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ATTUALITÀ - IMMIGRATI E PASTORALE

Nella Chiesa nessuno
è extracomunitario
di Alberto Comuzzi e Vittoria Prisciandaro
  

In Italia, gli immigrati cattolici con il regolare permesso di soggiorno sono più di 600 mila. La Chiesa italiana tenta di seguirli pastoralmente in vari modi: gruppi informali, parrocchie, cappellanie. Il problema principale resta però quello della integrazione in un mondo, anche ecclesiale, che è diverso da quello d’origine.
   

Sotto le volte della chiesa Santa Maria Annunciata in Camposanto, a pochi passi dal Duomo di Milano, echeggiano le voci della signora Tomoko Sophia Ogihara e dei suoi tre bimbi, Midori, 10 anni, Yuto, 7, e Daiki, 2. «Gariraya non kaze kaoru oka de» («Sulla collina di Galilea profumata di vento») cantano madre e figli, insieme ad altri fedeli giapponesi, durante la Messa domenicale. La signora Ogihara è arrivata in Italia nel 1993, con il marito, dirigente d’azienda. Qui ha abbracciato il cattolicesimo, «religione capace di dare risposte ad alcuni miei quesiti interiori», spiega, «che l’animismo da cui provengo lascia insoluti». La comunità di cui la signora Ogihara fa parte è costituita da una ventina di persone benestanti, colte, socialmente integrate, che contano su un cappellano, padre Luciano Mazzocchi, attento studioso e testimone di dialogo tra cattolicesimo e buddhismo. I cattolici giapponesi residenti a Milano, insomma, vivono una condizione oggettivamente vantaggiosa e diversa rispetto a quelli provenienti dalle Filippine, dal Sudamerica o dall’Africa.

Dai dati forniti da Caritas e Ufficio Migrantes della Cei risulta che in Italia, su circa 660 mila cattolici immigrati (non tutti praticanti), le comunità sono poco meno di 800. Una porzione di Chiesa che spesso i cattolici autoctoni ignorano. Realtà diverse tra di loro, che incrociano i percorsi della pastorale diocesana ma hanno anche cammini propri, tra problematiche specifiche, necessità di salvaguardia delle origini e urgenza di un incontro nell’integrazione.

Peruviani in processione per le vie di Roma.
Peruviani in processione per le vie di Roma
(foto F. Frustaci/Eidon).

«Sono quattro le forme con cui una comunità straniera è presente pastoralmente in una diocesi», spiega padre Bruno Mioli, scalabriniano, che per quasi venti anni ha guidato Migrantes. La prima forma sono le parrocchie personali, che non hanno un territorio delimitato e vengono erette per una determinata etnia o gruppo linguistico. In Italia questa formula è adottata solo per quattro realtà: la Madonna del Carmine, a Milano, per i cattolici di lingua inglese, in passato frequentata per lo più da inglesi e americani e oggi prevalentemente da filippini; la parrocchia per gli africani subasahariani, sul litorale domizio, in Campania; quella per gli arbereshe, a Lungro, in Calabria, e infine San Sergio e Basso per gli ucraini, a Roma.

Quest’ultima è una parrocchia che sorge nel cuore del rione Monti, in un palazzetto antico che nelle sue pietre racconta la storia dell’amicizia tra il vescovo di Roma e il metropolita di Kiev. Dono di Urbano VIII, poi sede del seminario ucraino, venduto negli anni ’60 e riacquistato con i soldi della diaspora dal cardinale Slipyj, giunto a Roma dopo la liberazione dal gulag, viene eretta come parrocchia per ucraini di rito bizantino negli anni ’70, per volere di Paolo VI, quando di ucraini a Roma non c’era neanche l’ombra.

