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Aumentano le coppie di fatto, crescono i secondi matrimoni, diminuisce il numero dei figli e quei pochi non se ne vogliono andare di casa. Il ciclone che in questi anni ha investito la famiglia sembra non arrestarsi alle porte del nostro Paese. Qual è, allora, il destino dell’istituto sociale che più di tutti ha segnato carattere, virtù, tic e vizi dell’italianità?

Nelle pagine di questo dossier, le foto illustrano simbolicamente i mutamenti affrontati dalla famiglia in Italia, raccontando per immagini le famiglie di ieri e quelle di oggi.

 

DossierApocalisse: l’oro e il diaspro

E la famiglia dove va?
di Vittoria Prisciandaro
  

Dossier: Famiglia: ieri, oggi... e domani?
 
 
La "questione famiglia" è sempre più al centro del dibattito sociale, politico ed economico in Italia. A distanza di 6 mesi dal Family day il mondo cattolico prosegue la sua mobilitazione in favore di un fisco più equo e più amico delle coppie sposate e con figli. Però oggi "fare famiglia" vuol dire tante cose diverse: aumentano le coppie di fatto, diminuisce il numero dei figli, si moltiplicano le famiglie ricostituite dopo un divorzio. Come rispondono la Chiesa e la politica a questi cambiamenti?
   
  
 

«Come state, mammà?». Gli zii sono in fila a salutare la nonna matriarca. Nove figli che, in un deferentissimo "voi" napoletano, si accostano alla genitrice. Una famiglia popolare, tradizionale, dove i ruoli sono rispettati e stabiliti, dai tre fino ai 90 anni.

Brusco cambio di fotogramma: viaggio di lavoro all’Università di Berkeley, California. Al momento del bisogno, si cerca di raggiungere il bagno. Sorpresa e disorientamento: nello spazio delle toilette non ci sono due ma ben tre porte. Con altrettante scritte: Male, Female, Transgender. E la cosa passa inosservata ai più, come fosse una delle tante banali consuetudini del vivere civile.

I due quadri sembrano separati da una distanza siderale. Ma, a ben guardare, non è affatto così. «Anche in Italia, nel passato la famiglia non è mai stata solo ed esclusivamente quello che si voleva far credere, tante altre forme e modalità erano mantenute nell’ombra», dice Carla Collicelli, vicedirettore del Censis e autrice di numerose pubblicazioni sull’argomento. «Ciò che oggi è cambiato è che queste forme si sono accentuate, sono aumentate e sono emerse alla luce del sole, considerate accettabili e non da condannare».

La famiglia è tornata al centro del dibattito pubblico. Sempre più si dimostra plurale – "le famiglie" – e attorno al suo capezzale si ritrovano sociologi e demografi, economisti e pastori. Se 50 anni fa – dice il Censis – l’immagine dominante era quella di una società familiocentrica, con legami stabili, forte coesione e protezione reciproca, carichi lavorativi e redistribuzione economica condivisa, oggi siamo di fronte a una realtà molto diversa. «La legalizzazione e diffusione delle separazioni e dei divorzi, il calo della natalità, l’ingresso della donna nel mondo del lavoro», dice Collicelli, «ci pongono di fronte a un soggetto piccolo, con in media 1,32 figli per donna e 2,6 componenti; fatto di tante unità sparse e diverse tra di loro, più di 23.600.000 famiglie, modernizzate nei consumi e nell’uso del tempo libero, senza figure patriarcali né matriarcali solide, in cui si assiste a una modificazione delle forme attraverso le quali le funzioni familiari vengono svolte».

Tra le novità più significative va registrata una femminilizzazione dei ruoli («anche per il padre il rapporto è più affettivo che prescrittivo, con il rischio, però, che la famiglia perda la sua funzione normativa e vi sia una generale debolezza delle figure genitoriali») e un prevalere della dimensione esterna («il fatto che entrambi i genitori lavorino e l’intrusione dell’esterno nella vita familiare, attraverso televisione o internet, rischia uno svuotamento dell’intensità delle relazioni»). Eppure, a fronte di tanto cambiare, il Censis si mostra ottimista: se la struttura familiare si indebolisce, le funzioni tradizionalmente esercitate dalla famiglia – la coesione, la mediazione culturale, l’accumulazione e la distribuzione della ricchezza, la tutela dei soggetti più deboli – tengono. E inoltre, aggiunge Collicelli, «la resistenza simbolica e valoriale della famiglia è forte: vivere con qualcuno, in un progetto comune teoricamente a lunghissima durata, dove la base della relazione sta nello scambio, nell’approfondimento del rapporto, nell’aiuto reciproco, è rimasto uno dei pochissimi capisaldi a cui le persone ancora si attaccano. È la solitudine il dramma della nostra società, laddove non c’è famiglia».

