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UNA CITTÀ, UNA DIOCESI - CHIETI-VASTO

Una sveglia alla città della camomilla
di Annachiara Valle - foto di Alessia Giuliani
  

È una terra in cui resistono le tradizioni culturali e religiose, il tessuto sociale è compatto e il senso dell’accoglienza rimane forte. Ciononostante, Chieti-città perde fascino agli occhi dei giovani, in diocesi esistono situazioni molto differenziate. E le parrocchie faticano a diventare comunità vitali.
   

La chiamano la città della camomilla: tranquilla, senza scossoni, quasi addormentata. A guardarla dal basso, arrivando dall’autostrada, sembra un antico presepio abbarbicato sulla collina. In alto si riconosce il campanile della cattedrale che quasi sparisce tra le nuvole. E tutt’intorno stradine e alberi, che si susseguono nei tornanti fino alla cima.

Molti hanno scelto di allontanarsi da qui, per ragioni di studio o di lavoro. O semplicemente per noia. I teatini, almeno all’apparenza, non sembrano orgogliosi della propria città. Preferiscono la vicina Pescara, con il suo mare, i suoi divertimenti, la sua vocazione turistica e industriale. Se li fermi per strada per chiedere quali siano le bellezze di Chieti o le attività più interessanti, rispondono, senza scomporsi: «Nessuna». Eppure questa è la terra dove abitarono gli Scolopi e il marchese Romualdo de Sterlich, grande esponente della cultura illuminista; la città designata da Carlo I capitale dell’Abruzzo Citra e alla quale nel XV secolo fu concesso il diritto di battere moneta propria perché già allora sede arcivescovile. Le sue origini affondano nella notte dei tempi, tanto che la leggenda la vuole fondata nientemeno che dall’eroe greco Achille.

Una veduta panoramica della città abruzzese di Chieti: sullo sfondo, la torre campanaria e la cupola della cattedrale di San Giustino.
Una veduta panoramica della città abruzzese di Chieti: sullo sfondo,
la torre campanaria e la cupola della cattedrale di San Giustino.

«Stiamo cercando di far riscoprire agli abitanti le tradizioni e le bellezze locali attraverso diverse iniziative artistiche e musicali. Oltre che rimboccandoci le maniche per far funzionare al meglio i servizi della città», dice il sindaco di centrosinistra, Francesco Ricci. «Non è facile, dopo anni di immobilismo, ma una mano ce la sta dando anche la Chiesa. Il fatto di avere un arcivescovo come monsignor Bruno Forte ci consente un’apertura internazionale non indifferente. Gli incontri che sta promuovendo sono sempre di alto livello culturale, oltre che religioso, e questo per noi significa una grande valorizzazione del territorio e un aiuto concreto per lo sviluppo della nostra città».

Bruno Forte, classe 1949, uno dei maggiori teologi italiani, è arcivescovo di Chieti dal settembre 2004. Anzi, di Chieti-Vasto, come non smette mai di sottolineare. «La diocesi ha due polmoni e un’unica mente e un unico cuore. A Chieti c’è la sede arcivescovile, ma Vasto ha un’importanza fondamentale», dice con chiarezza.

Una diocesi grande, con i suoi oltre 2.550 chilometri quadrati, 156 parrocchie e 310 mila cattolici, che ha da poco concluso il suo sinodo, il XIII dei tempi moderni e il primo dopo il Concilio. Tema: "Una Chiesa in cammino sulla via della Bellezza". «Bellezza come sinonimo di Cristo, da "chi" e "rho", iniziali della parola greca Christòs, Pastore bello», spiegava monsignor Forte nel messaggio alla sua Chiesa, nel 2005.

Dieci consigli zonali e tre commissioni (per i laici, per i religiosi e per i giovani) hanno lavorato per due anni a questo evento che si proponeva, innanzitutto, la recezione profonda del Concilio Vaticano II. Il sinodo, proprio alla luce del cammino conciliare, ha messo in chiaro quali siano da adesso e per il futuro le priorità per la Chiesa di Chieti-Vasto: giovani, famiglia, carità.

Anziani e giovani per le vie di Chieti. La città abruzzese insieme a Vasto forma un'unica diocesi che conta circa 310 mila fedeli.
Anziani e giovani per le vie di Chieti. La città abruzzese insieme
a Vasto forma un’unica diocesi che conta circa 310 mila fedeli.

