Dossier -
Un Dio sconfitto? Gli
dei hanno fatto boom
di Brunetto Salvarani
È un tempo, il nostro, in cui si parla molto di «rivincita
del sacro»: il «ritorno di Dio» sulla scena pubblica condiziona la
discussione politica. Ma gli dei trionfanti sono quelli violenti del
fondamentalismo oppure quelli "a buon mercato" della religione
civile. E la loro potrebbe essere una vittoria di Pirro.
«Ora
mi torna in mente una vecchia storiella, dove uno dei personaggi –
ovviamente siamo a Gerusalemme, e dove sennò – è seduto in un
piccolo caffè, e c’è una persona anziana seduta vicino a lui, e
così i due cominciano a chiacchierare. E poi salta fuori che il vecchio
è Dio in persona. D’accordo, il personaggio non ci crede subito lì
per lì, però grazie ad alcuni indizi si convince che è seduto al
tavolino con Dio. Ha una domanda da fargli, ovviamente molto pressante.
Dice: "Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede
la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i
musulmani? Chi possiede la vera fede?". Allora Dio, in questa
storia, risponde: "A dirti la verità, figlio mio, non sono
religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno m’interessa"».
In questi giorni che Enzo Bianchi definisce «cattivi» (dal Salmo
49), il raccontino dello scrittore israeliano Amos Oz, tratto dal
prezioso Contro il fanatismo, non appare davvero solo una felice boutade.
A ben vedere, il suo Dio sorprendentemente disinteressato della
dimensione religiosa fa il paio con un tema, quello della sua sconfitta,
che a più di mezzo secolo dalla proposta di un cristianesimo
non-religioso di Dietrich Bonhöffer e a un quindicennio da La
sconfitta di Dio di Sergio Quinzio emerge sempre più come
intrigante e meritevole di un approfondimento. Certo può apparire
paradossale rifarsi a una presunta débâcle divina, nell’anno
del Signore 2007: vale a dire nel cuore di una stagione in cui, semmai,
numerosi quanto ben presenti all’opinione pubblica affiorano i segnali
di una clamorosa smentita delle tesi che imperversavano nei dintorni
dell’epoca del Vaticano II: quelle che narravano, più o meno
baldanzosamente, di un definitivo esaurimento della funzione pubblica di
un Dio, almeno nel paesaggio culturale del cosiddetto Occidente (lemma e
concetto da usare con le molle, oggi più ancora di ieri).

La
Crocifissione del pittore Valerio Pisano.
Eclissi del sacro, fine della religione, secolarizzazione
della società, oblio di Dio: questi i titoli di bestseller,
spesso assurti a slogan ben al di là del circuito teologico, che hanno
contornato per un buon ventennio la ricerca sul "posto delle
religioni" (massime quelle riconducibili alla radice
abramitica) in un mondo ormai completamente disincantato, soddisfatto e
proteso, ahilui fuori tempo, a una specie di magnifiche sorti e
progressive. E che sembrava giustificare l’interrogativo, per
nulla retorico, del Vangelo: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà,
troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8b).
In
realtà, il fuoco covava, al solito, sotto la cenere, e bastò un evento
all’apparenza periferico nello scacchiere strategico planetario come
la fine del regime iraniano dello scià, col contestuale ritorno al
potere degli ayatollah sciiti (1979), per spingere uno studioso attento
come Gilles Kepel a proclamare – dieci anni dopo – che Dio una volta
di più, in realtà, stava rivincendo trionfalmente il match contro le
forze che l’avevano espunto dall’orizzonte pubblico. Del resto,
sarebbe stato sufficiente adottare un cannocchiale un po’ più
mondialista, per scorgere qui il risveglio islamico dopo la fugace
illusione del matrimonio col verbo marxista, e là il successo del
pensiero neochassidico in Israele; il ruolo della teologia della
liberazione nel processo di emancipazione sociale del continente
latinoamericano e la pervasività dell’idea di hindutva a
sancire, per un buon indiano, la necessità di rifarsi a una purezza
hindu; fino al desolante fardello identitario delle guerre in ciò che
fu la Yugoslavia, nel cuore dell’Europa, con relativo, orrendo corredo
di massacri e stupri condotti su base etnico-religiosa.

