CULTURA
- RECENSIONI Roma
e Gerusalemme, un percorso
di nuova fiducia tra ebrei e cristiani
di Cesare Romanò
Salire a
Gerusalemme, nella tradizione giudeo-cristiana, significa seguire il
cammino dell’umanità com’è indicato dai profeti verso una
pienezza di redenzione.
Nemici
amatissimi o fratelli prediletti? Da san Paolo a Giovanni Paolo II; dall’Adversos
Judeos di Tertulliano alla dichiarazione conciliare Nostra Aetate; dal
terribile Pugio fidei medievale alla richiesta di perdono di papa
Giovanni Paolo II: quanto distano oggi Roma e Gerusalemme? È davvero
così difficile colmare quella distanza che si è creata, nel corso dei
secoli tra queste due città sante, simbolo della Chiesa cattolica e del
popolo d’Israele? Attraverso oltre trecento pagine dense di profonda
conoscenza delle Scritture, analisi acuta di fatti ed episodi per molti
sconosciuti e, soprattutto, importanti esperienze personali, Pier
Francesco Fumagalli ci guida, con Roma e Gerusalemme (Mondadori, 2007,
pp. 330, € 18), nella ricostruzione di un rapporto difficile, che ha
conosciuto momenti tragici e brevi aperture di speranza. Protagonista in
prima persona dal 1986 come segretario e poi consultore nella
Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l’ebraismo,
istituita nel 1977, l’autore, dottore della Biblioteca Ambrosiana di
Milano, racconta con passione, ricchezza di particolari e soprattutto
assoluta obiettività, di come, a partire dai primi secoli del
cristianesimo, il rapporto tra popolo di Israele e nascente
cristianesimo sia stato costellato di incomprensioni, condanne,
reciproche diffidenze e pericolose prese di posizione e di come «l’esegesi
e la cultura teologica, lungi dall’essere neutrali, possano invece
avere, al di là di ogni intenzione, responsabilità oggettive nello
sviluppo di tematiche e di polemiche antigiudaiche... ».
- Nell’interessante postfazione al suo libro, il rabbino capo di
Roma, Riccardo Di Segni, pur riconoscendo la profondità e l’onestà
del suo lavoro, non rinuncia però a sottolineare come, anche oggi,
in un’epoca contraddistinta da una grande ricerca di dialogo,
siano presenti, anche nelle affermazioni della Santa Sede, frasi e
parole ambigue che risentono di secoli di tradizione. Dialogare è
davvero difficile?
«La parola di Dio è come una spada di fuoco che arriva fino in
fondo all’esperienza umana e tocca punti misteriosi della nostra
identità».

Pier Francesco Fumagalli, dottore dell’Ambrosiana,
dal 1986 è attivamente impegnato nella costruzione del dialogo tra le
Comunità ebraica e cristiana.
- Lei parla spesso di una costante asimmetria tra le posizioni
cattoliche e quelle ebraiche: asimmetria nella definizione dell’Alleanza,
nella definizione delle Scritture. Come è possibile un dialogo
profondo in presenza di questi ostacoli, apparentemente
insormontabili?
«È necessario coniugare logos e ratio. Alternare il ricorso alla
parola con tempi di silenzio, contemplazione, partecipazione. È
necessario anche confidare nell’azione misericordiosa divina. Rispetto
al mistero di Dio siamo tutti asimmetrici, tutti in posizione di
alterità. L’asimmetria a cui accenno è solo uno specchio del nostro
stato nei confronti di questo mistero. È soprattutto nella vissuta
consapevolezza di questa comune paternità, in cui siamo tutti fratelli
rispetto a una stessa Sorgente, che va costruito un rapporto di
alterità, finalizzato a un percorso armonico di pacificazione».
- C’è comunque un significato simbolico in questo percorso tra
Roma e Gerusalemme, ben esemplificato nella eloquente copertina del
volume?
«Andare a Gerusalemme e guardare i tronchi del Getsemani, tanto
vecchi ma ancora capaci di dare ottime olive, è un buon modo di
comprendere l’affermazione di Paolo che nella Lettera ai Romani
paragonava il fenomeno della nascita del cristianesimo a quello di un
innesto di rami selvatici di olivo nella radice santa del popolo
ebraico. Il titolo del libro, che richiama altri volumi, tra cui Verso
Gerusalemme del cardinale Martini e Da Roma a Gerusalemme del professor
Sermoneta, si propone di evocare universi paralleli senza però
pretendere di dare spiegazioni ultimative. Avrebbe anche potuto
chiamarsi "Gerusalemme e Roma" senza per questo mutare l’essenza
della prospettiva dialogica. Diciamo che il libro parla dei figli di
Abramo e della loro complessa e molteplice eredità».
- Attraverso un’accurata indagine storica, lei ricostruisce con
imparzialità il nascere di affermazioni teologiche e prese di
posizione da parte della Chiesa che hanno portato, nei secoli, alla
nascita di posizioni antiebraiche poi divenute antisemite,
antisioniste, antisraelite...
«I teologi sono persone concrete, che vivono nel proprio tempo. Oggi
capita sempre più spesso che siano parte di comunità vive che si
incontrano e riflettono cercando posizioni di confronto, mentre nel
passato questo non poteva succedere con eguale facilità. Non si può
negare che esistano responsabilità singolarmente individuabili in
quanto successo, ma nel sedimentarsi delle varie definizioni contrarie
al popolo ebraico è però difficile scindere tra loro le varie parti e
individuare delle cause. Per comprendere e rendere inoffensivo questo
"insegnamento del disprezzo" può essere allora utile operare
delle analisi accurate e cercare un percorso di pace comune».
- Nel libro si accenna spesso al ruolo assunto dal terzo vertice del
triangolo dei popoli del Libro: La Mecca. In questo senso, crede che
noi cristiani possiamo svolgere un ruolo di mediazione nei confronti
di ebrei e musulmani?
«Quello che io suggerisco è un percorso olistico, che ci vede
assumere ruoli scambiabili. Tutti abbiamo responsabilità verso tutti.
È importante evitare posizioni di superiorità. Camminando insieme
sulla strada che scende da Gerusalemme a Gerico non possiamo passare
oltre a chi è assalito dai ladroni».
- Un punto d’incontro possibile può essere allora quello della
preghiera?
«Certo. Sono reduce dalla VII riunione del Comitato misto composto
dalla Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l’ebraismo
e la Delegazione del Gran rabbinato d’Israele per le relazioni con la
Chiesa cattolica svoltosi a Gerusalemme dall’11 al 13 marzo. Questi
lavori comuni consentono di recitare insieme preghiere ebraiche in
passato volutamente ignorate dai cristiani».
Cesare Romanò
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