Anche qui, come nel resto d’Italia, si registra una frattura fra vecchie e nuove generazioni e la trasmissione della fede è sempre più complicata. Per questo è stata avviata l’esperienza dei "Laboratori della fede". Negli incontri tenutisi a Chieti e a Vasto, sono state presentate alcune figure bibliche partendo direttamente dai testi. Centinaia di ragazzi e ragazze hanno preso parte agli incontri e molti di loro sono poi confluiti nel gruppo "Samuel", nato per chi ha voglia di interrogarsi a 360 gradi sulla vocazione. Sempre dai laboratori nasce anche un’altra esperienza, "Seguimi", per quei giovani che sentono di avere una vocazione religiosa. Il gruppo è più direttamente finalizzato all’ingresso in seminario o, per le ragazze, in un ordine religioso.

Le vocazioni non mancano, anzi: in una terra con poco più di trecentomila abitanti si registra lo stesso numero di seminaristi di una diocesi come Torino, che ha oltre due milioni di cittadini. La conformazione del territorio crea, però, alcuni problemi. Oltre agli agglomerati urbani principali di Chieti e Vasto, ci sono tanti piccoli centri dispersi, e ciascuno, anche se si tratta di poche migliaia di persone, necessita di un sacerdote. Qualche parrocchia è stata già accorpata, ma la distanza di un paese dall’altro non permette di creare molte sinergie, specie se si considera l’isolamento che spesso la neve porta durante l’inverno.

Un territorio complesso, che vede al suo interno molte contraddizioni. Chieti-città va svuotandosi e invecchiando, mentre Vasto, e un po’ tutte le zone costiere, risentono di un sovraffollamento a volte difficile da gestire. «Nonostante Chieti abbia delle potenzialità, dal punto di vista culturale, artistico e ambientale, nettamente superiori al circondario», sostiene Antonello Canzano, docente di Politica sociale all’Università di Chieti, «non è riuscita a diventare polo d’attrazione. Nell’area metropolitana in cui è inserita, prevale Pescara. E così, nonostante i suoi ventimila studenti, Chieti non è riuscita a diventare città universitaria e a godere degli effetti positivi della presenza dell’ateneo. Al contrario, sta diventando quasi una città dormitorio. I giovani si spostano a Pescara dove c’è una maggiore organizzazione del tempo libero e del divertimento».

Celebrazione eucaristica nel santuario di San Camillo De Lellis a Bucchianico.
Celebrazione eucaristica nel santuario di San Camillo De Lellis a Bucchianico.

Eppure, nonostante le nuove generazioni cerchino lo svago, qui resiste ancora una forte rete solidaristica e un grande radicamento religioso. «Ogni volta che organizziamo incontri per i giovani», insiste monsignor Forte, «l’affluenza è massiccia». Così come, aggiunge Ermanno Di Bonaventura, direttore della Caritas diocesana, «moltissimi si impegnano nel volontariato. Sono persone di tutte le età, ma in tanti sono giovani». Un volontariato dalla forte impronta di gratuità. «Dal direttore in giù siamo tutti volontari», sottolinea Di Bonaventura. «Abbiamo due persone con contratti part-time, che gestiscono l’ufficio e le attività burocratiche, e un’altra persona che coordina l’esperienza della casa-accoglienza che è residenziale e quindi necessita di una presenza 24 ore su 24. Per il resto è tutto volontario. Solo in quelle che chiamiamo "opere segno" sono impegnate oltre cento persone. A queste si aggiungono quelle che operano nei centri di ascolto. Il voler essere volontari è una scelta che abbiamo fatto legandola alla testimonianza: se dovessimo aprire questi servizi assumendo delle persone, saremmo un ente sociale. Per noi, invece, è importante che chi si prende l’impegno di seguire una certa opera lo faccia dedicando il suo tempo, per una scelta di vicinanza e condivisione con gli ultimi».