Particolari
del dipinto Crocifissione del pittore Valerio Pisano.
E la costellazione di indizi potrebbe allargarsi, per giungere alla
contestuale funzione di collante civile che chiese, moschee e sinagoghe
vanno offrendo a Stati in cui è palpabile una straordinaria crisi della
politica e della sua rappresentanza; ma già questi pur rapidi cenni,
riscontrabili alle più diverse latitudini, tracciano la mappa di un
pianeta che – ben prima dell’analisi di Samuel Huntington sull’inevitabile
scontro fra civiltà – risulta, al netto delle ambiguità che ne
emergono, ripopolato di dei tanto in auge da esigere non di rado
sacrifici umani dai loro devoti. Tutt’altro che sconfitti, dunque, e
anzi saldamente piazzati in pole position dopo il rientro dall’esilio
dal Monte Olimpo in cui già il poeta Hölderlin, due secoli fa, aveva
immaginato di scorgerli.
Tornando
alla domanda iniziale, perché allora pare opportuno, e persino vitale,
interrogarci su di un’idea che sconta, in partenza, la delicatezza di
dover ricorrere a un antropomorfismo sempre discutibile, quella appunto
della sconfitta di Dio? In primo luogo, si potrebbe replicare,
perché occorre indagare su quale Dio sia quello di cui la
sociologia sta registrando la rivincita. Sovente, infatti, si tratta di
un Dio tribale, assolutista e premoderno, a dispetto delle tecnologie
decisamente à la page adottate dai suoi seguaci. Un Dio
sanguinario, nazionalista, incapace di fare i conti coi processi di
meticciamento avanzato che sono il portato normale di tutta una serie di
fenomeni diffusi su scala mondiale: la facilità di viaggi e
comunicazioni, le immigrazioni figlie di squilibri tuttora paurosi, la
labilità dei legami sociali e delle appartenenze, non più solide e
durature come fino a ieri (quando matrimoni e credenze erano «finché
morte non ci separi»).

Un Dio, per dirla con un unico aggettivo, fondamentalista. Di fronte
al quale, e agli esiti tremendi degli scempi commessi in suo nome, c’è
chi echeggia le parole terribili del profeta: «Maledetto il giorno in
cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai
benedetto» (Ger 20,14). Su tale linea, Umberto Galimberti ammonisce di
non lasciarsi ingannare dalle folle oceaniche radunate attorno al Papa,
o incollate agli schermi dai predicatori tv d’oltreoceano, o dal
fiorire delle sette apocalittiche: dato che, più che di una rivincita
di Dio, si tratterebbe piuttosto dell’ultimo lampeggiare del suo
tramonto, «perché l’ordine del mondo, che un tempo era cadenzato dai
suoi comandamenti, ora è regolato dalle ferree leggi della tecnica che
a Dio più non si rifanno, perché di Dio hanno perso non solo il nome,
ma anche il senso, l’origine e la traccia».

