EUROPA
Ulster: i leader cristiani appoggiano
il governo della riconciliazione
La
stretta di mano davanti ai fotografi e alle telecamere non c’è
stata. Ma l’immagine che il 26 marzo scorso ha fatto il giro del
mondo è comunque storica. A sinistra il reverendo Ian Paisley,
80 anni, protestante, capo del Partito democratico unionista. A destra
Gerry Adams, 59 anni, cattolico, leader del partito Sinn Fein.
Sono seduti allo stesso tavolo e sorridono. Fino a poco tempo fa
sarebbe stato possibile solo con un fotomontaggio.
L’immagine cattura il momento storico della pace tra due
arcinemici. Dopo un trentennio di odi, violenze, sangue, accuse di
fuoco, insulti e minacce, i due principali leader politici cristiani
dell’Irlanda del Nord si accordano per formare il governo autonomo
dell’Ulster. Un governo che dovrà nascere l’8 maggio. Il prossimo
primo ministro del governo provinciale sarà Ian Paisley, il vice
sarà Martin McGuinness, un ex comandante dell’Ira (l’esercito
clandestino dei cattolici nordirlandesi). L’incontro fra Paisley e
Adams non è stato tuttavia celebrato come una festa. L’assenza di
pubbliche strette di mano testimonia che siamo di fronte a una
"pace fredda", ma c’è finalmente l’impegno di costruire
un futuro migliore per l’Irlanda del Nord.
Sedersi al tavolo della pace deve essere stato particolarmente
difficile per Paisley. Per decenni si è opposto a qualunque accordo
con i cattolici. Diceva sempre "no". Ora gli anni lo hanno
un po’ curvato, ma la sua mole resta imponente (sfiora i 2 metri di
altezza) e l’ardore è sempre quello del vecchio combattente. Negli
anni ’60 e ’70, le sue prediche nella Messa della domenica sera
alla chiesa di Ravenhill Road a Belfast divennero leggendarie. Nel
1963, durante il Concilio, venne a Roma per dimostrare contro il Papa «anticristo
e ciarlatano». «Anticristo» fu ancora il grido che lanciò nell’aula
di Strasburgo (è stato parlamentare europeo) all’indirizzo di Giovanni
Paolo II. Per anni ha dichiarato che «mai e poi mai» si sarebbe
seduto accanto a Gerry Adams, definito «il diavolo» (Adams è stato
un militante attivo dell’Ira).
Ma alla fine ha ceduto. La rinuncia alle armi da parte dei
terroristi dell’Ira ha tolto argomenti a Paisley. Le sue ultime
resistenze sono state fiaccate da Tony Blair, con il quale si
è ripetutamente incontrato negli ultimi mesi. Blair e il primo
ministro irlandese Bertie Ahern hanno fatto moltissimo per
arrivare a questo accordo fra cattolici e protestanti. Dietro le
quinte hanno lavorato senza sosta per vedere finalmente realizzato
quanto era già stato deciso con gli Accordi di Pasqua del 10 aprile
1998, quando si decise una condivisione del potere tra cattolici e
protestanti nell’Irlanda del Nord.
Quell’accordo sollevò grandi speranze e nel dicembre del 1999
vide la luce un governo, guidato da David Trimble, all’interno
del quale confluirono i più moderati del campo cattolico e
protestante. Ma nel 2000 tutto tornò in discussione quando i
protestanti reclamarono il disarmo dell’Ira. Così l’Ulster tornò
sotto la tutela di Londra. Il disarmo dell’Ira è arrivato
finalmente nel 2005 e dal gennaio di quest’anno il Sinn Fein ha
riconosciuto ufficialmente la legittimità della polizia nordirlandese.
È l’ultimo ostacolo che impediva l’incontro fra Paisley e Adams,
leader dei due partiti maggiormente premiati dalle elezioni che si
tennero nell’Ulster nel novembre del 2003.
