
Gesù, il provocatore
di Vincenzo Marras
«Questo
libro non è in alcun modo un atto magisteriale... perciò ognuno è
libero di contraddirmi». Chissà quanti prenderanno alla lettera la
precisazione di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, che nel suo recente Gesù
di Nazaret invita lettrici e lettori anche a un «anticipo di
simpatia». Crediamo però che per affrontare le quasi 450 pagine del
volume non basterà la simpatia: occorrerà diligenza e studio, e
almeno una passione analoga a quella che il teologo-Papa ha posto nel
presentarci la sua personale ricerca del «volto del Signore». Così
accompagna lettrici e lettori, passo passo, a riconoscere Gesù,
Figlio di Dio, Parola fatta carne, nei racconti del battesimo e delle
tentazioni, nel discorso della montagna, nelle grandi parabole dell’evangelista
Luca, nelle penetranti immagini di Giovanni, fino alla confessione di
Pietro e alla trasfigurazione, e riflettendo infine sulle affermazioni
che il Nazareno fa di se stesso.
«E
voi, chi dite che io sia?». La domanda di Gesù, che fa da sfondo al
volume del teologo-Papa, continua a provocare le intelligenze, i
cuori, la vita degli uomini e delle donne di oggi. Perché, di tutti i
provocatori, Gesù è il numero uno. Considerato mille volte un
personaggio mai ricostruibile o addirittura mai esistito, ha una forza
di attrazione che non è di nessun altro. Egli è l’Ecce Homo e
l’Ecce Deus insieme: pienezza di umanità, che è pienezza di
divinità, cantava padre Turoldo. Non ce n’è altri. Gli fa eco don
Tonino Bello: «È il Signore, il solo Signore, il solo Re della
gloria». E continuava nell’omelia d’ingresso in diocesi, nella
cattedrale di Molfetta: «Se non scaturisce da questo incontro l’insopprimibile
bisogno di alzarsi per annunciarlo è segno che noi credenti siamo
diventati vecchi, e che lo scetticismo, il sorriso gonfio di cautele,
il calcolo prudenziale di chi la sa lunga, la freddezza senile hanno
preso il sopravvento sull’entusiasmo e forse anche sulla speranza».
Non aveva certo bisogno di questo monito il teologo-Papa per farsi,
anche con Gesù di Nazaret, infaticabile evangelizzatore: «Gesù
non è un mito, è un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta
reale nella storia...».
Tra
le tante pagine del volume ci piace riprendere quelle che si
riferiscono al pastore, che raccontano l’identità e la missione di
Gesù, «porta delle pecore», «buon pastore», «portatore della
pecora». L’attento esame di questa figura – ripercorsa nel volume
dalla parabola della pecorella smarrita raccontata da Luca al grande
discorso nel Vangelo di Giovanni – ci ha infatti richiamato alla
memoria un piccolo aneddoto. Racconta di una pecorella che, scoperto
un buco nel recinto, uscì dall’ovile, felice finalmente di
andarsene libera. Quasi senza accorgersene si smarrì. Arrivò presto
il buio e con esso i pericoli, lupi rapaci e mercenari. La paura e la
disperazione stavano per sopraffarla quando il pastore, che si era
messo alla sua ricerca, la trovò e caricandosela sulle spalle la
portò in salvo. Arrivato tutto contento all’ovile, i vicini e i
colleghi si sentirono in dovere di dargli un consiglio definitivo: «Ripara
il buco del recinto!». Ma il pastore non volle ripararlo. Un finale
che la dice lunga sullo stile del pastore, che Gesù incarna. È da
quello stile che i credenti tutti imparano – per dirla ancora con
don Tonino Bello – a essere sempre più «portalettere che
recapitano un lieto messaggio», e sempre meno «fattorini che
consegnano una cambiale o la bolletta della luce».
Vincenzo Marras
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