«Quella scelta si è rivelata profetica», dice don Adrian Ckuj, vicario parrocchiale. Sono circa 30 mila oggi infatti gli ucraini presenti nella capitale, in maggioranza donne impiegate come badanti, colf e baby-sitter. «La nostra pastorale prevede soprattutto momenti formativi, su catechesi e Sacra Scrittura». E, insieme, un percorso di cura personale per sanare ferite relative alla vita affettiva: «Famiglie spezzate, figli spesso affidati al padre o ai nonni in Ucraina, difficoltà nei ricongiungimenti familiari». La lontananza aiuta almeno in una cosa: le divisioni presenti in patria tra le diverse Chiese cristiane, all’estero vengono spesso dimenticate. «Qui ci si sente più liberi da tanti vincoli. Celebriamo molti matrimoni misti e tanti ortodossi trovano ospitalità nella nostra chiesa per le loro funzioni».

La comunità etiope della capitale durante una celebrazione liturgica.
La comunità etiope della capitale durante una celebrazione liturgica

(foto D. Giagnori/Eidon)
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A questa formula di parrocchia personale la Chiesa italiana ha preferito quella quasi equivalente di Missio cum cura animarum, istituita da Pio XII, riconfermata da Paolo VI e poi nel 2004 dal documento pontificio La carità di Cristo verso i migranti. Si tratta di circa una quarantina di realtà che, a differenza delle parrocchie personali che nascono in condizioni di stabilità, «sarebbero relativamente provvisorie», dice Mioli. «Va detto che però al di là delle Alpi, per esempio, ci sono missio cum cura animarum, nate per gli italiani emigrati, che ormai hanno oltre 50 anni».

Il terzo tipo di esperienza è la cappellania etnica. In Italia ne sono presenti 35: non hanno le competenze delle parrocchie – ad esempio il cappellano deve celebrare matrimoni e battesimi in accordo con il parroco – anche se il vescovo può estenderne i poteri a sua discrezione.

Il grosso delle comunità immigrate si ritrova, comunque, nella quarta categoria: una serie di esperienze informali, senza nessun tipo di erezione canonica, che vanno sotto il nome generico di "Centri pastorali". «In Italia ne avremo oltre 700, è una realtà in continua trasformazione», spiega Mioli. Si tratta di esperienze che esprimono una sorta di volontariato pastorale: il prete straniero che inizia a raccogliere intorno a sé alcuni connazionali, la laica consacrata che comincia a lavorare con le donne di una certa etnia, il missionario rientrato in Italia che cura un gruppo di fedeli originari della terra di missione... «Queste realtà, anche se soffrono di una certa instabilità, esprimono bei fermenti di vita religiosa», aggiunge Mioli. «Non hanno un sacerdote che si prenda cura di loro in modo stabile, non hanno sussidi di catechesi. Per loro diventa indispensabile il lavoro dei coordinatori nazionali». Questi ultimi sono sacerdoti che fanno capo alle Migrantes e girano la penisola per conoscere le diverse esperienze pastorali e metterle in rete.

Anche se dal punto di vista del diritto canonico ci sono delle differenze, le quattro categorie pastorali citate sono accomunate da alcuni nodi trasversali. Sotto la voce integrazione corre infatti un fiume di problematiche: si va dalle comunità inserite da lungo tempo che oggi fanno i conti con le seconde generazioni, al confronto culturale tra italiani e "il resto del mondo"; dalle difficoltà nella ricerca di un lavoro per gli immigrati più recenti, al vissuto talvolta ferito che le persone si portano dietro; fino alla diffusione delle sette, che hanno gioco facile nel fare adepti tra soggetti i cui legami con le comunità di origine sono allentati.

Processione religiosa della comunità peruviana, in occasione della festa del Signore dei Miracoli, per le vie del centro storico di Roma.
Processione religiosa della comunità peruviana, in occasione della festa
del Signore dei Miracoli, per le vie del centro storico di Roma
(foto C. Melissari/Eidon).