Dall’altra parte, in contraddizione solo apparente col modello
sinora evocato, affiora un Dio low cost: poco esigente, legato a
Chiese telematiche, che preferisce le statistiche e la partecipazione ai
tavoli del potere piuttosto che le scelte etiche a caro prezzo.
Diversamente rispetto a un fresco passato, oggi, infatti, persino una
rapida istantanea sulle religioni le fotografa volentieri come un
processo in continuo divenire, se «è possibile scegliere di essere
atei, seguire un’ortodossia religiosa, cambiare confessione,
ritagliarsi un proprio percorso all’interno delle religioni» (P.
Berger). Tutto appare più frastagliato, liquido, meno certo rispetto a
ieri. E i credenti, in genere, si sentono più liberi, oltre che meno
sicuri della loro direzione spirituale. Le consolidate istituzioni
religiose appaiono più vulnerabili, e l’assolutezza del loro
messaggio è messa in discussione dalla pluralità delle scelte
possibili che ci troviamo davanti: un caleidoscopio che va complicandosi
giorno dopo giorno, creando perplessità, dubbi e solo talora anche
speranze. È il Dio, sincretistico e olistico, della Next Age –
estrema propaggine, ancor più individualista, della New Age –,
disposto a concorrere senza scrupoli al supermarket del sacro e a
competere con altri messaggi di salvezza a colpi di workshop e
manuali di benessere. E che ben s’adatta al dilagante bisogno di
miracolismo: fraintendimento che viene da lontano, testimoniato a più
riprese anche dai Vangeli («È il re d’Israele, scenda ora dalla
croce e gli crederemo», Mt 27,42b).

Crocifissione (1970) di Franco
Gentilini.
Ecco, sono innanzitutto tali caratteri, opposti ma alla fine
complementari, che lasciano presagire, al di là dei boom di facciata,
come il Dio manifestatosi nella Bibbia, nel Talmud, nel Corano, stia
vivendo con giustificata apprensione il suo fragoroso ritorno sulla
scena pubblica. Fino a rendere legittimo chiedersi, con più di un
analista, se si tratti di un ritorno dopo la parentesi della
secolarizzazione (Habermas parla di una «società postsecolare», e la
formula sta avendo grande fortuna), o se non rappresenti piuttosto lo
stadio finale della religione. L’ultimo atto di una pur fascinosa
rappresentazione.

Particolari del dipinto riportato
sopra:
Crocifissione (1970) di Franco Gentilini.
In
tale chiave, almeno nel panorama occidentale, più che sparire dalla
scena, essa sarebbe invece liquidata attraverso la sua commodification,
divenendo alla fine un mero prodotto di consumo: e la trascendenza
alimentata dal supposto ritorno, più che approdare all’incontro col
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, condurrebbe a un trascendere se
stessi in un’esperienza dal sapore intenso, emozionale, eccessivo,
estremo, trasgressivo. Un giovane teologo inglese, Graham Ward, nel suo True
Religion, parla di un Dio ad effetti speciali, con una
religione ridotta a feticcio, merce fra le altre merci che ci consente
di partecipare al ritmo frenetico del gioco capitalistico, con la
percezione peraltro di non essere realmente in esso. Ed ecco il Dio
virtuale, legittimo patrono della simulazione della realtà in cui
siamo immersi ormai senza più accorgercene, capace di sedurre con il
proprio fascino e di espandere il desiderio a dimensioni praticamente
illimitate. Un orizzonte che – se confermato – potrebbe alla fine
trasformare l’acclamata rivincita di Dio in una vera e propria,
e amarissima, vittoria di Pirro.
Brunetto Salvarani

| Grampa: Gesù
non è sgabello per il potere
Male,
religione e croce: su questi tre binari verrà declinato l’interrogativo
sulla "Sconfitta di Dio" durante la Cattedra del
dialogo promossa, a Milano, dall’Ufficio diocesano per l’ecumenismo,
in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, la nostra
rivista e il Centro San Fedele, che ospiterà gli incontri (ore
20.45). In programma il 7 maggio il confronto tra Erri De Luca e
Gabriella Caramore, il 14 tra Gianni Vattimo e Piero Stefani, il
21 tra Jürgen Moltmann e Franco Giulio Brambilla.
A don Giuseppe Grampa, che condurrà le tre serate, chiediamo
perché si è deciso di parlare di "sconfitta" in un
momento in cui si parla tanto di Dio. «Bisognerebbe chiedersi
se questa sia una vittoria. Nel Nuovo Testamento si dice che il
servo di Dio non va alla rincorsa dei titoli sui giornali. E
Gesù non ha avuto nessuna audience nella storiografia del
tempo. Essere citati sulle prime pagine non è un contrassegno
evangelico, è il contrario».