L’accordo fra Paisley e Adams è stato salutato con gioia e
speranza dalle Chiese. Una nota congiunta firmata da monsignor Sean
Brady, arcivescovo di Armagh e presidente della Conferenza
episcopale cattolica irlandese, David Clarke, moderatore della
Chiesa presbiteriana, Alan Harper, primate della Chiesa
anglicana d’Irlanda e Ivan McElhinney, presidente della
Chiesa metodista, invita a pregare «per la nostra intera comunità e
il nostro futuro insieme. È importante che ognuno di noi continui a
costruire un Paese dove siamo tutti valorizzati, la diversità
rispettata e dove pace e armonia possano fiorire». Per monsignor Diarmuid
Martin, arcivescovo di Dublino, «i politici delle due parti ora
hanno l’opportunità di passare da posizioni ideologiche ad altre
pragmatiche. Potranno lavorare insieme per dimostrare che si può
vivere in pace».
Roberto Zichittella
ITALIA
A Roma, la Grande moschea diventa
"laboratorio di
cittadinanza"
Due
di loro vengono da oltre trenta chilometri di distanza. Quaderni e libri
sotto al braccio, si va in moschea per imparare l’italiano e fare
educazione civica. Corano, dizionario e Costituzione. È infatti in
primo luogo alle donne musulmane, che viene proposto il
"laboratorio di cittadinanza" varato dalla Grande moschea di
Roma e dal ministero della Solidarietà sociale, in collaborazione con
la rivista Confronti.
Un percorso formativo di lingua e cultura italiana per cittadini
immigrati, finalizzato a fornire oltre agli strumenti linguistici,
conoscenze di base sulla storia, il territorio, le tradizioni culturali
e le fondamentali norme giuridiche del Paese che li accoglie. «Un’iniziativa
che in primo luogo diventa intervento diretto per la convivenza tra
cittadini», ha dichiarato Abdellah Redouane, segretario generale
del Centro islamico culturale della Grande moschea, il 2 aprile scorso,
giorno in cui l’iniziativa è stata presentata.
I corsi sono due: il primo, centrato sull’insegnamento dell’italiano
e diretto esclusivamente alle donne, è partito agli inizi di aprile,
conta 25 iscritte tra i 18 e i 45 anni e si tiene la domenica
pomeriggio. Il secondo corso, che include anche lezioni di educazione
civica e informazioni sulla normativa vigente in materia di
immigrazione, è aperto a tutti, anche a immigrati non di cultura
islamica, e si tiene il lunedì dalle 18 alle 20. «Vogliamo innescare
un meccanismo positivo, in un’Italia in cui si stanno costruendo tanti
muri», ha dichiarato il ministro Paolo Ferrero. «Da simbolo
della separatezza, quale viene visto oggi, la moschea diventa
laboratorio di cittadinanza, dove si possono anche fare corsi di
italiano». Il centro di culto come «una delle diverse formazioni
sociali riconosciute dalla Costituzione per la formazione della persona».
Il progetto punta sulle donne, ha aggiunto Ferrero, perché sono quelle
che facendo spesso vita domestica hanno più difficoltà ad apprendere
la lingua e «invece devono poter partecipare e dire la propria».
Il programma di studio, due corsi di 150 ore che termineranno a
luglio per poi riprendere in autunno con nuovi studenti, coinvolge
docenti universitari, funzionari del Senato, mediatori culturali e
intellettuali. Concepito dal Ministero e dal Centro islamico, «è
aperto a tutti coloro che sono interessati e disponibili a lavorare su
questi temi e con questi criteri», ha detto Redouane. In futuro, dopo
le verifiche su questo primo esperimento, ha aggiunto Ferrero, il
progetto potrà essere allargato a livello nazionale.
vi.pri.
AMERICA DEL NORD
Usa: proibito nutrire i senzatetto?
Il volontariato cristiano protesta
Da
Orlando a Dallas a Las Vegas, nell’ultimo anno le amministrazioni
comunali statunitensi hanno imposto un giro di vite alla distribuzione
di cibo ai senzatetto. Un modo per evitare sorprese nella gestione dell’ordine
pubblico, ma non solo. Perché se i volontari, spesso appartenenti a
gruppi religiosi cristiani, scelgono piazze e strade dove sfamare le
migliaia di uomini e donne che negli Usa non hanno un domicilio –
quasi un milione di persone in tutti gli Stati Uniti secondo una stima
recente – l’atto di generosità può diventare un fastidio per i
residenti ma anche per chi tenta di promuovere il turismo.
