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EUROPA
Russia
SONDAGGIO SULLA LIBERTÀ RELIGIOSA

Le autorità politiche russe non cercano di limitare la libertà religiosa e di culto dei cittadini, ma sono tuttavia colpevoli di omissione di fronte alle minacce e alle discriminazioni di cui sono oggetto soprattutto le minoranze, con il risultato, nei fatti, di una lenta erosione della libertà religiosa nel Paese. Sono questi i risultati di un sondaggio condotto dall’associazione Forum 18, secondo cui, inoltre, il sostegno verbale del governo di Vladimir Putin nei confronti della cosiddetta «religiosità tradizionale» raramente si traduce in fatti concreti.

   

ITALIA
Il consorzio Liberaterra non si fa intimidire dalla mafia. E rilancia

   

«È in atto una controffensiva da parte delle organizzazioni mafiose, evidentemente preoccupate dai risultati che si stanno ottenendo nei campi della legalità». Questo il commento a caldo di don Luigi Ciotti, dopo gli ultimi attentati alle cooperative di giovani che aderiscono al consorzio Liberaterra di Gioia Tauro, in Calabria, e di Corleone, in Sicilia.

L’ultimo, in ordine di tempo, quello in Contrada Pietralunga, nel territorio del Comune di Monreale, alle porte di Palermo, ha mandato distrutti il 70 per cento dei filari di vite piantati su un terreno appartenuto, e poi confiscato, al presunto boss mafioso Giovanni Simonetti. Il fuoco appiccato da sconosciuti sul latifondo ha seguito di quattordici giorni esatti le devastazioni nella "Valle del Marro", cooperativa che ha sede a Ponte Vecchio di Gioia Tauro, creata nel 2005 da Libera su 30 ettari di terra confiscati alle cosche dei Piromalli e dei Mammoliti.

«Ora l’unica consolazione che ci viene dopo queste azioni criminali», ci dice Miro Barbaro dell’Ufficio beni confiscati dell’associazione Libera, «è la consapevolezza che il lavoro svolto è quello giusto perché quando tocchi il tasto economico e dimostri che si può realizzare una economia possibile e sostenibile, susciti la rabbia di chi vuole far prevalere un’altra cultura». Barbaro, anche lui siciliano, ha da poco sentito i ragazzi delle cooperative colpite. «Naturalmente c’è un certo scoramento», racconta, «ma vi assicuro che si tratta di giovani forti e di certo abituati a lottare. Sono ragazzi, poi, che sanno di avere ormai alle spalle una parte di società civile e di non essere soli».

A far piacere è stata soprattutto, dopo gli attacchi in Calabria e Sicilia, la solidarietà venuta dalla cittadinanza locale: «Segno», fa notare Barbaro, «che un lavoro è stato fatto e che sta dando i suoi frutti. Il 20 maggio la gente di Corleone è addirittura scesa in piazza per una silenziosa manifestazione partita dal centro del paese. Se pensiamo a non molti anni fa, quando la reazione sarebbe stata il silenzio e qualche serranda abbassata... Oggi, invece, c’è stata quasi una rabbia al contrario: quella di chi non accetta più violenze e sopraffazioni».

Insomma, il cammino del consorzio Liberaterra non si fermerà qui. «Oggi siamo 6 cooperative in Sicilia e Calabria, che coinvolgono più di 150 ragazzi per un fatturato annuo che si aggira sui 2 milioni e mezzo di euro», sottolinea Barbaro. «Ma ci sono bandi per altre cooperative in Campania e Puglia e pensiamo di aprire, dopo quella di Roma, una nuova bottega a Napoli per la vendita dei nostri prodotti. Quello che chiediamo al mondo della politica? Un’agenzia unica per la gestione dei beni confiscati che si occupi di tutto l’iter giudiziario, dal sequestro fino all’assegnazione». Il motivo? La risposta è semplice: oggi i tempi per assegnare un bene sequestrato alla mafia o all’ndrangheta sono, in media, di 10 anni.