Don Giuseppe Grampa, direttore del
mensile
della diocesi di Milano, Il Segno, e docente di Filosofia
delle religioni a Milano, a Padova e a Scutari, in Albania.
- Il titolo "Un Dio sconfitto?" è anche un
ricordo di Sergio Quinzio. Cosa ha da dire oggi la sua
eredità?
«A dieci anni dalla morte si vuole ricordare la inquietante
testimonianza di questo credente, la riflessione sulla fede non
in termini trionfalistici, ma di prossimità alle situazioni
limite dell’uomo, di maggiore sofferenza, dalle quali nasce la
domanda "Dio mio, perché mi hai abbandonato?", che è
stata sulle labbra di Gesù ed è giusto che stia su quelle dei
credenti».
- Nel suo libro, La schiena di Dio, lei afferma che
Dio non si svela nell’evidenza immediata. E la pretesa di
vedere il volto di Dio?
«Va delusa. "Mostrami il tuo volto" non è la
richiesta di un provocatore, ma di Mosè, un grande amico di
Dio. Eppure resta senza risposta. La "schiena di Dio"
è l’insieme degli indizi che accompagnano la nostra
esistenza: orme, tracce sui nostri sentieri. Di più non ci è
dato. Anche san Tommaso nell’inno all’Eucaristia canta a un
Dio che si nasconde. Il nascondersi di Dio è il suo modo di
farsi presente alla nostra storia. Questo è prezioso in un
tempo nel quale molti vogliono mettere le mani su Dio, per farne
sgabello del proprio potere, legittimazione della propria
autorità, delle proprie scelte, delle proprie ideologie. Dio
non è arruolabile né manipolabile da nessuno. Né dalle
religioni né dal potere politico. La schiena allude alla non
disponibilità né sequestrabilità di Dio. È una dimensione
che dobbiamo custodire. La grande tradizione ebraica e anche l’islam
l’hanno conservata. Noi cristiani abbiamo accentuato la
familiarità, il che qualche volta ha propiziato un uso
disinvolto di Dio al servizio dei nostri progetti».
- La deriva fanatica, di cui lei scrive, è sconfitta di
Dio?
«Laddove non c’è dialogo, dove non c’è apertura alla
trascendenza, dove non c’è libertà di coscienza, c’è
magari una grande quantità di religione, ma neanche un briciolo
di fede. E un utilizzo strumentale di Dio. Cosa che accade in
tutte le esperienze fanatiche».
vi.pri. |
| Enzo Bianchi: la
spiritualità dei non credenti
«Vorrei
dire con franchezza che siamo lontani dallo spirito espresso da
Paolo VI con parole ormai dimenticate: "Noi dedichiamo uno
sforzo pastorale di riflessione per cercare di cogliere negli
atei nell’intimo del loro pensiero i motivi del loro dubbio e
della loro negazione di Dio"»: così Enzo Bianchi, priore
della comunità monastica di Bose, valuta il polemico e talvolta
conflittuale confronto che in Italia, oggi, si realizza tra
credenti cattolici e non cristiani, agnostici o atei. «È vero
che oggi l’ateismo militante non è più attestato come negli
anni Sessanta», prosegue Bianchi, «ma l’orizzonte agnostico,
attualmente più esteso di allora, richiede lo stesso sforzo da
parte dei cristiani per tessere un dialogo che si nutra di
ricerca comune, di ascolto, di dibattito tra vie diverse. Al
contrario, da una parte, quella dei credenti, le posizioni sono
sovente difensive perché nutrite di paura e di vittimismo,
mentre da parte di alcuni non cristiani si arriva a deridere la
fede, ad affermare che proprio i cristiani sono incapaci di
avere un’etica, che la fede è fomentatrice di integralismo,
intolleranza e violenza».