Meglio, allora, bandire la pratica rendendola illegale, o almeno
imponendo una serie di restrizioni: permessi, divieto in alcune aree e
multe salate se non si rispettano le regole. La contravvenzione, ad
esempio, può costare fino a 2 mila dollari a Dallas. Dove chi intende
distribuire vivande, oltre a ottenere un apposito permesso dall’amministrazione
comunale, deve aver frequentato un corso per imparare a «maneggiare
cibo». A Orlando, in Florida, lo scorso luglio è stata adottata un’ordinanza
comunale che impone il rilascio di un permesso per distribuire generi di
conforto a più di 25 persone in un parco che, a ogni modo, dista due
miglia dalla sede del municipio. Il Comune dà la possibilità a ogni
richiedente di portare cibo ai senzatetto non più di due volte all’anno.
Lo scorso novembre, a Las Vegas, il divieto è stato revocato dalla
decisione di un giudice federale.
Le motivazioni date per provvedimenti di questo tipo sono di igiene e
di ordine pubblico: gli amministratori comunali che le hanno promosse e
adottate sostengono di essere stati indotti a farlo dalle numerose
lamentele dei cittadini, per il dilagare della criminalità e il
diffondersi della sporcizia. Ma c’è anche chi sostiene che lo scopo
sia, in realtà, controllare e guidare gli spostamenti degli homeless
per poter provvedere meglio ai loro bisogni, fornendo non solo cibo
ma anche assistenza e formazione dove è possibile. D’altro canto, chi
si occupa dei senzatetto in America ritiene invece che il vero motivo
sia la convinzione che in questo modo i senzatetto, alla lunga, se ne
vanno.
Molti volontari, però, non ci stanno. Tanto che a Dallas un pastore
protestante, Don Hart, e i volontari che fanno parte del suo
gruppo, Chart, sono pronti a sfidare la legge e, eventualmente, a
farsi arrestare pur di continuare nel loro atto di carità. Nel
frattempo, il reverendo si è rivolto a una corte federale per far
revocare l’ordinanza emessa dal municipio. Secondo i suoi legali, l’ordinanza
violerebbe principi costituzionali come la libertà di associazione. Per
Hart, comunque, la cosa più grave è che non rispetta «la nostra
libertà religiosa».
Iacopo Scaramuzzi
AMERICA LATINA
Il «socialismo del XXI secolo»
fa
discutere i cattolici del Venezuela
L'annuncio
del presidente della Repubblica, Hugo Chavez, di voler trasformare
il Venezuela in uno Stato socialista ha aperto nel Paese un ampio
dibattito che ha coinvolto la Chiesa cattolica. Secondo il capo dell’esecutivo,
il «socialismo del XXI secolo» dovrebbe fondarsi sul pensiero marxista,
sulle idee bolivariane, sui principi di giustizia sociale del
cristianesimo e su quelli collettivistici delle popolazioni indigene, ma «rispetterà
la proprietà privata e adotterà un’economia mista».
La reazione ufficiale della Conferenza episcopale venezuelana (Cev) è
giunta con l’esortazione Tempo di dialogo per costruire insieme,
in cui si prende atto che «inizia una nuova fase nella storia politica
del Paese per la proposta del "socialismo del XXI secolo"». Il
socialismo, afferma la Cev, «non è un’ideologia omogenea, ma ha
diverse espressioni. Tutte, in linea di principio, si contrappongono al
capitalismo ma, al di là di una definizione, il fatto più importante e
urgente è dare risposta immediata e concreta, nella partecipazione e
nella libertà, ai problemi della gente, come la povertà, la
disoccupazione e l’insicurezza. Ciò che alla fin fine importa a tutti
è che sia una via di trasformazione del Paese aperta alla trascendenza e
alla religione, promotrice dell’inclusione di tutti i venezuelani
attraverso il dialogo», una via che «riaffermi i diritti umani
inalienabili e sia parimenti estraneo al capitalismo selvaggio e all’ideologia
marxista e statalista, i cui risultati sono stati negativi nei Paesi in
cui è stata applicata».