Un caso interessante è la comunità filippina di Milano. I cattolicissimi filippini, la comunità più consistente nel capoluogo lombardo (circa 45 mila su 162.762 stranieri), hanno serie difficoltà a trasmettere ai figli i propri modelli di vita, frutto di tradizioni di fede assimilate nella terra d’origine. I rapporti in famiglia risultano altamente conflittuali soprattutto con gli "immigrati di seconda generazione", giovani nati in Italia che fanno i conti con il sistema di vita dei coetanei cresciuti in famiglie non patriarcali come sono, invece, quelle filippine. Uno studio condotto dalla Caritas ambrosiana ha documentato che il 55 per cento dei figli di immigrati ha accettato il "modello autoritario" riassumibile nelle parole: «Finché sei in casa, sei filippino; quando esci di casa puoi adeguarti ai valori della società». Tutto ciò genera stress e insofferenza per cui, per esempio, i figli di tanti cattolici immigrati partecipano con i genitori alla Messa domenicale, ma vivono questa pratica come un’imposizione.

Una testimonianza nel segno dell’apertura viene invece da Nishantha Fernando, uno dei leader della comunità srilankese, che a Milano conta circa 10 mila persone e ha come abituale centro d’incontro la chiesa di Santo Stefano. Nishantha, sposato, una figlia di 16 anni, approdato in Italia nel 1988, confida di avere sostenuto diverse discussioni con i propri connazionali che rimproverano a lui e a sua moglie una mentalità eccessivamente aperta nell’educazione della figlia. «Siamo molto legati alle nostre tradizioni, ma desideriamo che nostra figlia faccia esperienze agganciate ai valori cristiani, ma il più possibile aperte all’universale. Troppi nostri connazionali temono di essere contagiati dal secolarismo occidentale e finiscono così per precludere ai figli quella possibilità di crescita che nasce dal confronto con gli altri».

Una rapina in un negozio cinese dell'Esquilino, la zona di Roma chiamata "Chinatown".
Una rapina in un negozio cinese dell’Esquilino, la zona di Roma
chiamata "Chinatown" (foto R. Antimiani/Eidon).

Secondo don Giancarlo Quadri, responsabile dell’Ufficio per la pastorale dei migranti di Milano, sono da ritenersi ormai superati i concetti di «accoglienza» e «di aiuto alla povertà» con i quali ci si è finora accostati al tema dell’immigrazione. Il progetto a cui sta lavorando prevede quattro punti: «Avviare percorsi di conoscenza delle culture d’appartenenza degli immigrati; ricondurre a livello popolare tutti gli argomenti dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso; riformulare il progetto delle comunità etniche, per una maggiore spinta all’inserimento nella pastorale ordinaria; intensificare i rapporti tra le chiese». Gli obiettivi della Cappellania generale dei migranti – sorta nel 2000 per coordinare tutti gli interventi in tema di immigrati – sono decisamente ambiziosi. «Nella Chiesa non esistono extracomunitari», sostiene don Quadri. «Per cui stiamo cercando di far passare un messaggio semplice da annunciare, ma difficile d’accettare: occorre superare l’abitudine per cui i cristiani vanno a Messa in parrocchia, mentre gli extracomunitari partecipano a quella celebrata dal loro cappellano nella chiesa a loro riservata».

Sicuramente il tema dell’integrazione e quello del rispetto delle radici sono centrali nel dibattito sulla pastorale dei migranti. «D’altra parte il rischio di avere chiese parallele non nasce con gli immigrati, ma anche con altre realtà ecclesiali», precisa padre Mioli. «Se è sacrosanta l’esigenza di essere in comunione con le varie strutture della Chiesa locale, senza sentirsi autosufficienti e gratificati nella propria comunità», dice, «è altrettanto legittimo e ufficialmente confermato dal Vaticano II, il diritto di chi è sempre vissuto in un certo modo, come cristiano, di poter mantenere le sue tradizioni. Allo sradicamento che l’immigrazione comporta vogliamo aggiungere anche questa ferita?».

