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UNA CITTÀ, UNA DIOCESI - CHIETI-VASTO

Intervista a Bruno Forte
Una Chiesa popolare
ma adulta
di Annachiara Valle - foto di Alessia Giuliani
  

Una Chiesa dall’indole popolare, con una religiosità diffusa, con una grande fiducia nei confronti dei propri pastori. Monsignor Bruno Forte, vescovo di Chieti-Vasto, ripercorre la storia della sua diocesi. Ricorda le grandi figure che ne hanno caratterizzato il cammino, da san Giustino a san Camillo De Lellis, da Giampiero Carafa, fondatore dei teatini e papa con il nome di Paolo IV, ad Alessandro Valignano, il gesuita chietino visitatore delle Indie, che chiamò in quei Paesi Matteo Ricci e che mise a tema per primo, alla fine del Cinquecento, il nodo dell’inculturazione.

Monsignor Bruno Forte durante l'intervista che ci ha rilasciato.
Monsignor Bruno Forte durante l’intervista che ci ha rilasciato.

  • Monsignor Forte, come si vive da teologo in una terra dalla fede semplice?

«Ringrazio Dio del popolo che mi ha dato perché si pone in condizioni di ascolto molto profondo. Il Convegno ecclesiale di Verona, e gli incontri che abbiamo fatto dopo, in particolare il sinodo diocesano, ci hanno aiutati a riscoprire l’indole popolare della nostra Chiesa. Nello stesso tempo ci stiamo impegnando per aiutare questa diffusa religiosità a intraprendere un cammino di crescita e di consapevolezza. Devono essere sempre più i cristiani adulti i protagonisti del futuro della nostra Chiesa, impegnati in una società che sta cambiando e nella quale i processi culturali in atto sono quanto mai complessi. Sono sicuro che la mia formazione teologica possa dare un contributo ad approfondire la religiosità popolare, a cogliere il meglio di essa e a indirizzarla verso una fede sempre più matura. Visitando la diocesi vedo che in tutti gli ambienti, non solo in quelli di cosiddetta cultura alta, ma anche nelle fabbriche, nelle comunità parrocchiali, nelle associazioni, la parola dell’arcivescovo è sempre cercata. Il mio background di formazione teologica è una miniera preziosa, ma è anche chiaro che miniera preziosa è questo popolo con le sue attese e le sue domande. È dall’incontro di queste due componenti che vedo scaturire un continuo servizio alla Parola di Dio come stimolo a far crescere coscienze di cristiani adulti in questa società complessa».

  • Le trasformazioni sociali quanto incidono nel modo di vivere la fede?

«Tutti i grandi processi che stanno trasformando l’Occidente passano anche da questa terra abruzzese. Non esistono isole felici, però qui c’è lo zoccolo duro di una storia, di una identità culturale, di un’appartenenza profonda che aiuta a filtrare questa complessità di stimoli e a discernere. Il compito della Chiesa credo sia proprio quello di aiutare questo processo di discernimento e di maturazione. E di aiutarlo con una proposta ispirata alla Parola di Dio, semplice nella comunicazione e tale da poter toccare e coinvolgere i cuori, accendendo le domande e l’impegno di ciascuno. Qui c’è una Chiesa viva che, anche nel recente passato, è rimasta indissolubilmente legata al suo popolo; un popolo che, fino a trenta anni fa, è stato povero, composto da contadini e pastori che emigravano per cercare lavoro. Poi la realizzazione delle autostrade e gli insediamenti industriali hanno profondamente cambiato le caratteristiche di questa società. Chieti – e la sua provincia – è diventata una città di diffuso benessere: sia l’industria che il turismo, con i 5 milioni di presenze annuali, hanno portato una certa ricchezza. Quello che mi sembra significativo, però, è che questo benessere non ha scardinato i valori profondamente iscritti in questo popolo: la sobrietà, l’accoglienza, la fedeltà alla tradizione religiosa. Siamo davanti a un popolo che ci domanda cammini di consapevolezza. Anche per questo stiamo puntando, sia prima che dopo Verona, sulla Parola di Dio, sulla necessità di crescere come cristiani adulti alla scuola della Parola per poter essere responsabili nel rendere ragione della speranza che è in noi davanti a questa società che cambia».

L'esterno della cattedrale dedicata a San Giustino, primo vescovo di Chieti.
L’esterno della cattedrale dedicata a San Giustino, primo vescovo di Chieti.

  • La Chiesa qui è molto presente nel campo sociale e nelle questioni che riguardano il lavoro. La gente percepisce questa vicinanza?

«Il primo convegno ecclesiale che abbiamo fatto è stato sulla dottrina sociale della Chiesa. Questo già dice qual è il nostro impegno. Nel Sud e nel Nord della diocesi abbiamo tenuto corsi sulla dottrina sociale e ci stiamo impegnando per approfondire sempre di più il tema. Abbiamo però voluto subito mettere in chiaro che la Chiesa non si propone come sostitutiva di compiti che non sono suoi o come centro di potere clientelare, per raccomandazioni o altro. Questo non vuol dire non intervenire nelle questioni concrete. Anzi, abbiamo creato un ufficio per i problemi sociali e il lavoro, che, fra l’altro, fornisce informazioni sulle domande e le offerte di impiego. Sono intervenuto personalmente in questioni che coinvolgevano molte persone, come il caso della Denso, una grande industria che ha messo in esubero 500 dipendenti. Di fronte a 500 famiglie che si trovano in crisi per la mancanza di lavoro, la Chiesa non poteva stare a guardare. Lo stile, però, non è quello dell’assistenzialismo, ma della vicinanza profonda con le persone e della condivisione della loro quotidianità».

  • Lei si muove molto, dentro e fuori la diocesi. Quali sono le urgenze sulle quali pensa la Chiesa si debba impegnare?

«C’è bisogno di ripartire dalla Parola di Dio per cercare il senso della propria esistenza. Sto visitando a tappeto tutta la diocesi. In forma di dialogo, abbiamo incontrato tutti gli studenti delle scuole superiori, circa 12 mila giovani. Ecco, quegli incontri mi hanno molto sorpreso. Mi ha colpito la grande vivacità e profondità di domande, il bisogno che essi manifestano di trovare punti di riferimento credibili, di qualcuno che li accompagni e li aiuti nella ricerca di senso, che è così importante per costruire il domani. Sto incontrando persone che di solito non incrociamo in parrocchia. Abbiamo una frequenza domenicale che si aggira sul 20-25 per cento. È più alta rispetto alle altre zone d’Italia, ma comunque c’è una larga fetta di persone che vediamo solo se le cerchiamo nei loro ambienti. Per questo credo ci sia bisogno di un impegno di evangelizzazione fuori. Siamo nell’ottica del comunicare il Vangelo nel mondo che cambia e rendere ragione della speranza che è in noi. Che sono poi i temi di cui si è discusso a Verona e che la Chiesa italiana ha proposto per il suo prossimo decennio».

Jesus n. 6 giugno 2007 - Home Page