Il cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, ha più
volte ribadito l’interesse della Cev a «entrare nel dibattito» sul
"socialismo del XXI secolo". E nell’episcopato non è mancata
una varietà di posizioni. Senza appello, per esempio, l’analisi dell’arcivescovo
emerito di Los Teques, monsignor Ovidio Perez: «Quando sotto il
titolo "socialismo del XXI secolo" si promuovono "pensiero
unico", "partito unico", "egemonia comunicativa",
"educazione socialista", si fanno "liste-apartheid" e
si promuove la partecipazione manichea dei cittadini in "buoni"
(rivoluzionari, patrioti, socialisti) e "cattivi"
(controrivoluzionari, antipatrioti, capitalisti), si prende una strada
perversa, di anticultura di morte. Semina di venti malefici. Involuzione
storica. Reviviscenza di totalitarismo (questa volta comunista)». Anche l’arcivescovo
di Merida, monsignor Baltazar Porras, ha accusato il
"socialismo del XXI secolo" di essere caratterizzato da «populismo,
autoritarismo e militarismo», oltre che «indefinito dal punto di vista
ideologico, potendo riferirsi a una ferrea dittatura tropicale – alla
cubana, nordcoreana o iraniana – o a un regime di piena libertà come la
fredda Norvegia».
Monsignor Mario Moronta, vescovo di San Cristobal, ha invece
scritto una lettera pastorale come «contributo alla discussione sul
"socialismo del XXI secolo"», in cui auspica che esso «possa
essere illuminato dalla dottrina sociale della Chiesa, che è centrata
sull’importanza della fede in Dio e della persona». Dopo aver osservato
che «i popoli del Venezuela e di tutta l’America latina vivono momenti
di speranza e promuovono importanti processi di cambiamento», il presule
spiega che «un modello appropriato per il Venezuela può trovare la sua
forza attorno a politiche pubbliche orientate al superamento della
povertà in cui le stesse vittime siano protagoniste della propria
liberazione con l’appoggio dello Stato e della società civile». Come «garanzia
del suo contributo nella nascita di una nuova società, la Chiesa assume e
invita all’opzione preferenziale per i poveri», a partire dalla quale
si impegna «a operare per la trasformazione del sistema economico in
senso più giusto, solidale e adatto allo sviluppo integrale di tutti».
Il confronto, comunque, non si è limitato ai vescovi. Il padre gesuita
Luis Ugalde, rettore dell’Università cattolica "Andrés
Bello", pur riconoscendo che «il socialismo entra nella discussione
tra cristiani del XXI secolo sui modi migliori per ottenere in America
latina una società più giusta e inclusiva», ha sostenuto che «Chavez
persegue il controllo politico, militare, dei mass media. E il regime che
c’è nel Paese di socialista ha ben poco, per non dire nulla». Per
padre Jesus Gazo, anch’egli gesuita, invece, «si tratta di
costruire tra tutti i cristiani quel socialismo che vogliamo e non esiste
ancora. E la Chiesa fa molto danno collocandosi all’opposizione solo
perché non gli piace il presidente».
Mauro Castagnaro
AFRICA
Zimbabwe - Monsignor Ncube sfida Mugabe
Ancora
una volta la Chiesa cattolica dello Zimbabwe ha fatto sentire la propria
voce, una tra le pochissime che ancora oggi hanno il coraggio di sfidare
il regime dittatoriale del presidente Robert Mugabe. Lo ha fatto
lo scorso aprile con una lettera diffusa in tutte le parrocchie, che
accusa apertamente i dirigenti di impoverire e opprimere la popolazione.
Cortei, scontri, bombe incendiarie, arresti arbitrari e abusi della
polizia stanno aggravando di giorno in giorno una crisi che rischia di
far implodere il Paese. Anche perché, dal punto di vista economico, la
situazione è sempre più drammatica: almeno l’80% della popolazione
vive al di sotto della soglia di povertà e il tasso di inflazione si
avvicina ormai al 2.000%.
E mentre una piccola élite di privilegiati si arricchisce – fanno
notare i vescovi – la maggioranza della popolazione vive nella
miseria: sanità e istruzione sono allo sfascio; la riforma agraria del
2000 ha trasformato il «granaio dell’Africa» in un Paese che muore
di fame, così come il programma di demolizioni del 2005 che ha prodotto
circa 700 mila sfollati. Accanto alla denuncia, i vescovi invitano tutti
al dialogo e condannano ogni violenza; chiedono inoltre una nuova
Costituzione per uscire dalla crisi politica, economica, sociale, ma
anche «spirituale e morale».
