la sua liberazione
movimenti e organismi ecclesiali. Un clamore che finì per richiamare l’attenzione
su un punto certamente sgradito alla monarchia saudita (la presenza di
tanti cristiani dove è semplicemente reato esserlo) e per mettere in
pericolo l’attività molto discreta di assistenza pastorale in favore
di tante comunità che vivono una situazione molto simile a quella dei
primi cristiani, costretti nel buio delle catacombe.

Chiesa ortodossa nella città
"oasi" di Al-Ain.
Negli Emirati e negli altri Paesi del Golfo il panorama però è
oggettivamente diverso. «In gran parte dei Paesi del Golfo», dice
ancora il vicario d’Arabia, «c’è una situazione di sostanziale
libertà religiosa, pur in un quadro di regole ben definite. Attualmente
abbiamo una parrocchia nel Bahrain e una in Qatar; sette negli Emirati
arabi: due ad Abu Dhabi, due a Dubai, una a Sharjah, una a Fujairah e
una a Ras al-Khaimah; quattro parrocchie sono nell’Oman (due delle
quali a Muscat). Poi ci sono quattro comunità nello Yemen, un Paese che
registra progressi ma dove sono ancora aperte le ferite degli episodi di
violenza nei confronti dei cristiani (basti pensare all’assassinio
delle tre suore di Madre Teresa il 27 luglio 1998, ndr). Ogni
emiro è libero di fare la sua politica religiosa e viviamo perciò
condizioni diverse a seconda dell’entità politica in cui ci troviamo
a operare. Godiamo della libertà di culto sul terreno concesso alla
parrocchia, ma non abbiamo possibilità di fare attività pubblica.
Normalmente i rapporti con le autorità sono distesi. Problemi possono
nascere di tanto in tanto con i funzionari pubblici, spesso formati in
ambienti dove si respira un certo fanatismo religioso».

Operaio pachistano in un cantiere edile.
Ma
quali sono i reali problemi delle comunità cristiane d’Arabia?
Davanti all’immagine di un universo fatto solo di luccicanti centri
commerciali, alberghi da favola, sceicchi e auto superlusso, monsignor
Hinder ci apre gli occhi: «Gli immigrati negli Emirati Uniti sono quasi
il 75 per cento della popolazione. Tutta gente che si trasferisce nel
Golfo con l’intenzione di tornare un giorno a casa o di emigrare
nuovamente verso Usa, Canada o Australia. C’è poi una norma che
prevede il non rinnovo del permesso di soggiorno per i lavoratori con
oltre 60 anni. Per questa ragione è difficile che la nostra Chiesa
abbia un nucleo stabile. È formata da fedeli, in massima parte giovani,
e collaboratori pastorali che nella migliore delle ipotesi restano
cinque, dieci o al massimo vent’anni. Le nostre chiese sono gremite,
oltre 17 mila bambini frequentano il catechismo, le associazioni
ecclesiali e i gruppi di preghiera sono molto attivi. Ma ci sono
problemi che non ci lasciano tranquilli. Ancora oggi la maggioranza dei
cattolici non viene raggiunta dall’attività pastorale ed è costretta
a vivere in situazioni rischiose a causa della fede. E poi ci sono gravi
situazioni di squilibrio sociale. Tra i cristiani abbiamo persone con
grandi possibilità economiche, ma anche una gran massa di poveri. Il
problema è la mancanza di sicurezza sociale. Cosa possono fare i
lavoratori delle fasce più basse se non sono pagati? Non hanno nessuna
tutela. C’è poi un vero e proprio traffico di braccia, lavoratori che
vengono portati nel Golfo clandestinamente dalle organizzazioni
criminali. E ancora la tratta delle donne, specie dalle Filippine e dall’Europa
orientale, per la prostituzione. Molte vengono illuse con la promessa di
un lavoro e poi si ritrovano schiave. Quelle che fuggono vengono spesso
da noi. Le aiutiamo e le mettiamo in contatto con l’ambasciata del
loro Paese».

Donne copte etiopi venerano l’immagine
della Vergine, ad Abu Dhabi.
Storie
di abusi e di sfruttamento non mancano. Yolanda, per esempio. Appena
arrivata negli Emirati dalle Filippine le è stato requisito il
passaporto. Per un salario mensile di 145 euro le veniva richiesto un
impegno lavorativo senza sosta, 24 ore su 24, senza alcun giorno di
libertà. È stata ripetutamente picchiata dalla padrona di casa perché
accusata di non eseguire i lavori domestici col dovuto impegno.
Segregata nella propria stanza, ha tentato la fuga calandosi dalla
finestra del terzo piano con una corda di lenzuola intrecciate. Nella
discesa è caduta rompendosi un braccio. «Abbiamo cercato di aiutarla»,
spiega il vicario, «in modo che potesse rientrare nel suo Paese. Ma di
vicende come quella di Yolanda ce ne sono a migliaia. La condizione di
queste donne è di vera e propria schiavitù».