Foto S. Schellhorn/EPD- Bild.
Foto S. Schellhorn/EPD- Bild.

Per capire come le cose siano cambiate non occorre andare tanto lontano. Basta mettere il naso in uno dei tanti corsi di preparazione al matrimonio che si svolgono nelle parrocchie italiane. «Ciò che prima era eccezione oggi è diventata la regola», racconta don Battista Pansa, da 14 anni parroco alla chiesa della Trasfigurazione, a Roma. «Prima era eccezione il matrimonio dopo un periodo di convivenza, oggi è la normalità, superiamo l’80 per cento dei casi». E sempre più frequenti diventano le richieste di matrimoni per disparità di culto, o perché i due sposi sono di religioni diverse o perché uno dei due si dichiara agnostico. «Di positivo c’è che le persone arrivano più motivate e vedono il matrimonio cattolico come lo sbocco di una ricerca che spesso si protrae per anni».

Esemplare, in questo senso, la storia di Carla e Fulvio, che sono stati "coppia di fatto" per circa due anni. Si sono conosciuti da adolescenti in parrocchia e fidanzati a 19 anni lei, 18 lui, all’attivo un lungo periodo da educatori nell’Azione cattolica ragazzi. Dopo l’università, il lavoro li allontana: Fulvio inizia a frequentare il dottorato di ricerca a Padova. «Potevamo vederci solo nel fine settimana, così Fulvio ha cominciato a fermarsi da me», ricorda Carla, che nel frattempo era andata a vivere da sola in una casa piccola e spartana. Era il 1999 e la convivenza era diventata una scelta mai ufficializzata: «Le nostre mamme un po’ si lamentavano. "Non sta bene" dicevano, ma non commentavano a brutto muso», sorride Carla. Alla radice di questa decisione c’erano innanzitutto motivi logistici, pratici, ma forse il rinvio delle nozze aveva anche ragioni più profonde: «Avevamo deciso di sposarci nel gennaio ’98, ma i nostri papà sono morti nel ’97 a distanza di un mese l’uno dall’altro. Abbiamo vissuto ognuno per conto suo il dolore. Poi, vivere insieme ci ha aiutati a ritrovarci. È stata una fase del nostro rapporto». L’atteso trasferimento di Fulvio a Roma intanto non arriva. Anzi lui parte per la Francia, poi sei mesi negli Stati Uniti.

Foto V. Tersigni/Eidon.
Foto V. Tersigni/Eidon
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Intanto in parrocchia tutti sanno della convivenza. «Ci conoscevano come coppia consolidata, quindi non si sono stupiti né ci hanno giudicati; d’altra parte anche prima, come fidanzati, passavamo le vacanze insieme e facevamo viaggi», osserva Carla. Perché, allora, la decisione di sposarsi? «Volevamo avere figli e mettere su famiglia». Quindi nel 2001 un sacerdote, amico di famiglia, celebra il matrimonio. Ma, sia durante la preparazione del rito che durante l’omelia, attacca la loro convivenza: «Sembravano nozze riparatrici, non la volontà di costruire una famiglia. Mia madre diceva che comunque doveva essere una festa, perché avevamo deciso di legalizzare il nostro legame». Oggi Fulvio è ancora precario all’università. E i figli tanto desiderati non arrivano. Nel 2004 la coppia decide di presentare domanda di adozione e ad aprile è arrivato Kripal, un bimbo indiano di 3 anni: «La sua presenza ha cambiato tutto. Spero di crescere i nostri figli – perché vogliamo adottarne almeno un altro – come i miei hanno cresciuto me e mia sorella. Entrambi abbiamo avuto dei riferimenti familiari positivi. Ma ripeterei la scelta della convivenza: un avvicinarsi pian piano, concretamente, conoscendosi meglio».

Storie come questa sono tipiche delle difficoltà e dei percorsi che oggi si presentano a chi decide di metter su famiglia: il ritardato ingresso nel mondo del lavoro, la mobilità, la difficoltà a comprare casa, politiche di sostegno familiare quasi inesistenti rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea. Si tratta di fattori che allungano i tempi della scelta, che rendono più difficile la maternità a causa del famoso "orologio biologico" e che regalano all’Italia il triste primato di Paese a più bassa natalità. A tutto questo va aggiunto, da un punto di vista culturale, quello che don Battista Pansa definisce l’imperativo dominante della nostra epoca: «Una felicità a buon mercato, suggerita dallo slogan "va dove ti porta il cuore". La disciplina del cuore, che è esattamente la castità nel matrimonio, è il contrario di ciò che passa oggi nei nostri mass media, dove si accentua l’aspetto soggettivo della felicità».