Giuseppe Cionti
   

AMERICA DEL NORD
Dio torna in campo nelle elezioni Usa.
Ma questa volta sta con i Democratici

Questa volta potrebbero essere i Democratici ad abbracciare la religione. Negli Stati Uniti, dove la gran maggioranza degli elettori non voterebbe un presidente ateo, politica e fede si intrecciano in ogni campagna elettorale. Ma al concludersi dell’era Bush, nel campo repubblicano c’è incertezza. Non tanto perché l’inquilino della Casa Bianca, new born in Christ e metodista convinto, ha entusiasmato l’America religiosa sulla bioetica ma ha deluso molti – a partire dai vescovi cattolici – per la guerra in Iraq e la politica di immigrazione. Non solo perché la destra evangelical sta cambiando volto (il telepredicatore Jerry Falwell è stato stroncato da un infarto a maggio, gli scandali hanno messo in luce una frattura tra comportamenti privati di alcuni leader religiosi o politici e le loro pubbliche dichiarazioni e anche tra i fedeli si fanno strada, accanto ai tradizionali temi dell’aborto, dell’omosessualità e delle scuole private, battaglie come la difesa ambientale, l’Aids in Africa e la strage del Darfur). Il motivo vero è soprattutto un altro: i candidati repubblicani tentennano e in casa democratica sta rapidamente cambiando il vento.

Dei tre esponenti di punta del repubblicano Gop (il Grand old party, ribattezzato da alcuni God old party, l’antico partito di Dio), l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, è un cattolico divorziato. E le sue opinioni liberal sui diritti dei gay e la sua posizione favorevole al diritto all’aborto gli creano non pochi imbarazzi nell’elettorato più tradizionale. Il senatore John McCain, un episcopaliano anch’egli divorziato, intrattiene rapporti tesi con i leader della destra religiosa. Quanto all’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney, le sue posizioni su aborto e omosessualità sono tradizionali e la sua storia personale è senza macchia, ma appartiene ai mormoni, una religione che suscita perplessità fra molti evangelici.

È invece tra i Democratici dove la fede fa breccia. Questione di storia personale e di convenienza politica. Il candidato alla Casa Bianca del 2000, Al Gore, aveva tenuto un profilo molto laico durante la sua campagna. Quattro anni dopo, John Kerry perse per un soffio un confronto imperniato da Bush junior sui valori degli americani. Solo pochi giorni prima del voto parlò apertamente di fede e religione. Un errore che i guru democratici della campagna 2008 sembrano voler evitare, emulando, piuttosto, Bill Clinton e Jimmy Carter, entrambi battisti convinti della loro fede.

Non è un caso, allora, che l’ex senatore John Edwards abbia invocato Dio sin dal suo primo dibattito. E i due candidati in pole position, Barack Obama e Hillary Clinton, non sono da meno. Certo, entrambi hanno criticato – al contrario di Bush – la recente sentenza con cui la Corte suprema ha detto no a una particolare tecnica di aborto terapeutico tardivo (il cosiddetto partial-birth abortion, aborto con nascita parziale). La moglie di Bill Clinton, in particolare, ha affermato che la decisione si allontana «in modo drammatico da 40 anni di giurisprudenza della Corte che ha riconosciuto l’importanza della salute della donna». Ma nello staff dell’ex first lady si trova un pastore metodista, il reverendo Don Jones, che la iniziò nei primi anni ’60 alla Bibbia e al movimento dei diritti civili di Martin Luther King. «Non è la prima volta che usa un linguaggio religioso», afferma il pastore per smentire il sospetto di una scelta dettata dalla convenienza. Un intero paragrafo della biografia di Hillary pubblicato sul sito elettorale è dedicato alla sua fede e nella recente corsa alla rielezione al Senato sul collo della signora Clinton è spuntata una croce.