«La Chiesa ha il ruolo profetico di dire la verità quando nessun
altro lo fa», ha sottolineato monsignor Pius Ncube, arcivescovo
di Bulawayo e principale accusatore di Mugabe. In un’intervista al
quotidiano inglese Daily Telegraph si è detto pronto a pagare
questo suo impegno anche con la vita. Monsignor Ncube non è nuovo a
prese di posizioni molto forti: «Mugabe è un prepotente e un assassino»,
ha dichiarato, «è pazzo di potere e vi si arrocca anche se questo
significa distruggere lo Zimbabwe».
Anche il South African Council of Churches, che rappresenta le
Chiese cristiane del Sudafrica, e il Simposio delle Conferenze
episcopali di Africa e Madagascar (Secam) hanno preso posizione,
denunciando le continue violazioni dei diritti umani e le «azioni
disumane» delle forze di sicurezza. «La situazione dello Zimbabwe»,
si legge in una nota del Secam, «è dovuta in gran parte a una crisi
della leadership. Esprimiamo un forte appello al governo perché ponga
immediatamente fine alle violenze».
Anna Pozzi
ASIA e OCEANIA
Nuova Zelanda, dove rugby fa
rima
con fede e spiritualità
Bonded
by blood, «legati col sangue»: questo è il titolo di una
discutibile campagna pubblicitaria di abbigliamento sportivo, lanciata
insieme alla nazionale di rugby della Nuova Zelanda nel maggio scorso.
In vendita la maglietta degli All Blacks con in dono il poster, a
tiratura limitata, realizzato con l’inchiostro e il sangue di 39
campioni della palla ovale. Un autentico "patto di sangue"
per questo discutibile sodalizio: «Una firma è personale», spiega Mark
Cochrane, della Tbwa-Whybin, la società pubblicitaria che ha
curato la campagna della multinazionale tedesca, «ma il Dna della
squadra la rende ancora più personale». Il rugby è effettivamente
il Dna della Nuova Zelanda, lo sport per eccellenza praticato tra gli
atolli del Pacifico, dove i valori etici e spirituali di questo sport
sono forse già insiti nel corredo cromosomico di questi talentuosi
atleti. Per loro il rugby è un modo di concepire la vita, una forma
di arte e di spettacolo, ma anche quasi una religione a cui ci si
avvicina fin da piccoli. Attraverso il gesto sportivo si imparano l’autodisciplina
e si acquisiscono altresì i modelli cristiani della più nobile
convivenza civile. La violenza, l’offesa e l’esasperazione
esacerbata degli animi non fanno parte dell’etica di questa
disciplina, che impedisce di trasformare gli avversari in nemici, il
proprio vigore fisico in una scorrettezza, l’abilità in una frode.
Anche per questo il rugby, seguito con sguardo consenziente dalla
Chiesa anglicana del Paese, diviene un veicolo di spiritualità, che
si esprime come scuola di autocontrollo, di rispetto per sé e per gli
avversari. Una sorta di "dimensione" cristiana dello sport
che, al di là dei differenti costumi, usanze, riti, razze e schemi di
gioco, è capace di mettere tutti d’accordo dentro e fuori dal
campo. Sono queste le prime norme di chi pratica ad altissimo livello
agonistico il sano, vecchio rugby, lo «sport giocato in paradiso»,
come recita in modo provocatorio e un po’ irriverente un antico
proverbio anglosassone.
Sull’isola, il rugby assume i connotati della disciplina
romantica, ancora legata, come nessun altro sport, alla tradizione
antropologica e alla cultura religiosa da cui trae origine la storia
di un popolo. Significati riconducibili alle origini dei miti maori,
al retaggio sacrale dei defunti, al rispetto dei riti e della
religione a cui si affidano gli atleti prima di ogni partita. Dietro a
ogni gesto preparatorio c’è una ritualità, una tradizione
ancestrale che affonda le sue radici proprio nel valore più intimo e
spirituale dell’uomo: la religione degli antenati. Tipica degli All
Blacks è la Ka mate, un modello di Haka, la danza
propiziatoria che ha lo scopo di intimorire gli avversari prima di
ogni partita, ma anche una manifestazione di gioia, di dolore, un’espressione
di stile e di disciplina.
Massimo Ruggero
|