Fratel Enzo Bianchi, priore della
Comunità monastica di Bose
(foto A. Giuliani/Catholic
Press Photo/Periodici San Paolo).
- In questo panorama problematico resta praticabile un
dialogo rispettoso, capace di essere fecondo?
«Perché questo cammino di dialogo si apra, occorrono senz’altro
alcune urgenze. Agnostici e atei non credono in Dio, non si
sentono coinvolti da questa presenza perché non la sentono
reale, ma sono consapevoli che invece le religioni che
professano Dio fanno parte della storia umana, della società,
del mondo. Come essi non trovano ragioni per credere, altri
invece le trovano e sono felici: gli uni pensano che questo
mondo basti loro, gli altri sono soddisfatti di avere la fede.
Proprio questo, però, consente di dire che l’umanità è una,
che di essa fanno parte religione e irreligione e che, comunque,
in essa è possibile, per credenti e non credenti, la via della
spiritualità: non intesa in stretto senso religioso, ma come
vita interiore profonda, fedeltà-impegno nelle vicende umane,
ricerca di un vero servizio agli altri, attenta alla creazione
di bellezza nei rapporti umani. Spiritualità, soprattutto, come
antidoto al nichilismo, scivolo verso la barbarie: nichilismo
che credenti e non credenti dovrebbero temere maggiormente nella
sua forza di negazione di ogni progetto e principio etico.
Purtroppo tale nichilismo viene sovente definito relativismo,
finendo per confondere il linguaggio del dialogo e del confronto
e portando all’incomprensione reciproca: ed è lo stesso
nichilismo che, paradossalmente, può assumere la forma del
fanatismo in cui si danno certezze assolute, dogmatismi,
intolleranza che accecano fino a rendere una persona disposta a
morire e a far morire. No al nichilismo, dunque, ma sì al
riconoscimento della presenza di una spiritualità anche negli
atei e agnostici, capaci di mostrare che, se anche Dio non
esiste, non per questo ci si può permettere tutto: persone che
sanno scegliere cosa fare in base a principi etici di cui l’uomo
in quanto tale è capace. La grande tradizione cattolica chiede
ai cristiani di riconoscere che l’uomo, qualsiasi uomo,
proprio perché creato a immagine e somiglianza di Dio, è capax
boni, in grado di discernere tra bene e male in virtù di un
indistruttibile sigillo posto nel suo cuore e della ragione di
cui è dotato. I non credenti sono capaci di combattere l’orrore,
la violenza, l’ingiustizia; di riconoscere principi e valori,
formulare diritti umani, perseguire un progresso sociale e
politico attraverso un’autentica umanizzazione. Si tratta, per
tutti, di essere fedeli alla terra e all’uomo, vivendo e
agendo umanamente, credendo all’amore, parola sì abusata oggi
e spesso svuotata di significato, ma parola unica che resta
nella grammatica umana universale per esprimere il luogo cui l’essere
umano si sente chiamato».
- Nella tua riflessione su questo tema, trovi qualche
elemento peculiare nella società italiana?
«Dovremmo fare tesoro di un aneddoto storico: Mussolini un
giorno confidò al suo ministro degli Esteri: "Io sono
cattolico e anticristiano!". Eredi di tale posizione si
possono trovare tuttora, nel nostro Paese: persone non credenti
né in Cristo né nel Vangelo, ma pronti a difendere valori
culturali cattolici. Non è certo questo che intendevo quando mi
sono riferito a una spiritualità degli atei (su Repubblica del
28 febbraio scorso): ma piuttosto a un sentire che rende
possibile un confronto proprio sui valori del Vangelo, sul suo
messaggio umanizzante a servizio dell’uomo. Credo ci sia posto
per una spiritualità degli agnostici e dei non credenti, di
quanti sono in cerca della verità perché non soddisfatti di
risposte prefabbricate, di verità definite una volta per tutte.
È una spiritualità che si nutre dell’esperienza dell’interiorità,
della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con
la realtà della morte come parola originaria e con l’esperienza
del limite; una spiritualità che conosce l’importanza della
solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare, e si
alimenta dell’alterità, perché va incontro agli altri, all’altro
e resta aperta all’Altro se mai si rivelasse».
Brunetto Salvarani
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