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Dossier - Aparecida - Una Chiesa che si sporca le mani

Guardare al futuro
senza nostalgie restauratrici
di Mauro Castagnaro
  

Il teologo Agenor Brighenti, sacerdote di origini italiane, consulente dei vescovi brasiliani ad Aparecida, fa il punto sulle sfide, le speranze e le difficoltà della Chiesa dell’America latina dopo la Conferenza del Celam.
   

«È ora di recuperare le intuizioni e gli assi teologici centrali del Concilio Vaticano II e della ricca "tradizione latinoamericana e caraibica" inaugurata a Medellín, dalla quale ci siamo via via allontanati e che invece va tradotta nel nuovo momento storico che viviamo». Così sintetizza il suo pensiero sulla V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano, che si è tenuta dal 13 al 31 maggio nel maggiore santuario mariano del subcontinente, padre Agenor Brighenti, brasiliano discendente di trentini, alle spalle una laurea in Scienze teologiche e religiose all’Università cattolica di Lovanio e la direzione dell’Istituto di teologia pastorale (Itepal) del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) di Bogotá, in Colombia, oggi docente di Teologia sistematica all’Istituto teologico di Santa Catarina, in Brasile, e Teologia pastorale alla Pontificia Università di Città del Messico, oltre che direttore dell’Istituto nazionale di pastorale della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb), dalla quale è stato scelto come consulente all’assemblea.

Preghiere nella cattedrale di Rio.
Preghiere nella cattedrale di Rio
(foto R. Moraes/AP).

  • Che significato ha questa Conferenza?

«L’appuntamento di Aparecida si pone in continuità con le quattro precedenti Conferenze, che, soprattutto nel post Concilio, hanno cominciato a configurare una Chiesa autoctona, con una voce, un’ecclesiologia e una teologia proprie. Si è venuta così costituendo una "tradizione latinoamericana e caraibica", elaborata nel contesto socioculturale del continente e molto viva. Naturalmente questo cammino non è stato lineare. La prima, svoltasi a Rio de Janeiro nel 1955, fu, infatti, ancora segnata da un approccio apologetico di fronte al mondo moderno, e fu Medellín, nel 1968, a collocare la Chiesa del continente nella prospettiva del Vaticano II, elaborando una "ricezione creativa" che faceva del Concilio un punto di partenza. Nel 1979, tuttavia, Puebla mise già un freno e a Santo Domingo, nel 1992, si registrò anche qualche passo indietro. Ora con la conferenza di Aparecida bisognerebbe recuperare i pilastri della tradizione latinoamericana inaugurata a Medellín nello spirito del Concilio».

  • C’è da attendersi che ci si muova davvero in questa direzione?

«Siamo in un momento ecclesiale complesso. La stessa travagliata convocazione della Conferenza di Aparecida, avvenuta quando ormai la Curia romana sembrava aver deciso l’archiviazione di questo tipo di assemblee a favore dei Sinodi continentali e poi prevista prima a Roma, quindi in America latina, ma non a Quito come si era inizialmente ipotizzato, manifesta la difficoltà di coniugare l’aspirazione della Chiesa latinoamericana a vedere legittimata la propria specifica configurazione e la tendenza oggi forte a una Chiesa di neocristianità. Sarebbe perciò già importante che la Conferenza aiutasse a vedere il presente non come la "fine della storia", ma come un "tempo pasquale", guardando al futuro con speranza e senza nostalgie restauratrici».

Un'immagine del santuario brasiliano gremito di fedeli, ripresa dalla cupola della basilica.
Un’immagine del santuario brasiliano gremito di fedeli, ripresa
dalla cupola della basilica
(foto D. Lopez-Mills/AP/La Presse).

  • Come è stato accolto il Documento preparatorio alla Conferenza?

«Il dibattito suscitato nelle Chiese locali è stato incoraggiante, ed è stato molto vivace: non sono mancate, infatti, osservazioni e analisi critiche. A me è toccato preparare per la Cnbb la sintesi dei contributi delle 250 diocesi, i quali, con mia sorpresa, sono stati molto lucidi nel descrivere la situazione attuale e molto profetici nell’indicare le scelte da compiere. Comunque la quinta Conferenza non è solo, né soprattutto l’evento di Aparecida, che, peraltro, mobiliterà molti cristiani brasiliani: c’è un "prima", cioè tutto il lavoro di preparazione che ha permesso alla gente di discutere, studiare e proporre; e c’è un "dopo", perché la Conferenza, anche a prescindere dal suo documento finale, innescherà una riflessione e un dibattito ampi sul futuro della Chiesa latinoamericana».

  • Dove vede l’urgenza maggiore?

«A me pare che la Chiesa oggi sia sfidata dall’esigenza di una nuova razionalità che integri quella tecnico-scientifica con una ragione comunicativa (esperienziale, emozionale, intuitiva); da una povertà divenuta più articolata, perché accanto a quella economica, tuttora fondamentale, ce ne sono altre legate al genere (quando si è donna od omosessuale), all’etnia (quando si è indigeno o nero), all’età (quando si è anziano o bambino abbandonato); e dal pluralismo culturale e religioso».

Alcuni vescovi discutono tra loro durante la giornata d'apertura della quinta Conferenza dei vescovi latinoamericani ad Aparecida.
Alcuni vescovi discutono tra loro durante la giornata d’apertura della quinta Conferenza dei vescovi latinoamericani ad Aparecida
(foto R. Mazalan/AP).