Foto A. Roveri.
Foto A. Roveri
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La tipologia di soggetti che arrivano di fronte alla scrivania di un parroco sono dunque anche il prodotto di tutti questi fattori. Oltre alle coppie con alle spalle un’esperienza di convivenza, don Pansa parla delle famiglie che chiedono i sacramenti per i figli: «Su 400 che si presentano, un 10 per cento è convinto, un 40 per cento è indifferente, un 10 per cento ostile (ma lo sceglie per costume) e un 30 per cento vive una situazione di disagio interno, di crisi di relazione, una sofferenza che può diventare scontro. Il mito della famiglia a volte è un inferno che produce una violenza feroce, dalla quale i figli, adolescenti, non vedono l’ora di scappare».

L’ultima tipologia è rappresentata da coppie che vanno in crisi anche dopo 20-25 anni di matrimonio. «Ho visto persone che hanno tirato avanti fino al 18° anno di età dell’ultimo figlio e il giorno dopo si sono sentite libere». Il parroco racconta di casi in cui sono i nipoti che chiedono un aiuto per i nonni in crisi. «Con l’aria che tira, l’adolescenza prolungata può arrivare fino alla terza età. Il tempo di mettere la testa a posto rischia di non arrivare mai», dichiara don Battista.

Foto V. Tersigni/Eidon.
Foto V. Tersigni/Eidon
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Il parroco non è comunque pessimista. Perché, dice, «la crisi non è sociologica o culturale, ma di relazione. E parte dalla crisi dei valori di fede. Occorre un approccio meno sociologico e meno moralista. Battere sull’etica, sulla predicazione dei doveri non solo è controproducente ma non è neanche vero: se non c’è un incontro reale con Cristo, non ci sono piani pastorali che tengano. Quando invece l’approccio è sul Vangelo, sui temi di fondo, allora anche nell’incontro con realtà problematiche – divorziati risposati, coppie di fatto, forme di poligamia, coppie omosessuali – l’attenzione è forte».

Sulla molteplicità di forme nei legami affettivi e familiari si interrogano da tempo pastoralisti e teologi. In un volume uscito quest’anno in tedesco (I mondi delle coppie e delle famiglie in trasformazione. Nuove sfide per la Chiesa e la pastorale), il teologo svizzero Christoph Gellner afferma che «la pastorale di un tempo era specializzata nell’annuncio di ideali, mentre oggi si chiede alla Chiesa soprattutto aiuto alla vita e un accompagnamento in termini di appoggio e prevenzione. Una pastorale sensibile al contesto sociale si sforzerà senza pregiudizi e senza paraocchi di comprendere positivamente la realtà multiforme, e a volte contraddittoria, vissuta da molte coppie e famiglie, per riconsiderare la prassi ecclesiale a partire dalle loro esigenze».

Foto M. Pilone.
Foto M. Pilone
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In un intervento pubblicato dal settimanale inglese The Tablet, la teologa Philomena Cullen lancia una provocazione: «Alcuni cattolici», scrive, «considerano la famiglia nucleare occidentale come "naturale" e non, quale essa è, come forma di vita di relazione prodotta in un recente passato». Secondo la teologa, «l’aspetto più fastidioso della retorica sulla necessità di un ritorno dei valori familiari è l’idea che una rete di famiglie "forti" potrebbe permettere lo smantellamento dello Stato sociale». L’opinione della teologa inglese, invece, è che sin dall’inizio la tradizione cattolica ha chiesto di investire non nella famiglia "biologica" e nucleare – più vicina spesso a una forma chiusa di egoismi collettivi – quanto in una nozione di famiglia aperta. Lo stesso Gesù, aggiunge il teologo David McLoughlin, venne da una famiglia «difficile» e scelse come suoi "parenti" prostitute e peccatori.

Un’ipotesi di lavoro completamente diversa è quella su cui ha lavorato il Cisf, Centro internazionale studi famiglia, nel suo Decimo rapporto, dove si punta alla non assimilazione tra un fare famiglia generico («lo stare assieme fra individui che vogliono individualizzarsi attraverso relazioni che rifiutano le distinzioni tra gender, tra l’essere sposati o meno, tra chi genera figli e chi no») e la «forma sociale specifica che unisce un uomo e una donna e la prole che discende da questa unione». Forma quest’ultima che, scrive e spiega il Cisf, va ri-conosciuta perché «ha un valore aggiunto rispetto ad altre forme di vita».