Ancora più evidente è la fede nel profilo di Barack Obama. La sua famiglia di origine keniota è un misto di cristiani e musulmani e da giovane il senatore dell’Illinois ha frequentato sia una scuola cattolica che un istituto pubblico musulmano. Ma è la sua conversione adulta nella Trinity United Church of Christ, una comunità afro-americana guidata dal focoso pastore Jeremiah A. Wright, che ha segnato maggiormente la storia di Obama. Il candidato interviene nei convegni in Chiesa (è amico di Rick Warren, pastore di una mega-church) ma in molti dei suoi discorsi pubblici non fa riferimento alle tematiche religiose. Propugna un maggior ruolo della fede nella sfera pubblica, ma è preoccupato di tener separati Chiesa e Stato. Menziona spesso la battaglia nera per i diritti civili, un episodio della storia americana in cui i liberali utilizzarono la retorica cristiana per cambiare la società. Come vuol fare lui.

Iacopo Scaramuzzi
   
  

AMERICA LATINA
Perù: le diocesi del Sud andino lacerate sulla pastorale indigena

Crescono le tensioni intraecclesiali nelle prelature apostoliche di Juli e Ayaviri, che, insieme a quella di Sicuani, all’arcidiocesi di Cusco e alla diocesi di Puno, avevano dato vita alla cosiddetta «Chiesa del Sud andino», caratterizzata da un forte impegno per l’inculturazione della fede nelle tradizioni indigene (aymara e quechua) e da una «opzione per i poveri» tradotta anche nell’azione politica e per la difesa dei diritti umani.

Le dimissioni per problemi di salute, lo scorso anno, di monsignor Elio Tapia e monsignor Juan Godayol (quest’ultimo, peraltro, sollecitato dalla nunziatura a dimettersi e rientrare in Spagna nonostante la sua disponibilità a trasferirsi in una diocesi a una minore altitudine) e la loro sostituzione con monsignor José Maria Ortega, membro dell’Opus Dei, e monsignor Kay Martin Schmalhausen, del Sodalitium christianae vitae (una società di vita apostolica fondata nel 1971 dal laico peruviano Luis Figari per correggere gli «errori» della Teologia della liberazione) è subito apparsa una sconfessione del precedente orientamento pastorale delle due Chiese locali.

I nuovi ordinari hanno dichiarato l’intenzione di correggere decenni di «molta ideologia» in cui «gli interessi sociali» sarebbero stati troppo enfatizzati a scapito della «cura pastorale per le popolazioni indigene». Ciò si è tradotto, prima di tutto, nell’esclusione delle donne (religiose e laiche) dalla possibilità di studiare e insegnare nel seminario maggiore Nostra Signora di Guadalupe di Chucuito per la formazione congiunta dei futuri presbiteri, nella sospensione dell’attività dell’Istituto di pastorale andina, che, secondo il mandato del suo primo direttore, poi vescovo di Ayaviri, monsignor Luis Dalle, doveva «riscrivere i nostri catechismi, i nostri libri di omiletica, la nostra spiritualità, la nostra teologia nel contesto della Pachamama» e della cultura aymara, e nella chiusura delle Vicarie della solidarietà, che negli anni del conflitto armato tra l’esercito e la guerriglia di Sendero Luminoso (1980-2000) avevano svolto un importante lavoro di difesa dei diritti umani, per poi collaborare attivamente con la Commissione verità e riconciliazione.

Inoltre monsignor Schmalhausen ha rimandato in patria il missionario francese Francisco Fritsch (premiato dal Coordinamento nazionale dei diritti umani per la sua difesa dei poveri di Puno) dopo 33 anni di servizio nella parrocchia di Santa Catalina de Antauta, e ha costretto a lasciare la prelatura l’argentino padre Luis Bejar Assaf, direttore del preseminario Casa San José, nonché la religiosa svizzera Brigida Chevallay, da 25 anni nella parrocchia di Ajoyani, anche lei distintasi sempre per l’impegno sociale.