Un modernissimo centro commerciale di
Dubai.
Sul piano pastorale, l’emergenza della Chiesa d’Arabia è legata
alla carenza di strutture. «Abbiamo diverse parrocchie con 40 mila,
perfino 100 mila fedeli. Spesso è impossibile accogliere tutti. È poi
difficile districarsi tra gli interessi e le sensibilità dei diversi
gruppi nazionali senza provocare tensioni e incomprensioni. Abbiamo un
numero limitato di sacerdoti ed è complicato ottenere nuovi visti per
aumentarne il numero. E poi abbiamo bisogno di preti che parlino diverse
lingue. I fedeli vivono dispersi, lontani dalle parrocchie; molti
lavorano nei villaggi che sorgono in pieno deserto, sulle piattaforme
petrolifere, in zone dove non è assolutamente possibile raggiungerli.
Molti non hanno mezzi di trasporto o non sono in grado di pagare il
biglietto o non ottengono il permesso dai rispettivi datori di lavoro.
Una delle questione cruciali è proprio quella di proteggere questi
fedeli dalla tentazione di farsi assorbire dall’islam».

Immigrati indiani festeggiano il Natale in
un campo di lavoro.
Tasto
delicato, ovviamente, in un contesto come quello della Penisola arabica,
è quello del rapporto con il mondo musulmano; un rapporto che negli
ultimi tempi ha subito – ed era inevitabile – i contraccolpi delle
polemiche seguite alle vignette su Maometto e al discorso del Papa a
Ratisbona. «Ho scritto un messaggio in occasione del Ramadan alle
autorità religiose islamiche, con le quali ci sono contatti personali
di stima. E mi sembra che sia stato bene accolto. In ogni caso viviamo
in un mondo totalmente imperniato sull’islam, dobbiamo esserne
consapevoli. Il clima attuale, nonostante tutto, non è tale da far
pensare a una apertura sul versante dei diritti umani come li intendiamo
noi. Anche se credo che inevitabilmente qualcosa dovrà avvenire. Se i
Paesi del Golfo non si aprono maggiormente ai diritti anche religiosi
degli immigrati, potrebbero nascere dei conflitti interni al Paese, come
pure con i Paesi di provenienza di queste persone. Ritengo che i Paesi
del Golfo e perfino l’Arabia Saudita dovrebbero tenerne conto: senza
immigrati l’economia crollerebbe di botto. Il quadro politico
internazionale, la crescita del fondamentalismo e la minaccia del
terrorismo non facilitano l’apertura. Molti dirigenti e molti leader
religiosi musulmani aperti al dialogo non parlano più pubblicamente per
paura. Eppure non c’è alternativa al dialogo e alla tolleranza. Il
mondo non ha affatto bisogno di muri».
Giuseppe Caffulli

Operai immigrati in uno dei numerosi
cantieri edili.
| Un vicariato
apostolico per sei nazioni
Il
vicariato d’Arabia è la circoscrizione ecclesiastica di rito
latino più grande del mondo: sei nazioni che si estendono su
oltre 3 milioni di chilometri quadrati (Arabia Saudita, Bahrein,
Emirati arabi uniti, Oman, Qatar e Yemen), con una popolazione
di oltre 42 milioni di persone (circa un milione e mezzo i
cattolici, dei più disparati riti). Si tratta oggi di una
Chiesa formata nella quasi totalità da immigrati, per la
maggior parte dall’Asia meridionale e dall’Estremo Oriente.
Accanto a Paesi più aperti e tolleranti verso il cristianesimo
(Emirati, Bahrein e Qatar) ci sono le pesanti restrizioni di
Arabia Saudita (dove pure – numericamente – la presenza di
immigrati cattolici è la più alta di tutta la penisola). Retto
dal 2005 da monsignor Paul Hinder, cappuccino svizzero succeduto
al confratello monsignor Bernardo Gremoli, nativo di Poppi
(Arezzo), il vicariato d’Arabia ha superato abbondantemente i
cent’anni di vita (la sede di Aden risale al 1888). La sede si
trova ad Abu Dhabi, moderna capitale degli Emirati arabi uniti
(Eau), e può contare su 50 sacerdoti (36 cappuccini, quattro
salesiani, un carmelitano, quattro fidei donum e cinque
sacerdoti diocesani incardinati), due diaconi permanenti e una
settantina di suore di sei differenti congregazioni. Oltre all’assistenza
pastorale diretta, la Chiesa gestisce otto scuole (per un totale
di 16 mila studenti, il 60 per cento dei quali musulmani),
orfanotrofi e case per portatori di handicap. Un lavoro che
riscuote la stima anche della maggioranza musulmana.
g.c. |
|