Scettico sulle possibilità di integrazione è invece padre Antonio Guidolin, parroco di Santa Maria della Luce, a Trastevere. È qui che da sette anni, ogni pomeriggio, decine di latinoamericani si ritrovano per chiedere informazioni, frequentare un corso di italiano, seguire una catechesi o partecipare a una delle iniziative che la parrocchia mette in campo per i 70 mila latinoamericani della capitale. «Il rapporto tra i migranti e gli italiani non è alla pari», esordisce il padre scalabriniano, 71 anni, con alle spalle 25 anni di missione in America latina. «L’integrazione potrebbe avvenire in un incontro delle diversità, ma questo accade difficilmente perché non ci sono spazi in cui dialogare, non ci sono livelli adeguati di conoscenza delle diverse culture e non c’è neanche una volontà politica, o pastorale da parte delle parrocchie, per creare questo incontro». Un sano realismo, che però non scoraggia la comunità di Santa Maria della Luce dal mettere in campo energie e intelligenze per una pastorale «finalizzata non solo a fornire servizi, ma a creare comunità». Un piano basato su alcune linee di lavoro (accoglienza, carità, donna, giovani, missione e sacramenti) e un équipe di circa 60 volontari.

Alcuni fedeli giapponesi vengono battezzati dal Papa in San Pietro.
Alcuni fedeli giapponesi vengono battezzati dal Papa in San Pietro
(foto D. Giagnori/Eidon).

Creare comunità è l’obiettivo cui punta anche l’Acse (Associazione comboniana servizio emigranti e profughi), che a Roma cura principalmente la pastorale per gli africani. La cappella del Buon Consiglio, a pochi passi dai Fori imperiali, è affidata al comboniano Claudio Crimi, oltre trent’anni da missionario in Mozambico. «La nostra comunità è fatta di operai, studenti e volontari. Offre una serie di servizi, dai corsi di lingua al gabinetto dentistico, dei quali spesso usufruiscono anche altri immigrati», dice padre Claudio. La sfida è creare legami tra una popolazione, quella africana, spesso divisa da migliaia di dialetti e lingue nazionali e che, rispetto ad altri gruppi di immigrati, «risulta essere la più abbandonata, anche pastoralmente». Insomma, dice Crimi, «la nostra comunità dovrebbe puntare soprattutto a incontrare i dispersi».

Certamente i nodi pastorali non mancano. Eppure la sfida per l’intera Chiesa italiana non è da poco. L’ha ben espressa l’arcivescovo emerito di Milano, Carlo Maria Martini: «Immigrazione, ultimo tocco della Provvidenza per la nostra conversione».

Alberto Comuzzi e Vittoria Prisciandaro
    

Pochi e invisibili i cattolici a Chinatown

In via Giolitti, nel ristorante a due passi dalla stazione Termini, ti accolgono con la tipica gentilezza orientale. In un italiano abbastanza fluente spiegano che sono cristiani evangelici e che la loro comunità abita nella Chinatown della capitale, cioè in tutta la zona limitrofa a piazza Vittorio. I cattolici – aggiungono – si ritrovano nell’antica chiesa di San Bernardino da Siena, in via Panisperna, poco distante dal Quirinale. Qui celebrano la Messa in cinese, la domenica pomeriggio, seguita da un momento di condivisione, intorno alla tavola imbandita, qualche crostata di marmellata con gli ideogrammi in pastafrolla. Una piccola porzione di Chiesa (circa 250 persone) composta da giovani, famiglie, preti e religiose originari della "Terra di mezzo" e guidata da padre Giovanni Chiu, francescano conventuale.

La capitale conta circa 6 mila immigrati cinesi regolari (ma se ne stimano 25 mila solo a Roma e 128 mila in tutta Italia, pari al 5 per cento dei migranti), occupati soprattutto nel settore della ristorazione, dell’abbigliamento e del tessile. Nella comunità romana i problemi non mancano, soprattutto con le seconde generazioni che spesso vivono in bilico, senza un’identità precisa.