Foto G. Bäuerle/EPD-Bild.
Foto G. Bäuerle/EPD-Bild
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È la stessa posizione sostenuta dalle migliaia di persone scese in piazza, lo scorso maggio, in occasione del Family day. Tra queste, l’Associazione nazionale famiglie numerose (Anfn), della quale fa parte Lucia Grisan, mamma udinese di sette figli, la più grande Maria di 23 anni e la più piccola Yan Yan di 8 anni, una bimba cinese in affido. «Siamo così numerosi perché ci piace la vita», dice Lucia. «Certo, per sbarcare il lunario occorre avere molte attenzioni e fare qualche sacrificio: sfogliare attentamente i depliant di supermercati e discount per cercare le offerte, evitare il ristorante, farsi il pane in casa e andare al cinema di mercoledì, giorno di sconto».

Insomma bisogna essere un po’ home manager, come lo sono le 3.721 famiglie-tribù che nel 2004 hanno fondato, su iniziativa del bresciano Mario Sberna, l’Associazione nazionale famiglie numerose. Una realtà associativa di 24.800 iscritti. Unico requisito: avere una famiglia "extra-large" con almeno quattro figli, tra naturali, adottivi o affidati.

Foto K. Zimmermann.
Foto K. Zimmermann
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L’Anfn ha appena presentato un "decalogo delle iniquità" a carico delle famiglie numerose italiane danneggiate dal sistema fiscale e tariffario italiano. Non è un caso che l’associazione aderisca alla petizione presentata qualche settimana fa dal Sindacato delle famiglie, che ha iniziato una raccolta di firme a supporto della proposta per una tassazione più equa (per sottoscrivere la petizione: www.forumfamiglie.org). Il progetto si chiama "Un fisco a misura di famiglia" e ha avuto l’approvazione del Forum delle associazioni familiari, coinvolgendo le cinquanta associazioni del Forum, i venti forum regionali e le altre realtà associative che hanno organizzato il Family day.

Insomma, il popolo che è sceso in piazza San Giovanni il 12 maggio scorso è ritornato alla carica. E stavolta con precise proposte di equità fiscale per la Finanziaria 2008. In primo luogo, la richiesta di dedurre dall’imponibile la cifra minima per la spesa di ogni familiare a carico (tra i 6 e gli 8 mila euro): in altri termini il costo del mantenimento di ciascun figlio, in base al principio – ha spiegato la vicepresidente del Sindacato, Paola Soave – che il denaro necessario per allevare la prole non è reddito disponibile, e quindi non dovrebbe entrare nella base imponibile. L’altra richiesta è relativa a risorse dell’extragettito fiscale per una riduzione sostanziale dell’Ici sulla prima casa. La battaglia, anche per i prossimi anni, sarà quella per un vero «fisco a misura di famiglia».

Vittoria Prisciandaro
(Hanno collaborato Laura Badaracchi e Alberto Laggia)

Foto A. Bertotti/Periodici San Paolo.
Foto A. Bertotti/Periodici San Paolo
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Quella famiglia "lunga" e "stretta"

Nella società italiana in 20 anni siamo passati da circa 317 mila matrimoni all’anno a 258 mila. Chi si sposa sceglie sempre meno il rito religioso (dall’87 al 71,5%), a favore del rito civile (dal 13 al 28,5%). Le coppie conviventi in dieci anni sono più che raddoppiate (dall’1,6 al 3,9%). Le separazioni sono in crescita (da 30.899 nel 1981 a 81.744 nel 2003) così come i divorzi (da 12.606 a 43.856). Aumentano le famiglie monogenitoriali (da 1.546.000 a 1.972.000) e quelle di genitori separati o divorziati (da 372 mila a 653 mila), i nuclei composti da una sola persona (dal 10,6 al 25,4%) e quelli di due componenti (dal 19,6 al 25,8%). Restano stabili le famiglie ricostituite (dal 4,2 al 4,8%). L’Italia è agli ultimi posti in Europa come numero di figli per donna (la media italiana è di 1,32 contro quella europea dell’1,52). La nascita del primo figlio è sempre più posticipata (33,3 anni per gli uomini, 28,7 per le donne) e nascono sempre più figli fuori dal matrimonio (nel 1981 erano il 4,4 nel 2003 il 13,6%).

Segue: Famiglia, sostantivo femminile plurale

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