Per protestare contro questi allontanamenti e l’orientamento «totalmente contrario a quello del passato» assunto dalla prelatura, cinque preti (Manuel Vassallo, Luis Lopez, Luis Zambrano, Juan Gnaldi e Marcos Degen) che insegnavano nel seminario si sono dimessi, e un sesto, padre Hilario Huanca, ha sollecitato la Conferenza delle religiose e dei religiosi del Perù a promuovere un «dialogo efficace» col vescovo. Molte polemiche ha, d’altra parte, suscitato il rifiuto di monsignor Ortega di ordinare un seminarista leggermente gobbo, Edwin Ramirez, e le parole pronunciate durante una Messa in suffragio del primo prete aymara, padre Domingo Llanque, morto nell’ottobre del 2003, quando ha affermato di non sapere «se questi era all’Inferno o in Purgatorio», essendo gli aymara «non cattolici, ma pagani e perciò peccatori».

La Conferenza episcopale peruviana ha espresso «solidarietà» e «appoggio al lavoro pastorale» di monsignor Ortega e monsignor Schmalhausen, i cui sostenitori hanno definito i missionari allontanati «persone il cui profilo ideologico ha contribuito a trasformare questa regione del Sud del Perù in un vero deserto pastorale», accusandoli di «aver controllato le due prelature mediante "organizzazioni non governative" di sinistra senza rendere conto a nessuna autorità».

Monsignor Albano Quinn, vescovo emerito di Sicuani, ha invece descritto come «molto preoccupante» la situazione attuale della Chiesa sud-andina, sottolineando che «l’ortodossia e la fedeltà alla Chiesa di questi agenti di pastorale sono indiscutibili». E monsignor Francisco D’Alteroche, predecessore di monsignor Godayol, ha detto di «fare molta fatica a capire» la scelta di destituire padre Fritsch.

Mauro Castagnaro
   

AFRICA
Elezioni farsa in Nigeria: i vescovi si schierano a difesa della democrazia

Il gigante d’Africa è tornato a votare. E ancora una volta a far discutere. Dentro e fuori la Nigeria, le elezioni amministrative e presidenziali dello scorso 14 e 21 aprile, vinte da Umaru Yar’Adua, il candidato dell’uscente Olusegun Obasanjo, hanno suscitato una valanga di critiche, denunce e prese di posizione. Del resto, non poteva che essere così: avere il potere nel più popoloso Paese africano (140 milioni di abitanti), nonché primo produttore di petrolio del continente (e settimo a livello mondiale) significa gestire una fortuna. Dunque, vincere le elezioni non è un’opzione, è una necessità. E allora non stupisce che, una volta di più, il processo elettorale sia stato segnato da gravi frodi e irregolarità.

Anche i vescovi della Nigeria hanno parlato esplicitamente di elezioni «né libere, né eque, né credibili». E hanno stigmatizzato l’attitudine dei politici a perseguire i propri interessi e non quelli della popolazione. In particolare, l’arcivescovo di Ibadan, Felix Alaba Job, a nome della Commissione per la giustizia, lo sviluppo e la pace della Conferenza episcopale nigeriana (di cui è presidente), ha puntato il dito contro quei politici che «non hanno mostrato un rispetto significativo per la pace e la stabilità del Paese».

Quella della popolazione nigeriana, ha aggiunto, è «una situazione umiliante, in cui gli elettorati sono stati costretti ad approvare un colpo di Stato civile. Questa è una repressione senza precedenti dello spirito democratico del popolo nigeriano». E concluso: «Bisognerebbe riconoscere che non possiamo più andare avanti nell’inganno di dipingere il nostro Paese come una democrazia, quando solo una ristretta élite politica decide il risultato dei processi elettorali».