Cattolici cinesi nella chiesa romana di via Panisperna.
Cattolici cinesi nella chiesa romana di via Panisperna
(foto C. Fabiano/Eidon).

Per la piccola comunità cattolica, il cappellano ha avviato corsi di lingua cinese, il sabato pomeriggio, che si affiancano alla catechesi domenicale per adulti e ai corsi di italiano rivolti in primo luogo a sacerdoti e suore che frequentano le università pontificie. Per i religiosi la formazione universitaria è una possibilità preziosa, che spesso però trova un ostacolo proprio nella lingua, come testimonia suor Agnese, pediatra, francescana dello Xian: «Per noi è molto difficile imparare l’italiano, quindi anche i tempi dello studio si allungano».

Al Pontificio collegio urbano, adiacente all’Università urbaniana, vengono ospitati diversi preti cinesi che si specializzano nel nostro Paese; tra loro, anche don Pietro Cui Xingang, originario della diocesi di Yixian, da un anno coordinatore pastorale nazionale per le comunità cattoliche cinesi nel nostro Paese. «In Italia dovrebbe aumentare l’accoglienza verso chi arriva per lavorare», dice don Cui, che si basa sulle testimonianze raccolte in giro per la penisola, negli incontri con alcuni centri pastorali. Piccole realtà in crescita, presenti (oltre che a Roma e Milano) a Prato e Treviso, a Rimini e Napoli, e in via di formazione a Empoli e Bologna. Per questi neoconvertiti forse la sfida più grande è l’integrazione. Infatti i cattolici cinesi, numeri a parte, restano piuttosto invisibili per i credenti italiani. Si incontrano nelle chiese solo per la messa domenicale, poi tornano al lavoro, febbrilmente. Alcuni si ammalano per gli orari massacranti. In viale Monza a Milano, ad esempio, uno dei numerosi bar gestiti dai cinesi resta aperto fino a mezzanotte inoltrata; la mattina all’alba le saracinesche sono di nuovo alzate, le luci al neon accese e gli stessi lavoratori sono di nuovo lì, pronti a servire il cliente.

Nel capoluogo lombardo i cinesi si sono insediati dagli anni Trenta: oggi sono migliaia; alcuni sono stati protagonisti nell’aprile scorso degli scontri in via Paolo Sarpi, la cosiddetta Chinatown milanese. «Ma i cattolici sono pochissimi, una sessantina», precisa padre Giuseppe Chang, cappellano della comunità ambrosiana, che ci tiene a sottolineare: «I cinesi che diventano cattolici in Italia si convertono non perché cercati. Sono loro che si avvicinano. Qualcuno, a un certo punto, comincia a interrogarsi e si chiede dopo il lavoro, oltre i soldi, cos’altro c’è. Nasce da qui la domanda religiosa».

A Prato, invece, si tenta la via del pre-annuncio, promuovendo la conoscenza reciproca e fornendo gratuitamente alcuni servizi sociali. Qui padre Giovanni Ding, missionario del Pime, è arrivato nel 1999. E oggi denuncia: «I cinesi lavorano sia di giorno che di notte. Durante l’alta stagione fanno fatica anche a venire alla Messa domenicale, vissuta come un impegno, non come una pausa». Scardinare questa mentalità è, forse, l’impresa più ardua, insieme alla conquista della fiducia: «Per loro la fede è qualcosa di occidentale, non hanno una radice religiosa; il cristianesimo, poi, è avvertito come estraneo. E non si confidano, neppure con un prete. Ci vogliono anni: ti guardano da lontano per vedere che interesse hai. Tuttavia i cristiani aumentano e migliora anche la qualità della fede: c’è una rievangelizzazione degli stessi battezzati, che si fanno missionari tra i loro parenti e amici».

Laura Badaracchi

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