  • Quali compiti ne derivano per la Chiesa latinoamericana?

«Tre compiti: riprogettare la missione, nel senso di incarnare il Vangelo nelle culture e sintonizzarsi con le grandi aspirazioni dell’umanità, a partire dall’"alterità negata", cioè i poveri; rifondare l’identità, rivisitando il passato alla luce del presente, nella fedeltà all’esperienza originaria e all’oggi; rinnovare l’istituzione, che deve essere uno strumento a sostegno dell’evangelizzazione e delle persone. In particolare è urgente ripensare l’istituzione ecclesiale, perché la sua mancata trasformazione pone un ostacolo insormontabile alla nascita del nuovo. Lo si vede con le Comunità ecclesiali di base (Ceb), che hanno generato una nuova ecclesiologia, incompatibile con quella vecchia. Così, se entrano nella parrocchia tradizionale, finiscono cooptate e muoiono. D’altra parte, fuori non hanno molto futuro, perché una fede cristiana che non sia collegata a una tradizione, alla lunga si perde. Il problema è che in questo momento non ci sono molte prospettive di cambiamenti istituzionali. In Brasile, per esempio, nel 70 per cento delle celebrazioni domenicali non c’è l’Eucaristia. Trovare una soluzione è urgente. Questo cambiamento può partire dalla distinzione tra quanto (molto poco) nella Chiesa è di diritto divino e quanto è frutto di costruzione storica».

  • Quali sono i rischi, se non si affrontano queste sfide?

«Che anche la "Grande missione continentale" che la Conferenza ha voluto lanciare rischia di non dare risultati, perché è improbabile portare la gente dentro l’istituzione così come essa attualmente è. Senza contare che la maggiore motivazione di questa proposta non sembra essere il fatto che l’America latina cristiana sia strutturata in modo da generare esclusione, oppressione, fame, ecc., impedendo che il Regno di Dio e la sua salvezza accadano nella vita personale e sociale, ma il decremento del numero dei cattolici, passati soprattutto ai movimenti pentecostali autonomi. A preoccupare, quindi, più che la qualità del cristianesimo, pare essere la visibilità della Chiesa cattolica. Per far fronte a questa sfida si fatica ad andare alle cause reali, anche legate alla struttura ecclesiale, e si dà l’impressione di scegliere di competere sul mercato religioso con gli stessi mezzi dei concorrenti».

Donne maya durante una Messa nel paesino di Acteal, in Chiapas (Messico).
Donne maya durante una Messa nel paesino di Acteal, in Chiapas
(Messico
- foto E. Verdugo/AP/La Presse).

  • Il tema della Conferenza, "Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché in Lui i nostri popoli abbiano vita", ha certamente posto una questione centrale...

«In un contesto di crisi (della modernità, delle identità, della razionalità, ecc.) e di cambiamento (passaggio a una società della conoscenza, del rischio, della moltitudine, ecc.) mi pare fondamentale la coscienza di vivere l’Assoluto nella precarietà del presente. Il cristiano è seguace di un Gesù povero e itinerante, il che dovrebbe aiutarlo a spogliarsi delle vecchie sicurezze e aprirsi ai nuovi segni dei tempi. Bisogna evitare che dalla comprensione e dall’esercizio del discepolato e della missione derivi un’evangelizzazione intimista e spiritualista. È necessario invece muoversi nel quadro offerto dal Concilio Vaticano II e dalla "tradizione latinoamericana". Il primo esige di concepire discepolato e missione all’interno dell’ecclesiologia del popolo di Dio, dando il primato alla Parola di Dio, e di ricordare che la Chiesa è inserita nel mondo, per cui il cristiano vi si pone in atteggiamento di servizio e dialogo affinché il Regno di Dio si renda sempre più presente nella storia. La seconda, prima di tutto lega discepolato e missione alla centralità dell’opzione per i poveri, per cui alla Chiesa tocca incarnare nella società i valori evangelici nell’ottica degli esclusi; poi propone il metodo "vedere-giudicare-agire", sottolineando che ogni impegno pastorale sorge dall’analisi della realtà; infine ricorda che, davanti alla "gloria di Dio nell’essere umano pieno di vita" e a un mondo chiamato a essere visibilizzazione storica del Regno, la povertà contraddice l’essenza della fede cristiana e l’impoverito è una vittima del peccato sociale, per cui compito del cristiano e della Chiesa è rendere l’escluso il soggetto di una società inclusiva e solidale, perché il Regno di Dio è un Regno di giustizia per tutte e tutti. Come dice Jon Sobrino: Extra pauperes nulla salus».

Alcune suore davanti alla basilica di Aparecida.
Alcune suore davanti alla basilica di Aparecida
(foto V.R. Caivano/AP).

  • A proposito di Sobrino, cosa pensa della Notificazione che gli è stata inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede?

«Si riteneva che sarebbe stata resa pubblica dopo Aparecida, evitando una possibile ripercussione negativa nell’opinione pubblica. Invece è arrivata quasi alla vigilia della Conferenza, confermando implicitamente, nei settori della Chiesa impegnati secondo la prospettiva teologica del Vaticano II e della tradizione latinoamericana, l’allontanamento dalle intuizioni e dagli assi fondamentali del Concilio e la delegittimazione di quella tradizione. Resta da vedere se il messaggio sarà raccolto. Soprattutto ai senza voce non piace che venga chiusa la bocca ai portavoce delle loro speranze, ai loro profeti».

Mauro Castagnaro

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