Insomma, i vescovi nigeriani non si sono limitati a riscontrare pesanti brogli nel voto, ma hanno messo in discussione l’intera intelaiatura pseudodemocratica della Nigeria. Un Paese che, nella sua storia di Stato indipendente (dal 1960), ha conosciuto nove colpi di Stato e dittature militari, un conflitto interno – la guerra del Biafra dal ’67 al ’70 – con più di due milioni di morti e, negli ultimi anni, una situazione di tensione e violenza negli Stati del Nord, dopo l’introduzione della sharia. Per non parlare della crisi nel Delta del Niger, dove gruppi di ribelli rivendicano l’indipendenza e una più equa distribuzione dei proventi del petrolio, che viene estratto in quella regione. L’arrivo al potere di Olusegun Obasanjo, nel 1999, primo presidente eletto dal popolo, aveva suscitato grandi speranze in una svolta democratica. Ma la sua rielezione nel 2003 e l’andamento dell’ultimo voto hanno tradito le aspettative di molti. Anche dei vescovi, che sono arrivati a dire: «Abbiamo fallito ancora una volta nel raggiungere una transizione di successo in modo democratico». Per questo, hanno invitato tutti i nigeriani a non arrendersi e a «unirsi per resistere a ogni forma di dittatura, dominazione e sovversione in modo costituzionale e degno».

Anna Pozzi
   

ASIA e OCEANIA
Comunione e rassicurazione: il successo dei Pentecostali in Asia

Se raggruppassimo tra loro tutti i membri dei movimenti a carattere carismatico e pentecostale dell’Asia otterremmo quasi il 43 per cento dei cristiani (siano essi cattolici, luterani o evangelici). Il dato emerge da uno studio che il missionario verbita John Mansford Prior ha messo a punto recentemente in occasione di un seminario promosso in Indonesia dal Pontificio consiglio per la cultura. Il saggio, pubblicato in Francia dall’agenzia di informazione Eglises d’Asie nel fascicolo Dossiers et documents dell’aprile scorso, rileva che in trent’anni – dal 1970 al 1990 – le proporzioni di questi movimenti in Asia sono triplicate.

Consapevoli di avere a disposizione cifre che si riferiscono al decennio scorso, scopriamo che in Cina gli aderenti al pentecostalismo sarebbero circa 55 milioni, in India 33 milioni, nelle Filippine 20 milioni, al di sotto dei 10 milioni in Corea del Sud e Indonesia (lo studio cita, a titolo comparativo, i dati di altre potenze mondiali in questo campo: gli Stati Uniti, con 75 milioni di pentecostali e il Brasile con 80 milioni). Certamente si tratta di dati da maneggiare con cura perché se è facile, ad esempio, comporre statistiche sul numero di cattolici in base ai registri di battesimo o ai nuclei familiari, è meno agevole, e meno certo, il computo degli aderenti ai movimenti, che sono una massa fluida che si alimenta di nuovi ingressi ma anche di defezioni o di adesioni non sempre prolungate nel tempo.

Un po’ ovunque, osserva padre Prior, i movimenti carismatici sanno porsi in sintonia con la religiosità popolare, fornire risposte rassicuranti in un contesto sociale in rapido mutamento (e perciò avaro di certezze) e offrire maggior calore e sostegno ai loro membri di quanto non sappiano fare le comunità parrocchiali e i gruppi ecclesiali. Da qui il segreto del loro successo.

Se nelle Filippine i movimenti carismatici sfondano tra i cattolici (vi aderisce un fedele su tre), in Cina si radicano soprattutto a livello di Chiese domestiche, piccole comunità evangeliche che prediligono dimensioni ridotte per sfuggire alle censure e restrizioni del regime. Talvolta vi riecheggia anche qualche elemento di sciamanesimo, che non di rado aleggia ancora nella psicologia collettiva di talune società asiatiche. Un po’ ovunque questi movimenti hanno avuto il merito di far riscoprire ai laici cattolici il testo biblico. In qualche contesto però (il riferimento è ai gruppi protestanti che agiscono nel subcontinente indiano), hanno creato difficoltà a tutti i cristiani nel rapporto con le altre comunità religiose (maggioritarie) per i loro metodi spicci di propaganda ed evangelizzazione.

Giampiero Sandionigi

Jesus n. 6 giugno 2007 - Home Page