Da qualche mese è in funzione anche l’Osservatorio povertà, nato in collaborazione con la Regione. «L’iniziativa», dice ancora il direttore della Caritas, «vuole essere un momento di sensibilizzazione, per noi come Chiesa, per rileggere la nostra azione pastorale, ma anche la possibilità di offrire alle istituzioni una lettura del territorio in modo omogeneo, per far emergere eventuali bisogni che sfuggono, che sono nascosti perché nessuno di coloro che si trovano in nuove situazioni di disagio viene a bussare alle nostre porte. L’obiettivo è che possa migliorare la qualità della vita delle persone».

Giovani per le vie di Chieti.

Oltre alle mense, presenti un po’ in tutto il territorio della diocesi, a Lama dei Peligni, nella zona di Casoli, sorge una casa per i monoparentali, per quelle persone cioè che si trovano senza più legami di parentela e neppure di amicizia. Un’esperienza nuova, una casa autogestita nella quale si può ricominciare a tessere qualche relazione. E poi a Chieti, in pieno centro città, c’è la casa d’accoglienza "Mater populi". «Non è il classico dormitorio», spiega Mario Olivieri, responsabile della casa con la moglie Alessia, «ma un luogo dove ospitare persone con problemi ben precisi per i quali possiamo tentare una risposta risolutiva. Facciamo accoglienza mirata».

Questa vocazione all’accoglienza e al prendersi cura dell’altro è patrimonio di tutta la diocesi. Lo sanno bene i devoti di padre Camillo De Lellis, fondatore dei Camilliani e santo della misericordia. Ogni anno, il 13 luglio, in migliaia partecipano alla Marcia della carità che da Chieti si snoda fino al santuario di Bucchianico. «La gente è molto legata a san Camillo», dice il rettore del santuario, padre Cristoforo Trebski. «È una devozione semplice, ma radicata anche tra i giovani».

Il professor Canzano conferma: «Nonostante i cambiamenti in corso, il tessuto sociale di tutta la provincia è ancora molto omogeneo e molto legato a una religiosità popolare profonda. Non c’è ancora lo scollamento e il disfacimento che si sta verificando nel resto d’Italia. Il trend è indubbiamente quello, ma qui c’è un maggiore controllo sociale, maggior senso dell’autorità, maggiore presenza della famiglia».

Studenti all'interno dell'Università "Gabriele D'Annunzio" della città abruzzese.
Studenti all’interno dell’Università "Gabriele D’Annunzio" della città abruzzese.

Secondo il sociologo, però, per non far disperdere questo patrimonio, «bisognerebbe puntare un po’ di più sulle parrocchie. Le associazioni e i movimenti hanno ancora una capacità attrattiva, ma vedo un arretramento della parrocchia». Per Canzano, «essa, nel tempo, mi sembra abbia assunto sempre di più aspetti che si sono cristallizzati sulle funzioni tradizionali, quasi burocratiche. Sono diventate strutture che si limitano ad assicurare determinate funzioni, cui la parrocchia è certamente preposta, senza andare oltre. Bisognerebbe, invece, tornare a entrare nelle case, nella società. E non in quanto associazioni, ripeto, ma proprio in quanto parrocchie. Solo così, secondo me, si possono riaffermare all’interno delle famiglie i valori fondamentali e dare loro un aiuto concreto nella vita quotidiana per affrontare le difficoltà. Non serve un annuncio astratto di principi, ma un affiancamento che aiuti i singoli e le famiglie a meglio strutturarsi e stabilizzarsi sui valori evangelici».

Un terreno sul quale anche secondo l’arcivescovo occorre più impegno: «Seguiamo i fidanzati, io stesso incontro le coppie almeno due volte prima del matrimonio, ma poi non riusciamo ad avere una pastorale organica che segua le famiglie, soprattutto nei momenti di crisi. Dobbiamo essere noi ad andare tra la gente, non aspettarci soltanto che siano le persone ad avvicinarsi alla parrocchia. Siamo noi che dobbiamo incontrare gli altri, in particolare i giovani».

Ragazze e ragazzi, conclude Canzano, «si trovano nei pub, nelle discoteche e nelle attività sportive, altri significativi fenomeni aggregativi non ci sono. C’è una scarsa progettualità e scarsa capacità di iniziative aggreganti su questioni culturali, per esempio. Se anche la parrocchia arretra, perdiamo qualsiasi legame con questa generazione. E se perdiamo i giovani, perdiamo tutto».

Annachiara Valle

Segue: Una Chiesa popolare ma adulta

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